Settembre 2021

EVENTI E MANIFESTAZIONI

SGARBI E LA SUA ‘APPASSIONATA INCOMPETENZA’

cultura

Eccolo. Lontano dal personaggio tv, alle prese con la sua ‘appassionata incompetenza’ il professor Sgarbi, che dichiara di non aver mai saputo fino a ieri dell’esistenza di un principe e del suo carro, tiene banco per 60 minuti all’auditorium Varrone nel primo dei due appuntamenti che lo vedono ospite della Fondazione per parlare delle mostre in corso a Palazzo Dosi.

Le parole rotolano come in una rincorsa che non permette allo spettatore di prendere fiato, lo trasportano tra epoche diverse, opere ed incontri, tra storia e filosofia, arte ed archeologia, scattando in avanti poi ritraendosi: una ‘discussione rapsodica’ come la definisce lo stesso relatore che conquista la platea.

“Oggi ho provato un’emozione straordinaria debbo ringraziare la Fondazione che mi ha invitato. Eccesso di lusinga ritenermi degno di attenzione su una materia così specialistica, ho la certezza che qui a Rieti c’è una parte essenziale dello spirito del mondo che si manifesta in queste forme parlando di qualunque artista in qualunque tempo e in qualsiasi luogo. Mi muovo come un amante non come un esperto. Guardo tutto questo con una luce diversa rispetto agli amici che hanno firmato questo catalogo, dal punto di vista del rapporto con la morte, con la storia e gli eroi. Entriamo dentro la storia tentando di ricostruire esattamente l’andamento delle cose secondo l’archeologia, l’antropologia e sociologia, oppure, come in molti facciamo, per trarre qualche godimento da ciò che vediamo? Gran parte dell’umanità, credo, viva questa seconda condizione con il compito di ricostruire un rapporto memorialistico: un dialogo con i morti di qualunque epoca, al di là della pietas, non un rapporto sentimentale o emotivo ma più grande, con il pensiero del mondo. Con quegli uomini, come noi, vissuti in modo completamente diverso, senza i mezzi tecnologici che oggi ci agevolano, eppure in grado di pensare con immagini sublimi che l’arte contemporanea in parte evoca. In questo dialogare noi troviamo una profondità della nostra condizione umana. Nonostante il progresso, credo sia oggi quasi impossibile avere il talento dell’artigiano che ha realizzato le lamine di questo carro esposte in mostra, di pregevole fattura. Questa esperienza manuale, l’intuizione formale, non so a quale livello tra arte o produzione industria o artigianato, producono opere che turbano facendoci sentire presente un’epoca, un tempo che non abbiamo mai pensato potesse vivere con noi. In questo senso dobbiamo essere grati all’archeologia.”

Tante le domande seminate lungo il percorso, relative al rapporto tra arte e archeologia, al ruolo di chi ‘deflora’ le tombe per ricerca storica o ritorno finanziario (“Il gesto clandestino ha in questo caso aperto una rotta. Anche il delinquente ha un raptus di conoscenza, un desiderio folle di conoscere la qualità degli oggetti rinvenuti”), all’opportunità o meno di riconoscere l’appartenenza territoriale delle opere (“Queste opere andranno a Fara in Sabina dove le vedrà un numero di persone, sicuramente sensibili, ma di molto inferiore a quelle che potevano vederle a Copenaghen in uno di più grandi musei del mondo”) ed infine al grande interrogativo su cosa può definirsi opera d’arte (“L’elmo di bronzo esposto è un oggetto d’arte, oggetto d’uso o celebrativo?).

Ma su tutto risalta il tema dell’immortalità: “In questa profanazione abbiamo un messaggio che arriva dall’aldilà che ci conforta, come se quei morti non fossero morti: l’immortalità è quindi legata non alla fede ma all’arte, alla condizione nella quale uomini lontani parlano per noi oggi a distanza di tremila anni.  Mentre li guardavo li sentivo singolarmente presenti qui a Rieti.”

16_09_21

ph M. D'Alessandro

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