a cura di Andrea Carotti

Febbraio 2021

PICCOLO GRANDE SCHERMO

LE PAGINE DEGLI ORRORI

La nuova frontiera dell’horror: Ari Aster

cinema

di Andrea Carotti - Nella storia del cinema le prime tracce del genere horror le troviamo fin dalla nascita del cinema stesso. I fratelli Lumière girarono la prima pellicola per il cinematografo intitolata “L’uscita dalle officine Lumière” del 1895 mostrando un ampio gruppo di operai, per la maggior parte donne, al momento dell'uscita dalla fabbrica Lumière a Montplaisir, alla periferia di Lione. Nel 1896 con il cortometraggio “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat” alcune persone che presero parte alla proiezione del film scapparono per paura di essere travolti dal treno. Si può citare George Méliès che fu un altro dei primi a mettere in scena componenti di genere horror. Questo preambolo per dire che la storia di questo genere ha ispirato centinaia di menti appassionate alla settima arte che fino ad oggi hanno regalato a generazioni intere opere d’arte di assoluta importanza. Arriviamo subito all’argomento di questo episodio de “Le pagine degli orrori” che si occuperà di un trittico di registi che in questi ultimi anni hanno dato nuova linfa al cinema horror autoriale e impegnato: Ari Aster, Jordan Peele e Robert Eggers. Il primo di cui ci occuperemo è Ari Aster.

“Un paio di anni fa, ho visto un primo film chiamato Hereditary, di un regista di nome Ari Aster. Sin dall’inizio, sono rimasto colpito. Qui c’era un giovane regista che ovviamente conosceva il cinema. Il controllo formale, la precisione dell’inquadratura e il movimento all’interno della cornice, il ritmo dell’azione, il suono – era tutto lì, immediatamente evidente.” Martin Scorsese

Appare lampante come queste dichiarazioni del Maestro Scorsese debbano aver colpito positivamente il giovane regista statunitense, del resto il sopracitato è solo un piccolo estratto della bellissima lettera di apprezzamento da parte del regista di innumerevoli capolavori. Fin da bambino si appassiona per i film dell'orrore e alcuni di questi riescono a traumatizzarlo. “Carrie – Lo sguardo di Satana” lo turbò molto tanto da non riuscire a camminare al buio senza rivedere delle immagini del film sulla parete. Poi c’è stato un film di Peter Greenaway, “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante” che non viene proprio definito come horror ma resta comunque inquietante. C’è un distinto livello di artificio nella sua estetica che disturba. Questi sono due film che lo hanno influenzato molto. “Mi chiedo che cosa mi spinga a voler fare lo stesso”, dice in un’intervista. Scrive fino al 2004 recensioni di film per il Weekly Alibi di Albuquerque. Si laurea in cinema all'Università di Belle Arti e Design di Santa Fe, venendo poi ammesso all'AFI Conservatory, la scuola di specializzazione dell'American Film Institute, dove si laurea in regia. Una delle cose che colpisce più di Aster è la brillante scrittura. Parla di esperienze personali amando però il film di genere. Utilizza le convenzioni dell’horror per parlare di famiglia, legami, amore e paura con l’intento di voler fare dei film che rimangono nelle persone, che le perseguita. Le storie che scrive rispecchiano spesso il suo senso dell’umorismo sulle famiglie in particolare. Le famiglie, dice, sono fonte inesauribile di dramma: è sempre divertente prendersi gioco di queste unità bigotte, specialmente in America dove il nucleo familiare è intoccabile. Ad Aster, inoltre, piace giocare con la paranoia, lo scetticismo e con il fatto che le persone potrebbero avere pensieri machiavellici in mente, invece che buone intenzioni. Per entrare a fondo della poetica di Aster dobbiamo parlare delle sue opere che, seppur solamente due finora, hanno tanto da dire.

