a cura di Massimo Palozzi

Luglio 2021

IL DOMENICALE

LA TERZA VIA DEL COMMERCIO TRA MICROIMPRESE E INVESTIMENTI PUBBLICI

di Massimo Palozzi - “La crisi del commercio c’è oggi come c’era dieci anni fa. Una crisi profonda, aggravata dalla pandemia, che sta portando alla chiusura di tante attività storiche sia in centro che in periferia”. La dichiarazione è di Stefano Fatale, assessore allo Sviluppo economico del Comune di Terni e risale appena a lunedì scorso. Gli stessi reatini che frequentano il capoluogo umbro hanno del resto avuto modo di verificare di persona la desertificazione che ha colpito il settore con la scomparsa di dozzine di negozi nell’arco degli ultimi anni come conseguenza della più generale crisi economico-industriale.

Il grido di dolore dei commercianti reatini non è dunque isolato, anche se questo è uno dei casi in cui davvero non si può dire mal comune mezzo gaudio, visto che di gioia in giro ce n’è davvero poca, almeno ad osservare l’andamento degli affari. Timidi segnali di ripresa sono stati captati, ma il riallineamento con il quadro prepandemico è molto lontano e, quel che più conta, la durata del processo di recupero costituirà la variabile dirimente per il futuro del comparto e del relativo indotto.

Ben si comprende allora l’esortazione rivolta in settimana dal presidente di Confcommercio Lazio Nord Leonardo Tosti per arrivare ad un accordo con i proprietari dei locali volto a calmierare gli affitti, che rappresentano una voce pesante e fissa sui bilanci delle aziende. La proposta riguarda in particolare “un’intesa che consenta un abbattimento dei costi del 30-40%, che è il valore medio della perdita di fatturato registrato soprattutto da un anno e mezzo a questa parte. Se i fatturati dovessero tornare a crescere, anche gli affitti seguirebbero lo stesso trend” – conclude Tosti – “ma fino ad allora per i commercianti è determinante pagare di meno”.

In attesa di conoscere l’esito del confronto, non resta che confidare nella ripresa dell’economia locale spinta dall’iniziativa privata (da cui giunge qualche avvisaglia di risveglio) e dalla potente iniezione di liquidità in arrivo grazie ai progetti finanziati nell’ambito del Pnrr e delle misure ad esso correlate. Nel mezzo rimane invece la terra di nessuno degli investimenti importanti ad opera di multinazionali o comunque di imprese di grandi dimensioni. Sempre a Terni, giovedì Bricofer ha inaugurato un punto vendita di 2.500 metri quadrati all’interno di un centro commerciale. Il che dimostra che perfino in una realtà depressa dalla recessione dell’ultimo decennio esistono margini per avviare nuove attività, a patto che le condizioni di contorno le favoriscano. Non è un caso che il direttore commerciale dell’azienda leader nel fai-da-te abbia sottolineato l’esigenza di ampliare il bacino di utenza della società potendo contare su una struttura servita da parcheggi gratuiti e facilmente raggiungibile.

L’inaugurazione di Bricofer è seguita a ruota da quella di un discount (ma qui la situazione è più complessa: a Terni di recente hanno chiuso pure i supermercati). Entro l’estate 2022 apriranno comunque al PalaTerni, nell’area dello stadio, Decathlon, gigante francese dell’abbigliamento e attrezzature sportive, insieme a Unieuro, McDonad’s e Conad. Da qualche giorno, poi, sono iniziate le operazioni per liberare dalle impalcature il Tulipano, quel grattacielo di 22 piani all’ingresso di Terni Ovest che da decenni se ne stava “incartato” come un monumento alle opere incompiute. Anche lì saranno presto utilizzabili 4.350 metri quadrati di superficie commerciale a disposizione di chi avrà il coraggio e la determinazione di buttarsi in un business bloccato da troppo tempo.

Questa effervescenza di iniziative da parte dei grossi marchi sta per converso alimentando il dibattito e le polemiche sulla sorte delle piccole attività, degli esercizi storici e dei negozi di prossimità. L’arrivo dei big porta spesso entusiasmo per i numeri legati al giro d’affari e all’occupazione promessa: non bisogna tuttavia dimenticare la faccia oscura della luna sul piano dei diritti sindacali e degli effetti collaterali sul resto della concorrenza fatta quasi sempre di microentità.

Oggi a Rieti di questo mondo di mezzo tra le Pmi e gli investimenti pubblici si nota l’assenza. Di recente solo il Polo della logistica di Passo Corese ha saputo attrarre le grandi imprese, a cominciare da Amazon che ha fatto da apripista, imitata poco dopo dalla multinazionale tedesca di vendite all’ingrosso Metro e da Sda del gruppo Poste Italiane, mentre altri ingressi sono dati per imminenti.

Nell’area del capoluogo nulla sembra invece muoversi. Con l’apertura di diversi supermarket (qualcuno dice troppi) si è esaurita la spinta agli investimenti di una certa consistenza. Di per sé la cosa potrebbe non essere negativa. In una comunità come la nostra, non è detto che l’intelaiatura socio-demografica sarebbe in grado di supportare e sopportare un assalto su larga scala per mano dei giganti del commercio. Siccome però in medio stat virtus, favorire l’insediamento di qualche colosso, pur senza stravolgere i precari equilibri messi sempre più a rischio dalla crisi, non sarebbe male. In questo la politica locale ha oggettivamente mancato, sia per latitanza sia per incapacità di esercitare con qualche risultato un’opera di attrazione verso il territorio nei confronti di consolidati soggetti imprenditoriali, interessati magari ad entrare in nuovi mercati a dispetto delle transazioni via Internet. Nello specifico il fallimento è duplice perché da un lato non sono state attivate azioni di scouting e di autopromozione e dall’altro non sono nemmeno stati approntati gli strumenti regolatori per agevolare l’iniziativa privata di peso.

L’interminabile telenovela del recupero dello Zuccherificio è esemplificativa di questo stato di cose. Naturalmente la questione è molto ampia e articolata, ma le resistenze intorno all’ipotesi di impiantare un supermercato nell’area sono tra i principali elementi ostativi al buon esito della vicenda.

Di sicuro la crisi non si batte con l’apertura di un nuovo supermercato, tanto più se dovesse coincidere con la chiusura di piccole attività circostanti. È però altrettanto certo che qualche innesto nel tessuto produttivo territoriale da parte di aziende o gruppi di maggiori dimensioni, se ben integrato con il resto della realtà locale, produrrebbe vantaggi significativi di vasta portata oltre a quelli diretti. Come avvenuto per l’industria, le condizioni “ambientali” al momento si presentano piuttosto precarie. Riuscirà la classe dirigente che finora non ha saputo crearle ad invertire la tendenza?

25_07_21

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