a cura di Andrea Carotti

Febbraio 2024

PICCOLO GRANDE SCHERMO

LA RIVINCITA DELLA SALA

cinema

di Andrea Carotti - E’ tornata la sala cinematografica ad essere un luogo centrale nella vita delle persone? Il grande schermo è ancora la migliore modalità di fruizione di un film? La narrativa cinematografica ha riconquistato la propria autonomia oppure resta frammentaria e ancillare? Tentiamo di tracciare un bilancio di quello che è avvenuto nella scorsa stagione cinematografica, annata di vera e propria ripartenza post-pandemia. I prodotti distribuiti direct-to streaming hanno subito un ridimensionamento anche da parte delle major più iconiche ristabilendo, di fatto, il canonico iter sala-casa e togliendo il primato avanguardista dell’on-demand. Il “cinema-cinema” rientra così al centro del dibattito culturale dell’audiovisivo contemporaneo, almeno se consideriamo la capacità di alcuni film di catalizzare l’attenzione del pubblico: Il “Barbenheimer” è stato un fenomeno unico nel suo genere capace di polarizzare ampie fasce di spettatori in primo luogo mediante un biopic, Oppenheimer, complesso e stratificato in cui il mondo rappresentato è un congegno pronto a scoppiare esattamente come la mente del suo protagonista interpretato da un brillante Cillian Murphy in costante tensione tra genialità e consapevolezza di quest’ultima restituendo a chi guarda l’opera la parabola tragica di un uomo che viene lentamente risucchiato dentro il buco nero dell’anima. In seconda istanza, ma non meno determinante, troviamo il maggior incasso dell’anno, Barbie, scritto dalla coppia Gerwig e Baumbach e interpretato dalla sempre più lanciata e convincente Margot Robbie. Un’operazione commerciale che non rinuncia alla sua componente autoriale inserendo nell’ecosistema più rosa del mondo un discorso sull’emancipazione e sul ruolo femminile, ricercando il giusto equilibrio di genere che alla fine pare non possa ancora esistere. Per Gerwig sembra che realtà e finzione siano l’uno lo specchio dell’altro e che l’atto del mostrare, ostentare, esibirsi siano elementi che mettono in seconda luce la vera essenza di un ideale. Un’opera sicuramente di impatto culturale più che di valore estetico-filmico la quale, però, è divenuta simbolo dell’esigenza di cambiare la narrazione cinematografica femminile all’interno della finzione.  Anche l’affluenza di pubblico nelle sale reatine ha dato conferma di presenze significative e non solo grazie al grande successo di C’è ancora domani di Paola Cortellesi ma anche alla sorprendente accoglienza che ha avuto l’ultima fatica del maestro Wim Wenders: il sensazionale e suggestivo Perfect Days. Un film fuori dal tempo, ma necessario poiché proietta il linguaggio cinematografico in un altrove fatto di stimoli, suggerimenti, emozioni, bellezza. Wenders torna in Giappone, dopo Tokyo-ga, sulle tracce del maestro Yasujiro Ozu costruendo una storia che parla di visibile e invisibile, di ombre che diventano ossessioni oniriche e fotografiche. La ricerca della pace interiore si sovrappone al tormento del rimosso, di tutto ciò che viene sacrificato o lasciato alle spalle. Si parla di vita, nient’altro. La vita e l’immagine. L’immagine è vita? Il cineasta tedesco ancora una volta torna a interrogarsi sulla natura delle immagini e sull’atto del vedere. “Se due ombre si sovrappongono diventano più scure?” Un cinema che non ha bisogno di altri linguaggi se non il proprio, che sembra ripetersi ma è in continuo cambiamento. I dettagli che sfuggono al protagonista li ricerca lo spettatore che non può che essere ammaliato e affascinato dalla bellezza della semplicità che la realtà occulta. Ci pensa la finzione a svelarcela.

da Format gen-feb 2024

 

condividi su: