a cura di Massimo Palozzi

Settembre 2021

IL DOMENICALE

IL CASO LOMBARDINI E LA POLITICA COMMISSARIATA

amministrazione, chiesa, occupazione, politica

di Massimo Palozzi  -  È passato appena un anno e mezzo, eppure lo scenario appare completamente ribaltato. Il 5 marzo del 2020 il vescovo Domenico Pompili era andato alla Lombardini per una visita prepasquale e un pranzo in fabbrica con i dipendenti. Nell’occasione aveva avuto modo di ascoltare sia i manager sia gli addetti alla produzione in un momento in cui la pandemia si era appena affacciata. A quel tempo le preoccupazioni manifestate al presule erano di natura eminentemente economica: i mercati mandavano segnali negativi, la crisi durava da anni e nessuna delle misure anticicliche varate sembrava aver assicurato effetti strutturali. Pur con ciò, quella visita era servita a riaffermare la vicinanza della Chiesa reatina a un’azienda importante e più in generale al mondo imprenditoriale inteso come interazione preziosa tra capitale e lavoro.

Non era la prima e non sarebbe stata l’ultima. Del resto, la pastorale sociale di mons. Pompili è stata sempre molto concreta, quasi invasiva (nel senso buono del termine), soprattutto quando ha dovuto suo malgrado svolgere una sorta di supplenza rispetto all’evanescenza della politica. Come è accaduto tre giorni fa, in occasione del tavolo convocato in Vescovado per parlare ancora di Lombardini e affrontarne stavolta la minacciata dismissione.

Lo storico marchio produce motori per una vasta gamma di settori, dall’agricoltura all’edilizia, dall’industria alle auto fino alla nautica, ed è insediato a Rieti dall’ormai lontano 1974. Lo stabilimento di via Emilio Greco costituisce anzi uno dei pochissimi superstiti del sogno di un polo manifatturiero al nucleo industriale Rieti-Cittaducale, ma adesso il rischio è che lo rimanga ancora per poco. Già a maggio i sindacati avevano lanciato l’allarme su un possibile addio. Con il passare delle settimane la quasi certezza dell’intenzione di smobilitare ha cominciato e prendere corpo, così giovedì mattina nell’insolita cornice del Palazzo Papale ha avuto luogo una riunione riservata alla quale, ospiti del vescovo padrone di casa, hanno partecipato il direttore delle risorse umane dell’azienda, il delegato dell’assessore regionale al Lavoro, il vicesindaco Daniele Sinibaldi, i rappresentanti di Federlazio e Unindustria, il presidente della Provincia Mariano Calisse e il commissario del Consorzio industriale Angelo Ientile. Presente ovviamente anche una nutrita rappresentanza sindacale con Luigi D’Antonio (Fiom Cgil), Vincenzo Tiberti (Fim Cisl), Franco Camerini (Uilm Uil), Tiziano Deli (Ugl metalmeccanici) e alcune Rsu.

Oltre a svolgersi a porte chiuse, il summit non è stato preceduto da alcun annuncio. Un’operazione quasi carbonara, insomma, forse per non creare allarmismi prima di conoscere l’effettivo stato delle cose, comunque singolare non tanto nel formato e nelle modalità, quanto nell’impulso e nella location, con la politica totalmente a rimorchio dell’intraprendenza di mons. Pompili.

Da quello che è filtrato al termine dell’incontro, la Lombardini avrebbe confermato la volontà di lasciare Rieti, comunicando però come una sorta di compensazione l’interesse di altri soggetti per il sito. Al momento, denunciano i sindacati, non c’è tuttavia nulla di concreto e l’esperienza ha purtroppo insegnato come le strategie di fuga siano consolidate, quasi da manuale: si decide il trasferimento, lo si tiene segreto il più a lungo possibile, al momento debito si affronta l’inevitabile reazione dei lavoratori e delle istituzioni, si cerca di guadagnare tempo finché l’opzione diventa irreversibile, si negoziano misure minimali a titolo di concambio e fine della storia.

