a cura di Massimo Palozzi

Agosto 2021

IL DOMENICALE

MATTI E MATTONI

città, sanità, storie

di Massimo Palozzi - Annunciata mercoledì a margine di una riunione promossa dal Garante dei detenuti del Lazio con il presidente di quello nazionale e con il capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, verrà inaugurata domani la Rems di Rieti alla presenza del presidente della Regione Nicola Zingaretti, con gli interventi dello stesso responsabile del Dap Bernardo Petralia, dell’assessore regionale alla Sanità Alessio D’Amato, del direttore generale della Asl Marinella D’Innocenzo e del prefetto Gennaro Capo.

Con il taglio del nastro diventa dunque operativa la struttura dedicata all’internamento degli autori di reati affetti da disturbi di mente. Rems è infatti l’acronimo di Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, l’istituto che dal 2015 ha sostituito i vecchi manicomi criminali.

L’immobile è da tempo pronto ad accogliere una popolazione maschile di 15 persone nell’area dell’ex ospedale psichiatrico, accanto all’Hospice San Francesco. Al netto della parata di autorità, la realizzazione assume particolare rilievo non soltanto sotto il profilo della civiltà giuridica e dell’assistenza sanitaria, ma anche più prosaicamente come investimento pubblico destinato a generare preziose microeconomie per il territorio.

La storia delle strutture manicomiali e dei trattamenti per i malati psichici in Italia conobbe una svolta decisiva con la legge Basaglia che nel 1978 dispose l’istituzione dei servizi di igiene mentale e la chiusura degli ospedali psichiatrici (unico Paese al mondo a farlo). A quell’epoca solo nel 55% delle province italiane era attivo un ospedale psichiatrico che non fosse sotto il controllo privato e tra queste figurava Rieti con il suo manicomio intitolato a San Francesco. Ora riconvertito in sede della Asl, in molti ricordano come prima di essere smantellato svolgesse una singolare funzione supplementare di pubblica utilità, con i campi da calcio e da tennis messi a disposizione dei “normali” che stavano fuori.

Nel novembre del 2019 proprio in quei locali è stata allestita la ricchissima mostra permanente “Museo della Mente. C’era una volta il Manicomio”. A curarla il dottor Manlio Paolocci, per lunghi anni medico in servizio allo psichiatrico e memoria storica di una pagina piuttosto significativa dell’ultimo secolo della vita cittadina. Perché in effetti dal 1923 esisteva a Rieti il Ricovero di Mendicità come succursale dell’ospedale romano Santa Maria della Pietà, diventato in seguito Autonomo manicomio Umberto I. Con il trasferimento nel 1947 a villa San Basilio si compì il passo decisivo. Nella nuova struttura vennero infatti ospitati moltissimi degenti, con punte che toccarono le 900 presenze distribuite nei padiglioni immersi nel verde di un grande parco fino alla chiusura a dicembre 1999.

L’apertura della Rems si cala insomma all’interno di un tessuto sociale già avvezzo alla gestione del disagio psichico e memore di figure rimaste nel folklore del recente passato, per dirla con un’espressione poco elegante ma certamente efficace.

La conclusione del procedimento autorizzativo cade del resto in concomitanza con un tragico anniversario. Alla fine di luglio 1984 veniva rinvenuto lungo l’argine di un fosso a Campoloniano il corpo in avanzato stato di decomposizione di Paolo Onito, da tutti conosciuto come Paolo “lu Mattu”. Tra gli anni Settanta e Ottanta era tra i personaggi “tipici” della Rieti del tempo, ancora non toccata dalle dolorose esperienze degli accampamenti sotto i ponti dei senza fissa dimora (giovedì, prima ancora dell’avvio delle somministrazioni, in oltre 200 erano in fila davanti al camper per la vaccinazione anti-Covid a piazzale Leoni). Le persone “bizzarre”, fuori dalle convenzioni, si potevano davvero contare sulle dita di una mano: oltre a Paolo il Matto, Charlie “Sbronson” (per la dipendenza dall’alcol), lo stralunato Marcomin, anche lui vittima del bere e delle esalazioni della Snia Viscosa, la pittoresca matura prostituta che si offriva soprattutto ai militari di leva con il “nome d’arte” di Piscinetta. E Lottino, con il suo eccentrico abbigliamento finto-nobiliare, abitante di un tempo diviso tra il tifo sfrenato per il Rieti calcio e la vendita di accendini e cianfrusaglie varie in piazza e dintorni.

A pochi in realtà interessava conoscere le storie di disagio personale dietro a macchiette che suscitavano battutine e ilarità. La più terribile riguardò proprio Paolo Onito. Quando morì, massacrato a colpi di pietra da un sedicenne con il quale si era appartato, aveva 44 anni. Le modalità dell’assassinio ricordarono quelle di un altro delitto eccellente, l’omicidio Pasolini, solo che qui la vittima non era un grande intellettuale ma un figlio di N.N., abbandonato alla nascita alla “Ricezione illegittimi” di Rieti, poi affidato al brefotrofio di Narni e quindi assegnato al manicomio di via del Terminillo con l’etichetta “pericoloso a sé e agli altri”. Pare che proprio in manicomio, dove rimase fino al compimento della maggiore età, dovette subire gravi abusi, crescendo così preda di quei demoni che lo avrebbero accompagnato per tutto il corso di una difficilissima esistenza. Anche la sua confusa sessualità finì per perdersi nel gorgo della pederastia, tanto da farlo formalmente dichiarare “corruttore di minorenni”. Sopravvisse alla meglio, girovagando per la città a reclamare con voce stentorea un attimo di attenzione o in prima fila a portare la croce con il saio nero durante la processione di Sant’Antonio. Provarono anche a “recuperarlo”. Ad integrarlo con un lavoro. L’Asm lo assunse come netturbino, ma durò poco. Non resse le regole e la disciplina di un’occupazione stabile. Un lampo di gioia lo provò forse quando qualcuno lo irretì con la prospettiva di un matrimonio con una bella straniera dell’est a cui in realtà serviva un marito italiano per ottenere la cittadinanza. Alla cerimonia in Comune si presentò in smoking, ma fu un’illusione. La donna si dileguò immediatamente e lui rimase ancora una volta solo e abbandonato con i pochi spiccioli ricevuti per essersi prestato alle nozze combinate. Da quel momento la discesa verso il baratro si fece vorticosa. Le mercenarie frequentazioni omosessuali decretarono la sua fine, avvenuta il 25 luglio di 37 anni fa per mano di un adolescente, nonostante si sia a lungo teorizzato che potesse trattarsi dell’opera di un “branco”.

In una Rems in Sardegna come quella che si apre domani in via Tavola d’Argento è invece attualmente ristretto Luigi Chiatti, noto come il “mostro di Foligno”. Tra l’ottobre 1992 e l’agosto 1993 Chiatti assassinò con freddezza e brutale ferocia due bambini, Simone Allegretti di appena 4 anni e Lorenzo Paolucci di 13. Condannato in via definitiva a trent’anni con il riconoscimento della seminfermità mentale, dopo aver scontato la pena in carcere si trova dal 2015 internato a Cagliari. Nel 2020 il Tribunale di Sorveglianza ne ha disposto la proroga per altri due anni.

Con Paolo Onito Chiatti condivide l’esperienza dell’orfanatrofio a Narni (anche se venne adottato da una famiglia della buona borghesia umbra) e le violenze patite da piccolo. E condivide pure un certo legame con Rieti, visto che la mamma naturale, una ragazza madre non in grado di prendersene cura quando nacque nel 1968, viveva proprio qui all’epoca dei delitti.

 

01-08-2021

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