a cura di Massimo Palozzi

Giugno 2021

IL DOMENICALE

LORENZETTI-FONDAZIONE, SCONTRO FRONTALE SULL’UNIVERSITÀ

amministrazione, politica, università

di Massimo Palozzi - Le fragorose dimissioni di Roberto Lorenzetti da presidente dalla Sabina Universitas e da vicepresidente della Fondazione Varrone hanno scoperchiato un vaso di Pandora dalle conseguenze inimmaginabili. Che l’aria dentro Palazzo Potenziani fosse meno rarefatta rispetto ai passi felpati mossi di solito in quegli ambienti lo sospettava più di qualcuno, ma che i dissidi avessero raggiunto simili picchi ha colto un po’ tutti di sorpresa.

Lorenzetti se n’è andato sbattendo la porta per non diventare, come ha detto lui stesso, il commissario liquidatore della Sabina Universitas. Gli esiti dello psicodramma in corso risultano al momento imprevedibili: di certo autorizzano a temere per il futuro dell’università reatina, sempre alle prese con un’irrisolta crisi adolescenziale.

Il punto di rottura lo si è raggiunto a metà maggio, quando proprio su iniziativa della Fondazione (che insieme al Comune di Rieti detiene la maggioranza delle quote) è stato bocciato il bilancio preventivo redatto dal precedente management. Lorenzetti e l’attuale consiglio di amministrazione sono infatti in carica solo dal 2 febbraio. Nel frattempo, agli impegni previsti nel bilancio ancora da approvare è stato comunque dato corso con la sottoscrizione dei relativi contratti, motivo per il quale l’ormai ex presidente della Sabina Universitas ha ritenuto una sorta di beffa il blocco dell’atto proprio da parte dell’ente al cui vertice siede da tre anni Antonio D’Onofrio, rappresentandone la continuità anche amministrativa.

Sarebbe tuttavia sbagliato circoscrivere il conflitto allo scontro personale tra i due. Di sicuro il da poco ex direttore dell’Archivio di Stato ce l’ha con i metodi e le politiche dell’ex presidente di Federlazio. Nella sua per nulla diplomatica lettera di dimissioni, la chiamata in correità investe del pari la gran parte dei soci del consorzio, a suo giudizio non soltanto responsabili di non averlo supportato, ma di averlo di fatto osteggiato assecondando la linea D’Onofrio.

Stando allo sfogo pubblico ripreso dalla stampa, Lorenzetti si è sentito usato per fare il lavoro sporco e portare a morire con una sorta di eutanasia quello che resta del polo accademico reatino. Se davvero fosse questa l’intenzione di chi lo ha nominato quattro mesi fa, si tratterebbe della messa in opera di un piano di inaudita gravità. Per quanto mostruoso, il sospetto sembra trovare una sponda almeno nel sindaco Antonio Cicchetti: “Non vorrei – ha commentato a caldo il primo cittadino – che ci fosse da parte di qualcuno un tentativo di fare lo sgambetto al Comune dicendo che servono altri 200mila euro”.

Certo, in quel caso ci troveremmo al cospetto della più eclatante dimostrazione di errore di calcolo, visto che la storia e la personalità di Lorenzetti poco o nulla si acconciano per dipingerlo come uno yes-man. Non bastasse la mole di studi storici che da oltre quarant’anni portano la sua firma e la lunga esperienza all’Archivio di Stato (terminata appena lunedì scorso con il pensionamento), sarebbe stato sufficiente riandare indietro con la memoria al 1994 quando accettò di correre come sindaco per l’allora Partito democratico della sinistra, in condizioni che definire di svantaggio sarebbe un eufemismo. Il 26 gennaio di quell’anno Silvio Berlusconi aveva annunciato la sua ormai celebre “discesa in campo”, rianimando gli orfani della Dc e del Psi distrutti dalla stagione di Tangentopoli, ma attirando pure tanti italiani che non intendevano riconoscersi nell’alternativa di sinistra. A marzo le elezioni politiche sancirono il trionfo del Cavaliere che, contro ogni pronostico, sbaragliò gli avversari e conquistò il governo del Paese. A Rieti si votò per le comunali il 12 giugno. Antonio Cicchetti, alla guida di una granitica coalizione di centrodestra che comprendeva Alleanza nazionale, Forza Italia, Centro cristiano democratico e Lega nord, si affermò con il 48,12%, sfiorando l’elezione diretta. Al ballottaggio lo costrinse due settimane più tardi proprio Lorenzetti, candidato del Pds appoggiato da un paio di liste civiche, mentre i centristi del Partito popolare e di Alleanza per Rieti in prima battuta avevano proposto il sindaco uscente Paolo Bigliocchi (ultimo socialista a sedere sullo scranno più altro di Palazzo di Città) e Rifondazione comunista correva con Anita Lamb.

