a cura di Massimo Palozzi

Luglio 2022

IL DOMENICALE

RIFIUTI E CONSUMO DI SUOLO, DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

di Massimo Palozzi - Lunedì il presidente della Provincia Mariano Calisse ha comunicato di aver presentato il 19 luglio ai sindaci del Reatino la bozza del nuovo Piano provinciale dei rifiuti per l’aggiornamento reso necessario dalle linee guida emanate dalla Regione Lazio. “C´è la necessità di procedere all’individuazione dell’impianto di discarica di bacino o dei siti idonei per l’eventuale realizzazione”, ha spiegato Calisse. “Il punto di arrivo è la suddivisione in Ato (Ambiti territoriali ottimali, n.d.r.), dove ogni territorio sarà in grado di smaltire i rifiuti che produce. Noi in questo siamo fortunati, dato che Rieti ha pochi abitanti e molto rispettosi, considerato che si produce pochissimo indifferenziato. Alla luce di questa premessa, oggi è il momento giusto per parlare di impiantistica”.

Ecco, appunto. Per un impianto come il termovalorizzatore di Roma è addirittura caduto il governo. A Rieti città sono in piedi tre grandi progetti in attesa dei finanziamenti ministeriali, tra cui quello per la produzione di metano e fertilizzanti da humus anaerobico vicino al centro di raccolta di Casapenta (gli altri due riguardano i cassonetti intelligenti per la raccolta differenziata nel centro storico e la creazione di una zona dedicata ai rifiuti ingombranti nei pressi della sede dell’Asm).

Partiamo dal presupposto che per l’individuazione delle aree in possesso dei requisiti e l’esclusione di quelle non adatte alla localizzazione degli impianti di gestione dei rifiuti esistono criteri specifici, in primis ambientali legati a beni paesaggistici, aree naturali protette, fasce di rispetto. Da tenere presenti sono pure gli aspetti idrogeologici e di difesa del suolo: aree di contenimento delle piene, aree sondabili, aree sottoposte a vincolo, senza dimenticare le peculiarità territoriali, dagli insediamenti umani alla presenza di infrastrutture sensibili.

Seguendo questi criteri sono stati selezionati 25 siti potenzialmente idonei. Il loro numero potrà essere ridefinito in base ad ulteriori valutazioni quali la prossimità alla viabilità esistente e le caratteristiche morfologiche, scartando ad esempio quelli a pendenza media eccessiva. Entro qualche giorno arriveranno alla Provincia i riscontri dei sindaci dei Comuni interessati, i quali a loro volta dovranno tener conto non solo delle prescrizioni di natura tecnico-giuridica ma verosimilmente anche dell’umore delle popolazioni amministrate.

La raccolta, lo smaltimento e il riciclo dei rifiuti è da sempre una materia delicatissima e sul territorio l’impiantistica ha conosciuto forti resistenze: basti ricordare da ultimo le vicende della centrale biogas di Vazia e quella simile di Borgorose.

Intervenendo lunedì alla festa dell’Unità, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha difeso ancora una volta la sua proposta di realizzare un termovalorizzatore e lo ha fatto evidenziando sia l’aspetto gestionale sia quello del risparmio sui costi. “Oggi paghiamo la Tari più alta d’Italia perché non abbiamo impianti”, ha spiegato. “Quando li avremo e li avremo pubblici, vedi il termovalorizzatore, potremmo ridurre la tassa di oltre 20 punti percentuali”. Ambiente e portafoglio costituiscono dunque il binomio su cui confida il primo cittadino per risolvere la perenne emergenza dei rifiuti che invadono le vie della Capitale. Un problema aggravato dall’incendio di Malagrotta dello scorso 15 giugno, seguito a quello che ha messo fuori uso l’altro Tmb sulla Salaria l’11 dicembre 2018.

Per Rieti all’orizzonte non si prospetta un termovalorizzatore. In Italia ce ne sono 37 e si trovano per lo più al Nord. L’ultimo è quello di Torino, ma risale al 2013. Di fatto negli ultimi dieci anni non ne sono stati più costruiti e addirittura il numero complessivo è sceso a causa della chiusura di alcuni di essi. In compenso Rieti continua ad esportare i suoi rifiuti a Viterbo.