Hereditary – Le radici del male

Dopo una serie di cortometraggi interessanti (da recuperare per gli appassionati) Ari Aster arriva a girare il suo primo lungometraggio dell’orrore. Hereditary si incentra sui traumi familiari che si ereditano, quello che si prende dalla famiglia, su quello che ci viene imposto e su come lo si affronta. La storia è basata su una famiglia che deve affrontare moltissimo dolore, fino agli estremi di quest’ultimo. Il film è prima di tutto, quindi, una tragedia familiare; Aster voleva girare un film che fosse fermamente radicato nelle complicate dinamiche di questa famiglia americana. Vivono delle esperienze terribili e nel corso del film quest’ultime assumono sempre più le sembianze di incubi. Per il giovane regista l’horror turba molto di più e fa molta più paura se si è emotivamente coinvolti nei personaggi. Era molto importante fare sì che i personaggi fossero molto umani in modo da affezionarsi più facilmente ad essi. Quano accade qualcosa non deve essere solo spettacolo ma deve lasciare una sensazione di tradimento. Un dramma particolarmente stratificato e intricato che sorprende per la piega che prende. All’inizio della storia siamo al funerale della madre della protagonista Annie (Toni Collette). Si capisce già dal discorso di commemorazione che il rapporto che aveva con la madre doveva essere piuttosto particolare. Proviene da una famiglia segnata da problemi psicologici. Poi incontra suo marito Steve (Gabriel Byrne) perché lui era il suo psichiatra. Quando smettono di lavorare insieme, però, lui continua a preoccuparsi per lei e porta avanti un rapporto intenso e profondo.

Toni Collette è incredibile, riesce ad andare estremamente a fondo del personaggio per poi, in modo sorprendente, passare in un lampo da un testo ad un altro. Interpretare Annie, questa donna tormentata, con un passato molto complesso che combatte con il passato, con il suo ruolo di madre e moglie ma anche quello di figlia.

Poi c’è Charlie (Milly Shapiro), la figlia di tredici anni, che è un personaggio distante da tutti, non è legata a nessuno, si sente più calma nello stare da sola. Tutti pensano abbia qualcosa che non va, quindi sono tutti molto cauti con lei, non sanno come trattarla. L’idea era che Charlie fosse un’artista che ha preso questo lato dalla madre, ma entrambe sono artiste compulsive. E’qualcosa di cui sentono il bisogno di fare. Le figure che Charlie crea sono fatte con oggetti trovati per caso. Va d’accordo con il fratello Peter (Alex Wolff) perché lui capisce che lei vuole essere lasciata in pace.

Il rapporto padre/primogenito è molto pacato e dolce. Si capiscono a vicenda. Peter considera Steve un esempio da seguire nonostante spesso si senta molto solo (non a caso molte scene di Peter in casa sono sempre al buio).

La base della struttura della storia non è horror ma basata sulla realtà ed è scritta in modo brillante. Il cinema è una forma di comunicazione basata sulla collaborazione, gli attori e il regista apportano il proprio punto di vista al copione. Lo spettatore riesce ad affezionarsi a questa famiglia mediante lo sviluppo delle relazioni tra i suoi componenti.

Il personaggio di Joan (Ann Dowd) appare come la fonte di empatia e umanità L’attrice è stata in grado di trovare in Joan quel calore materno, ma anche degli eccessi come quello del contatto fisico. C’è qualcosa di profondamente machiavellico nel suo personaggio.

Aster, insieme al direttore della fotografia Pawel Pogorzelski hanno un’ottima intesa. Ogni scena è stata esaminata per verificare cosa servisse dai vari spazi prima di costruirli. La scena chiave della casa sull’albero ricorre da concetto base per tutto il film. La casa principale è stata interamente ricostruita su un palco. Aster è molto coinvolto negli aspetti visivi del film: ci sono molti costumie la produzione di molti oggetti di scena. Paimon, uno dei principali demoni della setta che c’è nel film e la ricerca sui riti pagani hanno ricreato un’atmosfera unica e scenograficamente impattante. In origine la sceneggiatura prevedeva paesaggi innevati tra le montagne. Alla fine gli eventi, svolgendosi in primavera ed estate, sono stati risaltati dal verde, al paesaggio rigoglioso dello Utah. Il verde e la primavera segnano il risveglio di questa setta. La colonna sonora è stata composta da Colin Stetson, un brillante sassofonista d’avanguardia.

