a cura di Andrea Carotti

Giugno 2021

PICCOLO GRANDE SCHERMO

I 150 FILM PIÙ BELLI DI SEMPRE

cinema

Ecco una lista di 150 film che ripercorrono la storia del cinema dagli albori fino ad oggi. Le opere hanno allegate delle brevi critiche e riflessioni arricchite con citazioni e pensieri di illustri critici cinematografici come Paolo Mereghetti, Goffredo Fofi, i Cahiers du Cinema, Gilles Deleuze e altri ancora… Ma bando alle ciance, cominciamo questo lungo viaggio nella Settima Arte alla scoperta delle pellicole più belle di sempre.

Il grande regista, sceneggiatore e produttore cinematografico svedese Ingmar Bergman affermò:

"non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima"

Legenda:

**= La lista contiene due opere dello stesso autore

***= La lista contiene tre opere dello stesso autore

 

1) 1916 – INTOLERANCE di DAVID WARK GRIFFITH

Il tema dell’intolleranza intrecciato in quattro storie: La madre e la legge, La passione di Cristo, La     notte di San Bartolomeo e La caduta di Babilonia. Il regista di Nascita di una nazione firma un’opera complessa ma imprescindibile che getta molte basi di linguistica e di sintassi che influenzeranno tutto il cinema a venire.

2) 1920 – IL GABINETTO DEL DOTTOR CALIGARI di ROBERT WIENE

Il film manifesto dell’espressionismo e tra i fondatori del fantastico cinematografico. Le iconiche scenografie e la recitazione impattante e caratterizzante di un’espressività visiva avanguardista e post-modernista proiettano lo spettatore in un’atmosfera irreale, tra sogno e realtà.

3) 1922 – NOSFERATU di FRIEDRICH WILHELM MURNAU

Ispirato al Dracula di Bram Stoker, Murnau delinea uno scenario inquietante in cui una cittadina e i suoi abitanti vengono piegati, maledetti e condannati dal Male e dal suo rappresentante. Altra opera simbolo dell’espressionismo, Nosferatu è pioniere di tutto il genere horror, una rappresentazione che va oltre il realismo trasformandosi in una riflessione metafisica sul Male e sul Nulla.

4) 1924 – LA PALLA N°13 di BUSTER KEATON

Viaggiando tra surrealismo e realtà, il film di Keaton è un punto di partenza e un esempio di       equilibrio tra il reale e la finzione filmica. Cinema che riflette sul cinema, un’opera assoluta che fa da    rappresentante di tutta la filmografia di Keaton.

5) 1924 – GREED di ERICH VON STROHEIM

Dramma epico tratto dal romanzo McTeague di Frank Norris è senza dubbio tra i maggiori esponenti del film muto. Stroheim abbandona i salotti aristocratici europei per dirigersi in California delineando personaggi dilaniati da passioni primitive in un film in cui fatalismo sociale ed esistenziale assume toni parossistici e senza speranza dipingendo un’umanità poco al di sopra del livello bestiale.

6) 1927 – METROPOLIS di FRITZ LANG **

Uno dei film visivamente più impressionanti della storia del cinema: architettura, fotografia, sceneggiatura, la geometria delle riprese raramente hanno raggiunto un livello così alto. Un’opera totale che anticipa le moderne tecniche cinematografiche e crea un linguaggio evocativo che insegna ancora oggi come va narrato un racconto.

7) 1928 – LA PASSIONE DI GIOVANNA D’ARCO di CARL THEODOR DREYER

La storia della pulzella di Orléans raccontata in una storia che tenta di concentrare spazio e tempo per raggiungere la verità estetica e psicologica del personaggio. Una storia di oppressione dal potere che è la chiave di volta per comprendere la figura della donna nel cinema di Dreyer.

8) 1932 – FREAKS di TOD BROWNING

Diretto con uno sguardo asettico e secco e mai autocompiaciuto, questo film di peccato, di violenza, di carne e desiderio fanno viaggiare lo spettatore attraverso paure e incubi. Interpretato da veri freaks (uomini-torso, gemelle siamesi, donne spillo e altre creature deformi) Browning ricerca la genuinità di alcuni personaggi contrapponendoli alla mostruosità morale di alcuni esseri “normali”.

9) 1933 – LA GUERRA LAMPO dei FRATELLI MARX

Una comicità divertentissima che ancora oggi è in grado di regalare risate è racchiusa nel quinto lungometraggio dei F.lli Marx. Una satira politica antimilitarista che anticipa Il grande dittatore di Chaplin, una serie di gag surreali condite da un ritmo incalzante. Ultimo film interpretato da Zeppo Marx.

10) 1934 – ACCADDE UNA NOTTE di FRANK CAPRA

Il racconto di un’America che vuole uscire dalla Depressione con uno spirito ottimistico e positivo. Una delle migliori commedie degli anni ’30 che consacra Clark Gable come sex symbol in un ruolo all’epoca considerato poco dignitoso. Il primo film a vincere i cinque Oscar più importanti. Rifatto nel 1956 in chiave musical con il titolo Autostop.

11) 1935 – LA MOGLIE DI FRANKENSTEIN di JAMES WHALE

Sequel di Frankenstein che approfondisce la solitudine e l’umanità del mostro aggiungendo alla trama tocchi di humour. Colonna sonora di Franz Waxman e fotografia di John Mescall tra le note più iconiche e più belle dell’opera.

