a cura di Massimo Palozzi

Giugno 2021

IL DOMENICALE

LISTE CIVICHE, LISTE CIVETTA E QUEL DIBATTITO CHE NON C’È

politica

di Massimo Palozzi - Giovedì è stata ufficialmente presentata la lista Rieti in Comune, primo passo verso la candidatura alle amministrative del prossimo anno. L’iniziativa fa capo al deputato Alessandro Fusacchia e al consigliere Giovanni Ludovisi e, come scrivono i promotori, nasce “per dare alla città un’altra amministrazione”. Il nuovo raggruppamento si colloca nell’area del centrosinistra, ma con modalità ancora da definire soprattutto riguardo alla selezione della personalità da proporre come sindaco. Non un’adesione automatica e scontata al fronte progressista, insomma. “L’obiettivo” – ha precisato infatti Ludovisi – “è un centrosinistra unito con una piattaforma comune che esprima un candidato condiviso. Nel caso poi che non si trovi una persona in grado di aggregare tutte le anime dello schieramento, a quel punto ognuno farà il proprio percorso e noi presenteremo un nostro candidato”. Che non sarà comunque Fusacchia. Il parlamentare eletto nel 2018 nella circoscrizione estero è da tempo in predicato di correre per lo scranno più alto di Palazzo di Città. L’eventualità viene invece oggi esclusa dallo stesso interessato e dal suo entourage.

Come sempre in questi casi, le intenzioni sono nobilissime. Il manifesto reso noto nei giorni scorsi parte da un’analisi impietosa dello stato della politica cittadina, per auspicare un cambio di passo funzionale al raggiungimento di obiettivi ambiziosi in tanti ambiti: scuola, università, lavoro, sport, qualità della vita, eccellenze eno-gastronomiche, innovazione allo scopo di fare della nostra una città “inclusiva e aperta”.

Da un punto di vista politico, assistiamo alla riproposizione di una liturgia consolidata. La storia amministrativa di Rieti è lastricata di buoni propositi, di programmi stilati con entusiasmo e dovizia di proposte: alcune estemporanee, altre decisamente approfondite e sorrette da competenze vere messe a disposizione della collettività. Ovviamente siamo solo agli inizi. Con l’avvicinarsi della scadenza elettorale, nei prossimi mesi assisteremo al fiorire di altri passaggi del genere, tanto su impulso dei partiti tradizionali quanto per iniziativa di forze civiche che riterranno di aggregarsi per accettare la sfida delle urne.

Il civismo è un fenomeno interessante. Esploso verso la fine degli anni Ottanta del Novecento, ha conosciuto la sua affermazione nei primi anni Novanta a seguito del ciclone Tangentopoli che smantellò il sistema preesistente (la cosiddetta Prima Repubblica) stimolando la creazione di formazioni nuove, in special modo a livello locale. Energie prima disperse o lontane dalle organizzazioni partitiche cominciarono quindi a strutturarsi, scontando però da subito un peccato di gioventù che solo in rari casi sono riusciti ad emendare e che è riassumibile nella precaria occasionalità della partecipazione agli eventi elettorali. Da quando è stata introdotta l’elezione diretta del sindaco, anche a Rieti svariate liste civiche hanno appoggiato con alterne fortune i candidati in lizza, a partire dalle amministrative del 1994. Nella maggioranza dei casi si è tuttavia trattato di liste civetta, create appositamente per raccogliere voti al di fuori degli schieramenti classici, senza un reale ancoraggio a un disegno complessivo di governo del territorio.

È mancata insomma la fase di elaborazione critica e di sintesi programmatica. Una lacuna ancora largamente ravvisabile nel tessuto cittadino, dove alla sostanziale latitanza progettuale dei partiti ufficiali non fa da contraltare un’adeguata riflessione culturale finalizzata a proporre soluzioni praticabili, plurali e coordinate.

