a cura di Massimo Palozzi

Giugno 2021

IL DOMENICALE

SABINA UNIVERSITAS, LA SITUAZIONE È GRAVE MA NON SERIA

università

di Massimo Palozzi  - Può un’affermazione essere al contempo esatta e imprecisa? In certi casi sì. Lo dimostrano le considerazioni del presidente della Fondazione Varrone Antonio D’Onofrio nel corso della conferenza stampa convocata lunedì a seguito delle polemiche dimissioni di Roberto Lorenzetti da presidente della Sabina Universitas e vicepresidente della stessa Fondazione.

L’assunto di partenza, attorno al quale ha ruotato il ragionamento del numero uno di via dei Crispolti, è che università e consorzio sono due cose distinte. Il che è vero. Anzi, talmente lapalissiano da spingere mercoledì il sindaco Antonio Cicchetti ad un commento tanto affilato quanto indicativo dei pessimi rapporti interni: “lo sappiamo, non abbiamo bisogno di professori” che ce lo spieghino.

In estrema sintesi, l’università è un’istituzione formativa di alta specializzazione la cui missione consiste nell’erogare corsi, formare studenti, sviluppare la ricerca.

Il consorzio costituisce invece il sistema di governo, chiamato a fornire indirizzo politico e finanziamenti per la fornitura dei servizi. Questo sulla carta. Allo stato, in realtà, il consorzio “è” l’università perché di fatto le due entità coincidono, non potendosi immaginare l’una senza il sostegno dell’altro. Naturalmente l’attuale modello organizzativo non si esaurisce come l’unico possibile e potrebbe essere modificato a piacimento. Del resto, la società consortile nei termini che conosciamo oggi è stata creata solo nel 2005, a distanza di undici anni dalla nascita della Sabina Universitas che nel 1994 prese il via sotto forma di fondazione.

Finché non verrà trovata una soluzione diversa ma parimenti funzionale, il consorzio resta tuttavia il motore e l’anima dell’università a Rieti. Di conseguenza, i soci che a vario titolo ne fanno parte hanno il dovere di garantirne in primis la sopravvivenza e poi in special modo la crescita e le prospettive future. Finora ci sono riusciti in minima parte, segnalandosi spesso per una convivenza rissosa e reciprocamente mal tollerata.

La preoccupazione per la tenuta dei conti da parte della Fondazione Varrone che, con il Comune capoluogo detiene il pacchetto più rilevante di quote, è quindi comprensibile. Pensare però di superare il consorzio senza offrire immediatamente un rimpiazzo adeguato, risulta quantomeno azzardato e le diatribe degli ultimi giorni lo hanno dimostrato in pieno.

La distinzione tra consorzio e università non ha in definitiva giovato alla causa e non ha nemmeno portato elementi di novità rispetto alle pesantissime dichiarazioni del dimissionario Lorenzetti, liquidato da D’Onofrio con parole perentorie: “se ho commesso un errore è stato quello di indicarlo per quel ruolo: un conto è essere uno studioso pure di indubbio valore, altro è saper gestire dinamiche societarie, peraltro di questa complessità”.

C’è poi un ulteriore capitolo dai risvolti sconcertanti. Martedì un comunicato senza firma su carta intestata Sabina Universitas (e dunque riferibile al consorzio ora presieduto al posto di Lorenzetti dall’avvocato Daniela Monteriù, designata nel cda dal Comune di Rieti), rintuzzava le accuse mosse il giorno prima da D’Onofrio allo stesso Comune e alla Provincia per la pesantissima condizione debitoria nei confronti del sodalizio appena reduce da una difficile ristrutturazione delle esposizioni con i due atenei partner, La Sapienza di Roma e Tuscia di Viterbo. Rispondendo direttamente “a recenti dichiarazioni di alcuni soci del consorzio” (cioè alla Fondazione Varrone, che ne è tra i principali azionisti), gli estensori si peritavano di stendere una sorta di puntuto fact-checking rispetto alle criticità sollevate da D’Onofrio sia per quanto riguarda la situazione contabile sia in relazione allo scarso appeal che il polo reatino eserciterebbe soltanto su un numero limitato di studenti. In particolare, veniva dedicata una cura piena di premure verso la posizione del Comune.