L’impianto di trattamento meccanico biologico (Tmb) di Casale Bussi è stato autorizzato dalla Regione nel gennaio 2010 proprio per assorbire l’immondizia delle due province, con una capacità giornaliera massima di 600 tonnellate e un quantitativo complessivo annuo di 202mila. Nello stabilimento confluiscono i rifiuti urbani in senso stretto e quelli assimilabili provenienti da lavorazioni artigianali, industriali e commerciali. La struttura è finalizzata alla produzione di combustibile e di frazione organica stabilizzata, al recupero dei metalli e alla riduzione volumetrica della massa conferita. Alla fine, gli scarti non più utilizzabili vengono smaltiti nella vicina discarica in località Le Fornaci. E proprio qui sorge il nuovo impianto di compostaggio realizzato da Ecologia Viterbo, che diventerà operativo da settembre e servirà anche il Reatino. La presentazione è avvenuta lo scorso 5 giugno, in occasione della 52esima Giornata mondiale dell’Ambiente. L’attività sarà in grado di ricevere circa 30mila tonnellate all’anno di rifiuti urbani organici provenienti dalla raccolta differenziata e di rifiuti verdi derivanti da sfalci, potature e ramaglia. Dopo un primo trattamento il materiale subirà un doppio processo di stabilizzazione, sfruttando le “migliori tecnologie al momento disponibili sul mercato”, come ha precisato con orgoglio l’amministratore delegato dell’azienda Pierpaolo Lombardi. Al termine l’organico sarà trasformato in compost di alta qualità da impiegare in agricoltura. Tutte le fasi della lavorazione si completeranno nell’arco di 90 giorni.

A dispetto di una certa “riflessività” di Rieti, il capoluogo della Tuscia si muove con grande velocità nello sviluppo e nell’applicazione di tecnologie per il superamento delle sempre maggiori problematiche create dai rifiuti. Il fatto che accolga quelli prodotti da Rieti è solo all’apparenza una buona notizia per i fautori del Nimby. Perché al di là dell’autosufficienza che ogni provincia dovrà prima o poi raggiungere, la scelta di puntare su un’impiantistica all’avanguardia, alimentata pure da quello che buttiamo via qui, significa un ribaltamento sostanziale e lungimirante dell’ottica con cui si guarda a quegli avanzi, che da noi sono semplicemente scarti da eliminare, mentre per loro diventano risorsa.

La questione è complessa. Le perplessità e le obiezioni dei contrari a certi tipi di impianti mantengono una certa fondatezza. E però altrettanto solide appaiono le tesi contrarie sostenute dai favorevoli. Così l’argomento resta controverso senza che si riesca ad avere un quadro prospettico di assoluta affidabilità, basato su evidenze scientifiche inoppugnabili.

Sul piano metodologico sarà interessante capire che tipo di confronto sindaci e presidente della Provincia (in passato pronto a cavalcare l’insofferenza dei residenti) intavoleranno con i cittadini. Sul versante pratico, si manifesta sempre più impellente una soluzione definitiva per ovviare al pendolarismo dei nostri rifiuti che, oltretutto, comporta un aggravamento dei costi e dell’incidenza sull’inquinamento causata dai camion adibiti al trasporto.

La difesa dell’ambiente non può del resto rimanere confinata nelle convenienze minute ma va condotta con azioni sinergiche e coordinate. La gestione dei rifiuti è in questo senso soltanto un tassello.

Martedì è stato diffuso il rapporto Snpa 2022 contenente il quadro aggiornato dei processi della copertura del suolo. I risultati sono piuttosto sconfortanti. Tra il 2006 e il 2021 l’Italia ha perso 1.153 chilometri quadrati di suolo naturale o seminaturale, con una media di 77 chilometri quadrati all’anno, a causa principalmente dell’espansione urbana. Rendendo il suolo impermeabile, il fenomeno provoca allagamenti e ondate di calore e determina la perdita di aree verdi, biodiversità e servizi ecosistemici, per un danno economico stimato in quasi 8 miliardi di euro all’anno. Nel solo 2021 a livello nazionale sono stati consumati 19 ettari di suolo al giorno, il valore più alto degli ultimi dieci anni. In provincia di Rieti ne sono andati perduti 8.578, il 3,12 %, pari a 567 metri quadrati per abitante, con un aumento di 30,89 ettari consumati rispetto all’anno precedente.

Nel Capoluogo l’anno scorso ci siamo mangiati 1.486 ettari di terreno, pari al 7,2%, registrando un incremento del consumo di suolo sul 2020 di oltre 2 ettari (per l’esattezza, 2,03).

Di fronte a questi numeri appare evidente la differente sensibilità sviluppata sul tema, visto che un piccolo impianto per la produzione di biogas scatena proteste e mobilitazioni popolari, mentre la perdita irreversibile di ampie superfici di terreno vergine lascia sostanzialmente indifferenti. Sarà mica il caso di ricalibrare gli equilibri della coscienza ambientale, sia individuale che collettiva?

 

31–07-2022

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