Il timore che il copione si ripeta anche per la Lombardini è quindi fortissimo, nonostante l’ottimismo da vigilia elettorale del vicesindaco di Rieti, secondo il quale il gruppo Kholer avrebbe garantito la presenza di un piano di reindustrializzazione. Non a caso i sindacati hanno proclamato lo stato di agitazione e indetto uno sciopero aziendale per giovedì prossimo, mentre il Pd ha richiesto la convocazione urgente di un apposito consiglio comunale.

Il punto nodale sta nella sproporzione delle forze in campo. Il gruppo Lombardini, con sede legale a Reggio Emilia, fino al 2007 è stato di proprietà della lussemburghese Mark IV, sussidiaria dell’americana Mark IV Industries, a sua volta controllata dal fondo europeo BC Partners. Nell’agosto di quell’anno venne ceduto al Global Power Group, divisione del gruppo statunitense Kholer e leader mondiale nella produzione di motori e gruppi elettrogeni. Ora evidentemente l’asset reatino non rientra più nelle strategie della multinazionale a stelle e strisce, e visti i tanti tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo economico, viene spontaneo nutrire serie preoccupazioni per il futuro dello stabilimento di Vazia, complici le evidenti difficoltà della politica locale di sostenere le sfide attuali. Lo studio della fondazione Etica pubblicato domenica scorsa dal Corriere della Sera è impietoso nel collocare Rieti tra i peggiori capoluoghi d’Italia per capacità amministrativa. Su 109 città la nostra si piazza terzultima con un rating di 24/100, meglio solo di Chieti e Agrigento. A pesare le scarse performance registrate sui diversi parametri di riferimento: bilancio, governance, personale, servizi, appalti e ambiente.

Queste pagelle non saranno vangelo e per ognuna delle mancanze è pronta una giustificazione. Quella più ricorrente di solito suona “abbiamo ricevuto un’eredità pesante”, ma nel caso di Rieti regge poco, considerando la continuità amministrativa della destra negli ultimi 27 anni, ad eccezione della breve parentesi della sindacatura Petrangeli tra il 2012 e il 2017.

In ogni caso, il quadro si presenta niente affatto incoraggiante, pure per un altro motivo reso palese dalla (assai meritoria) iniziativa del vescovo: a parte la diocesi, il territorio sembra aver smarrito ogni reale capacità propulsiva di fare sistema, persino di fronte a una condizione di paradossale vantaggio. Il terremoto del 2016 ha riportato infatti il Reatino al centro di politiche mirate come non se ne vedevano da decenni. Al contrario, la ventilata chiusura della Lombardini, che sorge proprio nel cratere e rientra nelle aree di crisi complessa, conferma la tendenza a uno spopolamento industriale al quale nessuno appare in grado di opporsi. Peccato, perché secondo le risultanze della terza edizione della ricerca BenVivere effettuata dal quotidiano Avvenire con la Scuola di Economia civile e pubblicata l’altro giorno, Rieti è la provincia italiana ad aver migliorato di più la propria posizione rispetto all’anno precedente. L’indagine misura il cosiddetto “benessere multidimensionale”, prendendo in esami parametri ulteriori rispetto a quelli classici legati a salute, lavoro e patrimonio, come la qualità delle relazioni, la creazione di start up, la riduzione del numero dei giovani inoccupati (cioè che non studiano né lavorano), il tasso di natalità, il numero di matrimoni, le iniziative promosse dagli aggregatori sociali.

A volte difendere l’esistente è quasi più utile che attrarre nuovi investimenti. E mentre su quest’ultimo fronte la provincia arranca, se si escludono limitate eccezioni come il Polo della logistica a Passo Corese, sul versante delle perdite il bollettino è in continuo aggiornamento, tanto per il pubblico (da ultimo la Camera di commercio accorpata con quella di Viterbo) quanto per il privato, come appunto dimostra la vicenda Lombardini dove rischiano il posto circa 150 persone tra dipendenti e indotto.

Se l’unica istituzione capace di stare al passo e reagire all’inevitabile resta la Chiesa, una profonda riflessione sull’adeguatezza della classe dirigente locale si impone con urgenza.

 

26-09-2021

(foto Frontiera)

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