Se l’intento era di fare chiarezza e riportare serenità, non è evidentemente riuscito. La forma anonima del comunicato, l’apparente parlare a nome di tutto il consorzio senza che i soci ne sapessero invece nulla, per di più per fare le pulci a quello preminente e maggiormente esposto da settimane all’attenzione mediatica, ha fatto apparire l’operazione come un maldestro tentativo di tutelare nello specifico l’altro partner principale, quel Comune di Rieti che in fin dei conti non ne avrebbe avuto nemmeno bisogno, avendo profuso uno sforzo notevole, tanto più per un ente in predissesto. “È bene che tutti sappiano” – ha scandito infatti il sindaco Cicchetti – “che il Comune in quattro anni ha tirato fuori per l’università circa 2 milioni di euro, pagando non solo la parte associativa ma anche i debiti nei confronti del consorzio che aveva lasciato la giunta di centrosinistra”.

L’estemporanea sortita ha avuto comunque il pregio di risvegliare il senso di appartenenza dei soci minoritari ma non per questo minori per l’importanza del contributo dato all’esperienza accademica sul territorio. Sentitisi toccati nell’orgoglio e infastiditi dallo sgarbo comunicativo, Asl e Ordine degli Ingegneri hanno licenziato un’inedita nota congiunta per stigmatizzare le precisazioni dell’anonimo redattore e rivendicare, ciascuno per la propria parte, i meriti guadagnati nell’avventura universitaria reatina. La prima ha replicato quindi stizzita al solito D’Onofrio (che l’aveva descritta come gestore di un’attività parallela esorbitante dal contesto consortile) snocciolando riferimenti normativi e, soprattutto, numeri e successi dei corsi dell’area sanitaria. Il secondo ha invece sottolineato il costante impegno a supporto della Sabina Universitas, a differenza di altri ordini come quello dei Commercialisti già defilatosi da tempo, o quello degli Avvocati che nel 2015 ha votato l’uscita dalla società per la tradita promessa di attivare corsi in ambito giuridico e che per vederla attuata si è trovato costretto a ricorrere al tribunale.

In questo assurdo bailamme di dati diffusi e contraddetti, di puerile concorrenza interna e di assoluta confusione sul reale stato delle cose, risuona quantomai necessario l’invito ad abbassare i toni e riguadagnare serenità giunto dal commissario del Consorzio industriale, altro socio dalla presenza altalenante e ora rientrato nei ranghi, che pure non ha mancato di stigmatizzare le precisazioni della Sabina Universitas in risposta a D’Onofrio “da ritenere, oltre che istituzionalmente sbagliate, anche foriere di ulteriori dissapori all’interno della compagine societaria”.

Entro la fine del mese i soci riproveranno ad approvare il bilancio consuntivo la cui bocciatura a metà maggio è all’origine di tutto questo terremoto. Nelle more, un minimo incoraggiante appare il tentativo del Comune di convocare per venerdì prossimo un tavolo attorno al quale far sedere i massimi rappresentanti politici del territorio: oltre al presidente della Provincia, sono stati invitati i quattro parlamentari, l’assessore e i consiglieri regionali che, insieme ai partiti, hanno finora mantenuto un sostanziale silenzio sulla vicenda. L’iniziativa è stata prontamente benedetta dal presidente D’Onofrio, lesto a cogliere l’occasione per togliersi altri sassolini dalle scarpe. Così venerdì ha ribadito “la necessità di rimettere in linea il consorzio razionalizzando le spese e onorando le quote societarie e al contempo rafforzare l’offerta formativa verso il territorio, perché Rieti ha bisogno (e merita) una università vera”. Poi il ramoscello d’ulivo: “se per fare questo serviranno risorse aggiuntive, la Fondazione, ancora una volta, non farà mancare il suo apporto”.

Insomma, parafrasando Ennio Flaiano, la situazione è grave ma non seria.

 

13-06-2021

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