a cura di Format

Dicembre 2021

#ORGOGLIO REATINO

L’INEDITO. LA CAPPELLA FUNERARIA DELLA FAMIGLIA POTENZIANI A COLLE S. MAURO

A cura di Letizia Rosati, storica dell’arte

arte, cultura, storia, storie

di Letizia Rosati  - Vi accompagnerò in una scoperta, un viaggio inaspettato nel nostro patrimonio artistico. Io che che ho lungamente studiato la storia dell’arte del territorio, non credevo che ci fosse ancora qualcosa di nuovo da scoprire. Mi sbagliavo! Un patrimonio che definisco locale solo per ubicazione ma che è romano per concezione e linguaggio espressivo.  Oggi posso dire con orgoglio di aver scoperto un bene nascosto. E’ una creazione del primissimo Novecento fortemente sensibile ai fermenti culturali della Roma sabauda di fine Ottocento.

Conoscete il verdeggiante colle S. Mauro e il convento dei Cappuccini? Credo di si! Conoscete Villa Potenziani? Credo di si! Ma conoscete la cappella funeraria che si erge a pochi passi dall’uno e dall’altra? Penso di no perché difficilmente visitabile e concepita come opera privata.           

Un committente ed il suo artista 

La cappella fu voluta dal giovane principe Lodovico Potenziani e dalla madre Maria tra la fine del 1899 e la fine del 1902 per omaggiare l’ottimo padre e coniuge Giovanni come si legge nell’iscrizione della controfacciata; all’epoca il principe aveva circa venti anni ed era prossimo alle nozze con la futura moglie Maddalena Papadopoli, veneziana, che sposerà il 21 febbraio del 1903.

Egli non badò a spese perché la cappella costò 27.000 £ che corrispondono attualmente a circa 126.000.00 €.

Dall’analisi stilistica dei dipinti, che impreziosiscono la cappella di colle S. Mauro, si evince che il principe fu raffinato conoscitore della cultura artistica del momento come ben si vede nelle scelte estetiche che caratterizzano le pitture.

Ma cos’era l’arte contemporanea sul finire dell’Ottocento a Roma? Era un linguaggio fortemente eclettico declinato nei vari revivals medioevali al cui interno spiccava il neobizantinismo assai diffuso nell’arte sacra e che aveva nell’oro la sua cifra connotante. In quella temperie culturale non mancava certo l’eco della Secessione viennese, dei Preraffaeliti e delle Arts end Crafts londinesi.

Tutti elementi che non faticheremo a trovare nelle pitture della nostra cappella funeraria.

Ciò premesso per il principe era dirimente scegliere un valente pittore conoscitore ed interprete di quelle tendenze. La scelta cadde sul romano Pietro Mengarini ( Roma 1869- Roma 1924 ) e non sul locale Antonino Calcagnadoro, decisamente, a quella data, troppo giovane.

Ma chi è questo artista totalmente estraneo al circuito cittadino? E’ veramente interessante scoprire una serie di congiunture certamente non casuali perché Mengarini fu allievo di Giulio Rolland, il celebre pittore modenese che all’inizio del 1901 aveva impreziosito la città con gli splendidi affreschi, in stile neopompeiano, della cupola del teatro di Rieti. E’ evidente quindi che siamo oltre le casualità. Mengarini poteva vantare quindi una solida formazione accademica, un’esperienza collaudata in cicli decorativi di grandi dimensioni perché aveva già collaborato, nel 1890, col maestro a Macerata nella decorazione dell’aula magna dell’Università. Artista vicino all’ambiente sabaudo dava tutte le garanzie per un risultato di qualità visto che per le "pitture e dorature della cappella", fu pagato 3.500 lire. Una cifra decisamente importante se la confrontiamo alle 10.000 £ che il Rolland aveva appena ricevuto per i lavori della cupola e la sala degli Specchi.

Le pitture mostrano una distanza molto evidente con la produzione successiva e nota del Mengarini sia per la tecnica, che per i soggetti e lo stile facendo supporre, non solo un percorso individuale di maturazione artistica, ma l’evidente necessità di adeguarsi ad una richiesta del committente. Egli è figura di spicco nella capitale per essere stato sempre membro attivo della Società degli amatori e cultori delle belle Arti e per la sua vicinanza al Divisionismo sin dal 1904 che aveva assimilato da Giovanni Pelizza da Volpedo. Tutta la sua produzione nota sono dipinti da cavalletto ad olio assolutamente diversi dal ciclo Potenziani. I soggetti della maturità sono vedute della Roma del tempo oppure quadri carichi di intimismo e verismo sociale. La sua partecipazione alla Secessione romana e tante mostre tra Venezia e Milano lo fa emergere come artista di punta alternativo all’esperienza delle avanguardie storiche. 

Lo stile del ciclo Potenziani è tutt’altra cosa perché teso all’esaltazione del casato attraverso l’ostentazione dell’oro. Non abbiamo infatti in città nessuna opera così preziosa né di quel periodo, né delle epoche precedenti.

Ma non basta!

Il programma iconografico della cappella, teso alla celebrazione del padre Giovanni, svela e cela all'interno di iconografie giudaico-cristiane, chiari riferimenti alla cultura esosterico-massonica per una, verosimile, filiazione romana del genitore.

Il rivestimento aureo dell’intero abside allude al sole, fonte della conoscenza secondo i fondamenti della massoneria; particolarmente preziose anche le decorazioni delle decorazioni delle vesti del Cristo, della Madonna, S. Giovanni Battista, patroni dei due genitori. Altrettanto raffinata la resa di aureole e turiboli che sono accuratamente punzonati a rilievo secondo una maestria tipicamente medioevale.

Nella pareti laterali, invece, secondo la migliore tradizione aristocratica le due lunette che sormontano i sarcofagi presentano i feudi di famiglia. Al culmine i simboli di due Evangelisti nelle sembianze alate: il leone di S. Marco, che allude a Venezia, quindi all’imminente matrimonio con la Papadopoli, e S. Giovanni evangelista, patrono del padre, nel simbolo dell’aquila che ricorrerà ben altre quattro volte nel cornicione sottostante. L’autore dell’Apocalisse era molto caro alle logge le quali iniziavano le loro adunanze con la letture del testo sacro e festeggiavano due feste durante l’anno: quella legata a S. Giovanni evangelista e quella legata a S. Giovanni decollato, cioè il Battista raffigurato nell’abside di fronte alla Madonna.

Anche il curioso monogramma nel sottarco presenta simboli che alludono ai temi della conoscenza del tempio massonico come la luna che rappresenta la luce e la conoscenza riflessa.

Questa scoperta, che sarà puntualmente documentata negli Atti del convegno del 26 novembre 2021, pone anche la questione del problema conservativo perché le pitture murali a secco sono purtroppo in fase di desquamazione.

Rieti pertanto si fregia di un’opera fino ad oggi inedita e carica di significati che apre uno squarcio nella rilettura della formazione del principe Lodovico oltre che di un altro manufatto di rara bellezza e complessità culturale nella nostra città.

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