Eccezionale debutto di Ari Aster che con Hereditary gira uno dei migliori film di sette degli ultimi tempi.

Midsommar – Il villaggio dei dannati

Il singolo individuo non basta a sé stesso. La sua natura lo porta ad unirsi sia con la donna sia con altri suoi simili. Nemmeno la famiglia basta a sé stessa ed è quindi naturale che più famiglie si associno per dare vita ad un villaggio, il cui fine è superiore alla famiglia perché dà maggiore sicurezza e può provvedere alla difesa da attacchi esterni. Secondo Aristotele, è la natura dell’uomo, che è socievole, e che è fatto per vivere in città. Per questo è un animale politico. Fuori dalle città possono vivere solo le bestie, e gli agricoli od i pastori. Oppure gli Dei, perché autosufficienti.

In un certo senso Midsommar è compagno di Hereditary ed entrambi hanno in comune il tema della famiglia. Parlano di co-dipendenza, e questo in particolare è soprattutto una favola per adulti. Per certi versi è una specie di fantasia perversa o un illusione con al centro la protagonista femminile e il suo dilemma. Per prima cosa conosciamo Dani (Florence Pugh) che si trova in una situazione molto precaria, sia dal punto di vista familiare che per la sua relazione con Christian (Jack Reynor). La conosciamo la sera che sarà la più brutta della sua vita, per poi passare a sei mesi dopo, quando Christian e i suoi amici organizzano un viaggio in Svezia. Il loro amico in comune Pelle (Vilhelm Blomgren) invita il gruppo ad una festa di mezza estate (Midsommar) nel suo paese natale, Harga. Dani decide allora di partire sotto invito di Christian, il quale si sentiva in colpa a lasciarla sola dopo l’accaduto. La crisi familiare che Dani sta affrontando la distrugge, la fa diventare instabile e dipendente dalla persona a cui in quel momento è più legata. Christian, però, era da prima indeciso sulla loro relazione, cerca di uscirne da una parte, ma dall’altra alla fine non fa nulla di concreto. Lui e Josh (William Jackson Harper) sono entrambi dottorandi in antropologia e lo stesso vale per Pelle.

Mark (Will Poulter) non è altrettanto dotato dal punto di vista accademico e molto meno maturo dal punto di vista sentimentale rispetto agli altri del gruppo. E’ sicuramente molto arguto ed è un po’ il comic relief della situazione.

Aster mostra una prospettiva alternativa su ogni aspetto della vita, dando un senso di autenticità e profondità ai personaggi e l’ultima cosa che voleva era che questi ultimi diventassero veicoli o contenitori per le parti horror.

Tornando a Pelle, lui invece sta facendo il suo pellegrinaggio, che si scoprirà parte della vita ad Harga. Sin da subito ci si accorge che gli piace Dani. Quando si arriva ad Harga, Pelle viene accolto quasi come un eroe, l’eroe della storia per gli abitanti di Harga. Molto meno lo sarà per i nostri ragazzi americani. Ma torneremo più avanti sul personaggio di Pelle.

La storia è molto intensa e scioccante. Tutti i momenti violenti e tutte le parti più crude sono molto esplicite. Questo è il modo di raccontare di Aster, con le immagini che mostra. Il modo di girare era preciso, dirigeva gli attori con esigenza, per esempio a Florence Pugh nelle scene di danza diceva di ballare con la telecamera per due mesi, deve uscire fuori una coreografia. Il film è stato girato in Ungheria, subito fuori Budapest nel bel mezzo del debutto al cinema di Hereditary. Lo scenografo di produzione Henrick Svensson è stato brillante, il materiale che consegnò alla produzione era tantissimo e ogni struttura creata nel campo di Harga è stata meticolosa, dettagliata in modo maniacale. Ogni singolo costume è stato fatto a mano come le scarpe, i cappelli e i ricami. E’ stato usato solamente lino che avesse più di cento anni.

