a cura di Massimo Palozzi

Gennaio 2024

IL DOMENICALE

TRA EVASIONI E AGGRESSIONI RIETI SCOPRE I PROBLEMI CARCERARI

cronaca, politica, sicurezza

di Massimo Palozzi - Non esiste un “caso Rieti”, ma quanto accaduto negli ultimi tempi sollecita per lo meno una registrata alla soglia di attenzione sul mondo carcerario locale. La città è ancora scossa dalla tragica scomparsa di Matteo Concetti, morto suicida il 5 gennaio nel penitenziario di Montacuto in provincia di Ancona, mentre si trovava in regime di isolamento per un atto di indisciplina. La sua storia ha raggiunto notorietà nazionale perché la mamma, poche ore prima del suicidio del ragazzo, aveva chiesto l’intervento della senatrice Ilaria Cucchi.

Il giorno seguente è stata la volta di un uomo deceduto all’ospedale di Viterbo a seguito di uno sciopero della fame portato avanti con pervicacia nella casa circondariale di Vazia. Un gesto di protesta rivolto (anche) contro le condizioni detentive, che effettivamente rispecchiano lo stato di crisi dell’intero universo carcerario italiano.

La struttura reatina ospita 450 detenuti, per la maggioranza stranieri, a fronte dei 295 posti previsti, e affronta una grave carenza di personale con appena 100 agenti contro i 180 della pianta organica. Con questi numeri è ovvio che siano arrivati al limite sia le modalità di vita dei ristretti, sia l’ambiente di lavoro degli operatori con e senza divisa. E non molto sembra aver insegnato la cruenta rivolta del marzo 2020 con morti e feriti. Così come le devastazioni compiute in due distinte occasioni a cavallo tra settembre e ottobre e il detenuto salito sul tetto per protesta a fine novembre.

Per fortuna le cronache degli ultimi giorni non si sono dovute occupare di fatti altrettanto drammatici. Messi insieme, i vari episodi sollevano però seri interrogativi ai quali è urgente dare risposta. Forzando un po’ il concetto, all’indomani dell’aggressione avvenuta domenica all’ospedale de Lellis ai danni di un agente e di un infermiere da parte di un detenuto con problemi psichici, il segretario regionale del sindacato Uspp Daniele Nicastrini ha reso con efficacia lo stato di stress che si vive all’interno del carcere reatino. “Qui serve un garante per i poliziotti, non per i detenuti”, si è lamentato con implicito riferimento all’annuncio fatto dieci giorni prima dal sindaco Daniele Sinibaldi e dall’assessore alle Politiche sociali Giovanna Palomba di procedere alla creazione del Garante cittadino delle persone private della libertà.

“Intendiamo fare la nostra parte lavorando all’elaborazione di un Regolamento per l’istituzione del Garante dei diritti dei detenuti e alla successiva nomina di una personalità adeguata ad un ruolo delicato e importante che - hanno spiegato i due amministratori - avrà tra gli altri il compito di sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti dei detenuti e potrà rappresentare la catena di congiunzione tra la dimensione della detenzione e la città”.

L’impegno raccoglie le raccomandazioni del Garante regionale del Lazio, le cui linee guida contenute nella relazione annuale illustrata a luglio alla Pisana prevedono appunto che i Comuni sedi di istituti penitenziari o di altri luoghi di privazione della libertà provvedano ad istituire il Garante comunale e ad assicurare l’accesso dei reclusi ai servizi anagrafici, introducendo parallelamente misure a sostegno degli stessi detenuti e delle loro famiglie.

La figura del Garante comunale esiste peraltro dal 2013 ma solo adesso, a valle delle due morti di inizio mese, sembra sia scattata la molla per istituirla nel capoluogo sabino.

Sull’altro fronte, quello di chi deve garantire la sorveglianza degli uomini in custodia (quello di Rieti è un carcere solo maschile), non va certo meglio. A proposito del raptus all’ospedale, anche il Sappe è intervenuto a tutela dell’agente ferito a pugni e morsi e in solidarietà con l’infermiere colpito al volto con una violenta testata, evidenziando un’ulteriore criticità: “Mancano le strutture contenitive per tali detenuti, ma mancano soprattutto gli strumenti adatti per difendersi da questo tipo di aggressione. La Polizia penitenziaria di Rieti, insieme al personale medico-sanitario della struttura Spdc (Servizio psichiatrico di diagnosi e cura, ndr) si sentono abbandonati a sé stessi”.

In questo contesto piuttosto sconfortante, si inserisce la vicenda dell’evasione dal Tribunale del nigeriano appena condannato a cinque anni di reclusione per una rapina commessa armato di coltello lo scorso aprile a piazza Cavour ai danni di un’anziana signora. Martedì, al termine dell’udienza, prima di salire sul blindato che lo avrebbe riportato in carcere, il giovane extracomunitario ha colpito gli agenti che lo avevano in custodia scappando a piedi in direzione del centro storico con le manette ai polsi. Immediatamente si è scatenata una caccia all’uomo da parte di Polizia, Carabinieri e personale della Penitenziaria, che dopo pochi minuti sono riusciti a rintracciare il fuggitivo arrestandolo a Porta Romana.

La cosa curiosa è che il nigeriano già lo scorso mese di giugno era evaso nel corso di una traduzione al carcere di Rieti e nuovamente arrestato a Roma sempre dopo un inseguimento a piedi per le vie del centro della Capitale.

Al di là delle scene da film che hanno disorientato e spaventato chi si trovava nei paraggi, l’episodio contribuisce ad alimentare un clima di crescente preoccupazione. Visto che nessuno si è fatto male, forse quel tentativo di fuga tanto rocambolesco quanto disperato è stato utile per far uscire il tema dal campo degli addetti ai lavori. Rieti del resto è una città che da sempre si misura in maniera molto distaccata con il carcere, perfino quando era ubicato a Santa Scolastica nella centralissima via Terenzio Varrone. Con la realizzazione del Nuovo complesso a Vazia inaugurato nel 2009, il distacco si è fatto anche fisico. L’edificio pare una delle fabbriche che sorgono in zona e difficilmente ci si passa davanti per caso. Detenuti, familiari, operatori, dirigenti e volontari ne conoscono alla perfezione limiti e difetti. Per chi sta fuori è tutt’al più un collettore di ricchezza per i posti di lavoro che offre e l’indotto che genera. In senso ampio rappresenta un investimento sul territorio come qualsiasi altra opera pubblica. Il punto è che in quegli spazi si muove un microcosmo talmente complicato che né il buonismo esasperato né l’impulso repressivo incontrollato possono governare adeguatamente una realtà durissima per coloro che la vivono ad ogni livello nella sua quotidianità.

 

28-01-2024

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