Negli ultimi anni si è avvertita l’assenza dell’apporto di quelli che gli americani chiamerebbero “think tank”: laboratori di idee non necessariamente organizzati a livello accademico o para accademico, ma comunque utilissimi come mediatori per la comprensione e il possibile superamento delle problematiche territoriali.

Unica eccezione è forse NOME Officina Politica, che da quando si è affacciata sulla scena alla vigilia delle scorse elezioni amministrative del 2017 ha affrontato con puntualità, rigore e passione temi nodali nel tentativo di sistematizzarli in una visione unitaria. Trattandosi di un osservatorio di parte, le prese di posizione espresse tramite documenti e iniziative pubbliche sono opinabili e criticabili. Non è invece contestabile lo spirito costruttivo e senza preconcetti ideologici che anima i loro sforzi. Va da sé che NOME non è il solo circolo a radunare gente spinta a dedicarsi al bene comune. Sul territorio vivono e operano molte associazioni fatte per lo più di volontari che portano avanti meritorie battaglie a difesa dell’ambiente, per la salvaguardia dei diritti dei meno tutelati, o semplicemente per la cura di interessi diffusi di particolare rilevanza per le comunità coinvolte. La fondamentale differenza rispetto a un think tank dallo sguardo multidisciplinare aperto sul microcosmo reatino sta in definitiva nella monosettorialità degli ambiti di impegno prescelti. Un dettaglio non da poco, dirimente al punto da far avvertire il limite di certe esperienze in relazione al contesto generale.

Anche l’evoluzione tecnologica è corresponsabile dell’estinzione dei “pensatoi”. La velocità della rete ha rivoluzionato i tradizionali canali comunicativi, provocando un adeguamento dell’offerta politica sempre più costretta ad inseguire la stringatezza redazionale per sostenere i ritmi serrati delle notizie.

A livello locale ai tradizionali attori si sono allora sostituiti due soggetti, ormai stabilmente al centro del dibattito pubblico. Il primo è la Chiesa. Già le Lettere alla Città scritte dal vescovo Domenico Pompili in occasione della festa della patrona Santa Barbara costituiscono dei brevi quanto ficcanti indirizzi sulle questioni più spinose della vita locale. Accanto all’aspetto pastorale, sono poi le opere a testimoniare un esemplare attivismo “extracurriculare” della Diocesi. Basti ricordare gli “incontri di cittadinanza” lanciati nella primavera del 2019 nell’ambito del progetto RiData per tracciare i contorni della realtà provinciale attraverso collaborazioni con eminenti studiosi e primari istituti di ricerca.

Il secondo indiscusso protagonista è la Fondazione Varrone, erede delle antiche vestigia della Cassa di Risparmio. Non foss’altro per le dotazioni finanziarie di cui dispone, la Fondazione si è nel tempo distinta per numerosi e pregevoli interventi di rigenerazione urbana, di sostegno alla cultura, allo sport e agli asset strategici comprensoriali (vedasi alla voce università, che in queste settimane ha tenuto banco per una vicenda dai contenuti non proprio esaltanti), nonché di partecipazione attiva nella risposta alle emergenze come il terremoto e la pandemia, fino all’allestimento di webinar tipo quelli inquadrati nel ciclo ImmaginaRIa in programma in questi giorni.

Se una debolezza va segnalata, è che tutte queste benemerite iniziative vengono decise con riflessi autoreferenziali da un ristretto numero di persone, non sempre espressione delle diverse sensibilità cittadine. Del resto le regole di funzionamento e di governance delle fondazioni bancarie prevedono meccanismi di cooptazione solo mitigati dall’alto profilo dei candidati da ammettere. Quello che di conseguenza risulta carente è un vero dibattito pubblico, magari preventivo, sui temi di interesse selezionati. Sarebbe davvero apprezzabile se le linee guida individuate dalla dirigenza di Palazzo Potenziani fossero condivise e discusse in anticipo con la città per raccogliere trasversalmente idee, suggerimenti e indicazioni, utili a definire in ultima istanza le strategie e le priorità da seguire.

 

20-06-2021

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