Harga è il livello successivo dell’umanità. Ogni membro della comunità si ingegna con le risorse che ha ed è incredibile vedere persone così radicate in tutto ciò che fanno. Hanno una lingua basata sulle emozioni e comunicano, anche, tramite le emozioni. Hanno un alfabeto, le rune, cantano e danzano molto. Sono molto collettivi, tutti controllano i bambini e nessuno ha genitori biologici. Vogliono vivere in pace tra di loro, con la natura e la sua sacralità. La loro stirpe è stata attentamente preservata e questa festa di metà estate che avviene solo ogni 90 anni è il loro modo per rimanere in armonia con la natura. Gli abitanti di Harga utilizzano gli americani a loro piacimento come del resto fa una di loro, Maja (Isabelle Grill) che usa Christian per ottenere il suo scopo, avere un bambino.

Un dettaglio che si nota nei film di Aster è l’associazione del cibo a qualcosa di orribile. Se in Hereditary è un pezzo di torta a portare delle conseguenze terribili, qui la carne marcia, lasciata sui tavoli bianchi e immacolati per giorni interi fa da monito, da avvertimento che qualcosa non va in quella società.

Midsommar è un film che tira fuori i difetti di ogni personaggio dimenticandosi a volte quasi di essere un horror. Ari Aster è veramente bravo nel creare suspence e nel fare in modo che le cose accadano veramente. Anche nel finale, il film ha un’enorme catarsi ma non propriamente positiva, ma quasi negativa si può dire. Le sensazioni di commozione, spiazzamento e confusione compongono le ultime meravigliose inquadrature.

E tornando al personaggio di Pelle è opportuno fare una riflessione che comincia dal folklore svedese. La celebrazione festiva del Midsommar ha origini pagane e precristiane, legate all’evento del solstizio d’estate. Nel calendario cristiano dei santi, il periodo coincide con la ricorrenza del 24 Giugno, in cui si commemora la figura di san Giovanni Battista. Nella sua versione più propriamente pagana, lo scopo del rito era quello di dare più “forza” al Sole, che a partire da quel giorno diveniva sempre più “debole”, poiché le giornate si accorciavano sempre di più fino al solstizio d’inverno. Simbolicamente il fuoco aveva una funzione “purificatrice” nelle persone che lo guardavano. Pelle viene accolto ad Harga come un eroe andato fuori per molto tempo a compiere la sua missione, il suo pellegrinaggio. Il compito di portare nuove leve per poi iniziarle, o meglio dire a questo punto “battezzarle” come un Giovanni Battista, per il bene della sua comunità. La gioia di aver portato anche la Regina di Maggio non fa altro che elevarlo ai favori della natura e della società che contempla.

Midsommar è un film veramente difficile, sia per la messa in scena che per i temi che tratta. Un film sulla colpa, sull’abbandono, sull’empatia delle persone, su come le persone che ti sono vicine non riescono a capire ciò di cui si ha bisogno. Lo spettatore viene catapultato in questa folle e psichedelica società pagana dove tutti venerano la Regina di Maggio, in questo mondo assurdo dove tutto quello che crediamo diventa realtà anche se distorta in qualche modo. Tutti i simboli che appaiono nel film sono legati a un certo tipo di esoterismo. Un horror girato completamente in pieno giorno che lascia in tensione per tutta la sua durata, con un montaggio eccezionale, inquadrature studiate alla perfezione che hanno bisogno di analisi quasi maniacale per cogliere tutti i messaggi che il regista vuole lasciare. Un autore, il Nostro, che mette di fronte agli amanti dell’horror un altro film di sette, ma completamente diverso rispetto a Hereditary, citando Roman Polanski e Ben Wheatley, un film di rimando gotico ma pieno di luci. Con il suo secondo lavoro Ari Aster firma quello che è uno degli horror migliori degli anni 2000 e non solo, un capolavoro assoluto di scioccante bellezza.

 

 

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