a cura di Massimo Palozzi

Giugno 2024

IL DOMENICALE

SANT’ANTONIO, REATINO PER CASO

chiesa, storia, tradizioni

di Massimo Palozzi - Con la solenne processione dei ceri, si chiude oggi l’edizione 2024 del Giugno Antoniano Reatino. Un’edizione come al solito ricca di appuntamenti religiosi, culturali e ricreativi per fortificare la devozione popolare nei confronti di sant’Antonio di Padova. Non una semplice rievocazione agiografica, dunque, quanto un’attualizzazione della sua presenza attiva all’interno della comunità locale.

In vita il taumaturgo portoghese fu capace di attrarre schiere di persone di ogni estrazione sociale, rivolgendosi indifferentemente tanto agli eruditi quanto agli analfabeti. I suoi sermoni conquistavano i dotti porporati e al contempo richiamavano folle di semplici fedeli che ambivano a una confessione con lui.

Dopo la morte quella fascinazione è rimasta intatta. Sicuramente a Rieti, dove Antonio è il Santo per antonomasia, nonostante le abbondanti tracce della presenza di san Francesco o la dedicazione della città come patrona a santa Barbara o la canonizzazione nel 1234 di san Domenico di Guzman in cattedrale.

Il perché di tanto entusiasmo resta per certi aspetti un mistero. Antonio non era infatti reatino né passò da queste parti durante gli anni della sua predicazione. Ebbe, come ovvio, un rapporto strettissimo con Francesco, nato già in età giovanile prima ancora di conoscerlo personalmente, quando decise di lasciare il bianco abito agostiniano per indossare il dimesso saio dei francescani ed entrare nell’Ordine per cui ricoprì incarichi apicali e di grande prestigio. Ma dei mille luoghi toccati nel corso della sua breve e intensissima esistenza, Rieti e il Reatino non fanno parte.

A cosa si deve dunque un simile attaccamento? Sostanzialmente a un incidente della storia. La morte colse Antonio a 36 anni la sera del 13 giugno 1231. Avvertendo prossima la fine, aveva chiesto di essere portato a Padova dalla vicina Camposampiero, dove si era ritirato. Alle porte della città tuttavia spirò, in una località chiamata Arcella. Subito la notizia si diffuse e la fama di santità del frate nato a Lisbona quasi precedette le esequie. Con una tempistica inconsueta per rapidità, ne fu decisa la canonizzazione mentre sul soglio pontificio sedeva papa Gregorio IX.

A quell’epoca la curia romana giocava un ruolo da protagonista nelle principali vicende politiche. Di Gregorio è ad esempio rimasta famosa l’irrisolta rivalità con l’imperatore Federico II di Svevia, che addirittura scomunicò nel 1227 per non aver organizzato sollecitamente la sesta crociata. Mentre il sovrano era alle prese con i preparativi e, soprattutto, con i negoziati diplomatici per la riconquista di Gerusalemme, il papa ne approfittò per armare una congiura contro di lui, sostenendo l’elezione di un nuovo re in Germania e sobillando i feudatari italiani.

A parte la curiosa circostanza di un imperatore cristiano scomunicato mentre è alla testa di una crociata, la mossa di Gregorio fu un autentico fallimento. Solo pochi dignitari seguirono il suo invito alla rivolta contro Federico, il quale non ci mise quindi molto a ristabilire l’ordine.

Una volta riconquistata una fragile pace, il papa dovette affrontare una serie di peregrinazioni che, grazie a un salvacondotto concessogli per uscire da Roma, nel 1232 lo portarono nuovamente a Rieti, dove già aveva risieduto nel 1227. Qui ricevette Federico in un incontro reso memorabile da un affresco attribuito al pittore secentesco sabino Vincenzo Manenti e conservato al Museo Civico di Rieti (sul cui sito web è però riportata l’indicazione errata di Federico Barbarossa, che invece era il nonno paterno di Federico II, morto nel 1190).

L’apparente cordialità del colloquio impressa nel dipinto nascondeva in realtà un conflitto mai sopito, tanto che sette anni più tardi l’imperatore fu nuovamente scomunicato da Gregorio IX. La scomunica venne pronunciata proprio a Rieti il 24 marzo 1239.

In quel fatidico 1232 la sosta reatina del papa fu davvero breve, appena il tempo necessario a ricevere la delegazione padovana in sostegno alla canonizzazione di Antonio. Una fiaccolata per le strade di Rieti accolse gli inviati patavini, accompagnandoli fino al Palazzo Papale al cospetto di Gregorio. Il pontefice era un sincero ammiratore di Antonio (lo aveva definito “Arca del Testamento”) e subito ne confermò l’imminente canonizzazione.

Senonché, il papa dovette sloggiare anche da Rieti per spostarsi nella tarda primavera dapprima a Terni e quindi a Spoleto, dove il 30 maggio 1232 lo proclamò santo, a meno di un anno dalla morte.

I reatini non la presero bene. Altre fiaccolate, questa volta di protesta, si snodarono per le vie del centro, dando così in un certo senso l’avvio a una tradizione che prosegue almeno dal 1400 e che oggi si rinnova con un’intenzione e una simbologia differenti ma sempre nel segno della straordinaria devozione verso un gigante della fede che mai mise piede in città.

È insomma probabile che se nei mesi successivi alla morte il papa non si fosse trovato a Rieti, il culto per sant’Antonio non avrebbe assunto le dimensioni che qui conosciamo. O forse non sarebbe proprio sorto, a prescindere dall’importanza di questa mirabile figura di frate, sacerdote, teologo e dottore della Chiesa.

 

30-06-2024

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