Sull’onda del nuovo vento che tirava sul Paese e della perentoria affermazione in città di Alleanza nazionale erede del Movimento sociale italiano (che prese il doppio dei voti di Forza Italia), Cicchetti si aggiudicò il suo primo mandato con il 57,05%, contro il 42,95% di Lorenzetti, sul cui nome confluirono i voti di una sfilacciata ed eterogenea coalizione di centrosinistra formatasi in ritardo solo dopo il primo turno.

Pensare a una figura del genere come accomodante e disposta a compromessi al ribasso dimostra insomma una buona dose di ingenuità, se non di assoluta incapacità di misurare le persone. Per questo riesce difficile inquadrare l’accaduto nell’ambito di un tentativo di farne una pedina da manovrare come un cavallo di Troia per distruggere dall’interno la Sabina Universitas. Se invece la realtà fosse proprio quella denunciata da Lorenzetti, la riflessione che si è aperta in questi giorni sui meccanismi di funzionamento, sul ruolo e sulla governance della Fondazione assumerebbe sfumature tanto inquietanti quanto urgenti da chiarire.

È difficile del resto non cogliere la contiguità di questa brutta vicenda con il rinnovo della presidenza di via dei Crispolti prevista per il prossimo anno. Lo stesso D’Onofrio ha già posto la propria ricandidatura. Una robusta fronda (animata anche da ex) si oppone invece a questa eventualità.

Giochi di potere e tatticismi sono scontati quando c’è in ballo una posta così importante. La ricomposizione degli equilibri interni non può in ogni caso minacciare la sopravvivenza dell’università che, agli occhi dell’opinione pubblica, appare oggi sacrificata a logiche di lotta politica scaduta a livello di faida. Non bastasse, la primavera ventura i reatini saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo sindaco e il nuovo consiglio comunale. Il 2022 porterà quindi due appuntamenti decisivi per il futuro della città e su entrambi i fronti sarà necessario scegliere con la massima accortezza la classe dirigente cui affidare le chiavi del cambiamento.

Nello specifico della Sabina Universitas, le difficoltà finanziarie ci sono sempre state. Purtroppo finora il territorio non è stato in grado di esprimere un sistema di governance che assicurasse stabilità e certezze. Diversi soci, come alcuni ordini professionali, si sono nel tempo defilati. Con il suo simbolico uno per cento, la Provincia è irrilevante, mentre si è mosso bene il Comune che, con uno sforzo notevole soprattutto per un ente in predissesto, ha ripianato i debiti di propria competenza. Altrettanto confortante è la presa di posizione del sindaco, del suo vice e della consigliera delegata al ramo, subito intervenuti a confermare la volontà di salvare l’università. Che però ora si trova davvero sull’orlo del baratro. Perché da un lato la liquidità costituisce l’indispensabile ossigeno necessario a muovere la macchina, mentre dall’altro questo ennesimo passaggio a vuoto rischia di compromettere definitivamente i rapporti con gli atenei partner (La Sapienza di Roma e Tuscia di Viterbo), già nel recente passato piuttosto riluttanti a proseguire l’avventura. Non ci vuole in effetti un grande intuito per comprendere il danno di immagine creato a seguito dello scontro istituzionale acceso dalle clamorose dimissioni di Lorenzetti e dalle parole con cui sono state spiegate. Finora, peraltro, D’Onofrio ha mantenuto uno stretto riserbo. Venerdì la Fondazione si è limitata a far uscire un asciutto comunicato per ufficializzare l’accettazione da parte del consiglio di amministrazione delle dimissioni di Lorenzetti, “ringraziandolo per il lavoro eccellente svolto in questi anni ma respingendo in toto le motivazioni addotte, in quanto non corrispondenti alla linea sempre seguita”. Anche il consiglio di indirizzo ha difeso all’unanimità l’operato del presidente, in una manovra mediatica volta a testimoniare la compattezza degli organi dirigenziali e l’isolamento del ribelle Lorenzetti. Se ne saprà comunque di più domani pomeriggio, al termine della conferenza stampa convocata a Palazzo Potenziani per fare chiarezza sui diversi temi sollevati.

Nel frattempo, ieri Lorenzetti è uscito con un nuovo, durissimo attacco contro D’Onofrio. Prendendo spunto dalla ribadita volontà della Fondazione di sostenere l’università, l’ex vicepresidente non ha mancato di dare una stoccata al rivale “che di fatto” – ha scritto – “è diventato prigioniero delle sue stesse provocazioni” e che “con una giravolta a 180 gradi è riuscito a passare dalla Sabina Universitas inutile e costosa, alla Sabina Universitas necessaria ma che costa troppo poco”. In sintesi, conclude Lorenzetti, “la situazione universitaria reatina è attualmente un bel pasticcio tra difficoltà economiche, fughe in avanti e improvvisazioni”.  La partita è appena agli inizi.

 

06-06-2021

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