a cura di Massimo Palozzi

Aprile 2022

IL DOMENICALE

REATINI: POCHI, ANZIANI E SFIDUCIATI

città, lavoro, politica, società

di Massimo Palozzi - Giovedì il Consiglio dei ministri ha ufficializzato le date per le elezioni amministrative: 12 giugno il primo turno (insieme ai referendum sulla giustizia) e due settimane dopo, il 26, l’eventuale ballottaggio.

Con quelle scadenze all’orizzonte, la settimana appena trascorsa ha fornito un’inusuale tripletta di rilevazioni per fotografare nel profondo lo stato del territorio: tanti dati da mettere a sistema e gran lavoro per gli analisti, chiamati a trarre una sintesi e qualche presagio per il futuro.

Il primo studio è stato commissionato all’istituto di ricerca Eures dalla Uil Lazio per monitorare le dinamiche imprenditoriali e del mercato del lavoro nel 2021. Il quadro che ne esce è piuttosto sconfortante, accentuato dal paradosso della crescita del numero delle imprese registrate, cui fa da contraltare la contrazione di quello delle persone occupate.

Dall’analisi emerge infatti che su 75mila posti persi a livello regionale nel 2020, appena 7mila sono stati recuperati nel 2021: nemmeno il 10 per cento, contro il 40 della media nazionale.

In provincia di Rieti, al 31 dicembre le imprese erano 15.659, lo 0,8 per cento in più rispetto al 2020. L’incremento è stato registrato principalmente nell’edilizia, grazie alle diverse misure di sostegno al settore. I vari bonus hanno rappresentato senza dubbio una vitale boccata d’ossigeno, appesantiti però dal rischio di una bolla destinata a scoppiare con la fine degli incentivi. La crescita maggiore di occupati appartiene proprio al comparto edile (+1.500) e buone notizie giungono pure dalla ripresa dell’export. A livello provinciale, nel 2021 si è registrato un incremento delle esportazioni pari al 9,7 per cento, da 369,5 a 405,4 milioni di euro in termini di valore assoluto, ma è l’unico spiraglio positivo in un contesto caratterizzato dall’erosione di 1.700 impieghi in due anni.

Nel 2019 gli occupati nel Reatino erano circa 58mila, scesi a 56.600 nell’anno di esplosione della pandemia e ulteriormente calati a 56.300 nel 2021. A contribuire in maniera massiccia al saldo negativo è stata l’agricoltura, dove sono spariti 1.400 posti, pari al 47,5 per cento del totale. Male anche i servizi, con 600 addetti in meno, equivalenti all’1,3 per cento.

Al dinamismo imprenditoriale che ha portato alla crescita numerica delle aziende non si accompagna dunque un parallelo incremento del tasso di occupazione. E a rimetterci sono come sempre le donne: nel periodo considerato sono state infatti 1.200 quelle espulse dal mercato del lavoro, a fronte di “soli” 500 uomini.

In questo desolante panorama, le strategie di Takeda per il 2021-2025 assumono allora un valore ancor più elevato. La multinazionale giapponese, leader del comparto biofarmaceutico, ha illustrato giovedì un poderoso piano di investimenti da 275 milioni di euro in un quinquennio, concentrato quasi per intero sui due stabilimenti di Rieti e Pisa. In particolare, 100 milioni saranno destinati all’acquisto e all’installazione di nuovi macchinari nel sito di via della Chimica.

Attiva da oltre 240 anni in più di 80 paesi con circa 47mila addetti, l’azienda ha deciso di consolidare ulteriormente la produzione di farmaci plasmaderivati, di cui detiene già una quota di mercato significativa a livello mondiale. In Italia i dipendenti sono oltre 1.100. Circa la metà di loro lavora a Rieti nel frazionamento del plasma, dal quale si ricavano proteine fondamentali per il trattamento di patologie gravi e malattie rare. Sulla scia di questi investimenti, la capacità produttiva degli stabilimenti di Rieti e Pisa verrà incrementata del 100 per cento entro il 2025, con un consistente reclutamento di risorse umane stimato in oltre 150 assunzioni.

Takeda a parte, il tessuto economico locale appare piuttosto sfibrato, dovendo fare i conti anche con un andamento demografico ormai consolidato, oggetto della seconda rilevazione uscita in questi giorni. I dati Istat al 31 dicembre 2020 confermano infatti come Rieti sia la provincia più anziana nel Lazio, con un’età media che supera i 47 anni e 240 ultrasessantacinquenni ogni 100 ragazzi tra 0 e 14 anni.

Rispetto all’anno precedente la popolazione è diminuita di 1.162 residenti, passando da 152.497 abitanti a 151.335, vicinissima alla soglia psicologica delle 150mila unità. Il fenomeno non riguarda soltanto i piccoli centri. Marcetelli, ad esempio, è il comune italiano con il maggior incremento di residenti rispetto al 2019 (+10,1 per cento), mentre Collegiove è quello con il decremento più pronunciato (-8 per cento). In mezzo si colloca Rieti, che a livello regionale risulta tra i comuni con le perdite più consistenti: 687 abitanti in meno, con la popolazione scesa da 46.604 a 45.917 iscritti all’anagrafe.

In calo anche il tasso di natalità, passato dal 6,1 al 6 per cento del 2020, mentre aumenta specularmente il tasso di mortalità, cresciuto in un anno dal 12,4 al 14 per cento. Tralasciando l’incidenza del Covid, il dato appare come diretta conseguenza dell’anzianità della popolazione.

A pesare sulla struttura demografica provinciale c’è poi la voce relativa al tasso migratorio estero. L’indicatore resta positivo in tutte le province del Lazio, ma si riduce in modo consistente rispetto al 2019 (dal 3,6 al 2,5 per mille) con l’unica eccezione proprio di Rieti, dove invece si registra un aumento, dal 2,5 al 3,4 per mille.

Curioso, per concludere, il cosiddetto rapporto di mascolinità, vale a dire il rapporto tra maschi e femmine. Quello più alto a livello regionale viene toccato proprio a Rieti, che con un indice di 98,6 segna una netta prevalenza di donne rispetto agli uomini.

Giovedì, infine, è stata la volta dell’incontro pubblico all’Auditorium Varrone, convocato nell’ambito delle attività dell’osservatorio socio-politico RiData su iniziativa della Diocesi. Il titolo era tutto un programma: “Rieti quanto conta?”. Una domanda che sottendeva un metodo, quello di utilizzare i dati per misurare lo stato di salute del territorio, declinato nello specifico in sue sessioni di lavoro.

Con la prima relazione Roberto Morea, esperto in previsioni economiche e analisi statistiche, ha puntato l’attenzione sugli studi dei principali istituti di ricerca italiani. L’esito è stato ancora una volta assai poco incoraggiante. Oltre alle lacune già rilevate, Rieti sconta un pessimo posizionamento in termini di digitalizzazione, mostrando notevoli ritardi nella competitività del sistema produttivo e nella propensione all’investimento, acuiti dalla debolezza delle infrastrutture e delle reti di trasporto. Elevate criticità si riscontrano pure in tema di sostenibilità ambientale per la inefficace gestione di scorie e rifiuti, così come per il consumo e riconversione di energia. Ciliegina sulla torta, tutti gli istituti di ricerca coinvolti sono concordi nell’evidenziare le enormi difficoltà in relazione alla capacità amministrativa del Comune capoluogo, dove non si salva praticamente niente: bilancio, governance, gestione del personale, servizi, appalti, ambiente. Voci in rosso, dove a elevati livelli di spesa corrisponde una bassa qualità dei servizi pubblici.

A parziale compensazione, a Rieti risulta migliore solo la situazione della sostenibilità sociale relativa al contenimento della fragilità e ai livelli di giustizia e sicurezza, con quest’ultima, aggiungiamo noi, in progressivo deterioramento.

Il secondo report, illustrato dagli statistici Daniela Mastroiaco e Pierpaolo Berrettoni, ha preso invece in esame l’utilizzo dei fondi europei da parte di aziende e amministrazioni. L’indagine ha consentito di fissare i progressi della progettualità posta in campo nel corso degli ultimi anni, risultando particolarmente interessante alla luce delle sfide portate dal Pnrr. Nel periodo 2014-2020 sono stati 1.267 i progetti presentati e in larga parte completati. Di questi, l’86 per cento ha però riguardato l’impiego di risorse in occupazione e mobilità dei lavoratori, ad ennesima riprova delle difficoltà del sistema produttivo locale.

All’evento ha partecipato il Commissario alla Ricostruzione sisma 2016 Giovanni Legnini, il cui discorso è stato incentrato sull’irripetibile opportunità di affrontare e dare risposte concrete alle problematiche segnalate, a partire dagli investimenti del Pnrr e dal fondo specifico dedicato alle aree colpite dal terremoto. Le cifre sono di tutto rispetto: un miliardo e 780 milioni di euro andranno alla riqualificazione delle infrastrutture, alla transizione ecologica e digitale, al sostegno del lavoro dei giovani e delle donne e all’inclusione sociale. Una frazione dei fondi sarà messa a disposizione delle imprese e delle università, ma la gran parte sarà destinata agli enti locali, sollecitati quindi a un impegno straordinario per rafforzare la capacità attuativa dei progetti.

Su Rieti sono stati previsti interventi importanti, quali il centro di ricerca e alta formazione, quello per la conservazione e il restauro dei beni culturali, il recupero dell’ospedale vecchio, il treno a idrogeno, la riqualificazione delle stazioni ferroviarie, le opere per la rigenerazione urbana e la viabilità.

Immersi in un simile scenario, le piccole beghe da campagna elettorale appaiono distanti anni luce dalla vera dimensione dei problemi. Un bagno di realismo (e di umiltà) farebbe bene a tutti, soprattutto a chi ha avuto di recente responsabilità amministrative e di governo. Magari cominciando dal cronoprogramma ribadito dal vescovo.

Mons. Domenico Pompili ancora una volta ha rilanciato la necessità di vincere rapidamente la sfida delle infrastrutture fisiche e digitali, con un richiamo a perseguire “con ostinazione” gli obiettivi prioritari individuati, per l’immediato, nel completamento della Rieti – Torano e, in prospettiva, nella realizzazione della “ferrovia dei due mari”. Senza dimenticare scuola e sanità, cardini della società nell’ampia trama dello sviluppo sostenibile per superare l’autocommiserazione e fare di Rieti uno snodo invece di un tappo, come è stato efficacemente sintetizzato al termine della tavola rotonda.

 

03–04-2022

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