12) 1937 – BIANCANEVE E I SETTE NANI di DAVID HAND

Il classico Disney per eccellenza nonché primo lungometraggio animato della storia del cinema. Realizzato con l’uso della multiplane che sovrappone diversi fondali in trasparenza, Biancaneve resta ancora oggi uno dei film di animazione meglio realizzati con personaggi simpatici, una storia che attraversa diversi generi e l’uso incredibile dello spazio nelle ambientazioni dei disegni.

13) 1939 – VIA COL VENTO di VICTOR FLEMING

Il regista de Il mago di Oz firma un altro grande colossal che è diventato negli anni un cult assoluto nell’immaginario collettivo. La storia d’amore tra le più famose del cinema, un melodramma archetipico sullo sfondo di un affresco storico-epico introdotto da una “ouverture”. Interpretazioni di Clark Gable, Vivien Leigh, Olivia de Havilland e Leslie Howard che resteranno ai posteri per la grande impronta che hanno lasciato nell’arte. Film vincitore di 8 premi Oscar su 13 nomination.

14) 1939 – LA REGOLA DEL GIOCO di JEAN RENOIR

Il capolavoro di Renoir che fa un ritratto lucido e pessimista del crepuscolo di un mondo, raccontato con humour e crudeltà. Nel cinema francese di quegli anni non sono pochi i film che mettono in scena le tensioni di un gruppo di personaggi e che condividono con il film un’attrazione per le rotture di tono, una tendenza a dipanarsi verso direzioni multiple e un identico innato pessimismo portando uno sguardo spesso tagliente sui rapporti di classe, la decadenza dei valori, la dissennatezza e l’incultura dell’ambiente borghese, il cinismo dei possidenti.

15) 1939 – OMBRE ROSSE di JOHN FORD ***

“Il western”. Quintessenza del genere e vero capolavoro in perfetto equilibrio tra teatralità e l’avventura, lo spazio chiuso e l’immensità cosmica, l’aneddoto e la sintesi, l’epicità e il messaggio. Atto d’accusa contro l’ipocrisia sociale e l’emarginazione in pieno New Deal rooseveltiano. Film che impone John Wayne come attore di spicco.

 

16) 1940 – SCANDALO A PHILADELPHIA di GEORGE CUKOR

Un classico della commedia sofisticata con l’inimitabile stile di Cukor, elegantissimo, discreto ma pieno di tensioni sotterranee. Il regista mette in scena il suo atteggiamento verso il bel mondo di Philadelphia in modo scettico e critico. Divine le interpretazioni di Katharine Hepburn e Cary Grant. Oscar alla miglior sceneggiatura.

17) 1940 – IL GRANDE DITTATORE di CHARLIE CHAPLIN

Chaplin prende di mira i totalitarismi europei e ribadisce la sua ideologia umanitaria e pacifista che consiste nell’estendere ai campi della politica, della guerra e delle lotte sociali il suo senso dei valori tradizionali e probabilmente eterni della verità, della libertà e della giustizia. L’opera tuttora mostra la sua modernità a partire dall’intuizione di trasformare due personaggi in figure speculari e complementari.

18) 1941 – QUARTO POTERE di ORSON WELLES ***

Prima opera di Welles e probabilmente mai un esordio di tale portata. Quarto potere è lo studio di un sultano che soffre di amnesia, ritratto faustiano di un americano al cento per cento come dichiara lo stesso protagonista a chi lo accusa di simpatie di destra o di sinistra. Opera capitale nella storia del cinema: innovazione tecnica, fotografia, sistema di illuminazione, set maestosi e il ruolo centrale del regista, qui autore nel senso pieno del termine. Oscar alla sceneggiatura.

19) 1941 – IL MISTERO DEL FALCO di JOHN HUSTON ***

Tra le più importanti opere noir, sono presenti tutti gli elementi fondativi del filone, a cominciare dal private eye cinico e malinconico e il duro della narrativa hard-boiled. Bogart si rivelò ideale per il personaggio: il contegno sornione e lo sguardo compassato, uniti ai modi spicci e alla parlata tagliente, conferiscono al personaggio uno statuto che resterà pressoché inalterato nei decenni a seguire. Regia magistralmente tesa di Huston, quasi tutta in interni e coadiuvata dalle luci oblique di Arthur Edeson.

20) 1942 – CASABLANCA di MICHAEL CURTIZ

Il triangolo amoroso e il locale più celebri della storia del cinema. Un grandissimo Bogart in una parte che in origine doveva essere di Ronald Reagan e un’indimenticabile Ingrid Bergman che nei silenzi più che nei dialoghi comunica emotivamente con il cuore dello spettatore. Candidato a otto Oscar, ne vinse tre: miglior film, regia e sceneggiatura.

21) 1943 – DUELLO A BERLINO di EMERIC PRESSBURGER E MICHAEL POWELL

Costruito con una struttura a flashback è il maggior affresco romantico mai realizzato nel contesto del cinema britannico. La storia di un uomo e del suo paese ma soprattutto quella di alcuni valori che la cultura del Ventesimo secolo sembra aver messo in crisi. E lo fa con una libertà di invenzioni e una fantasia narrativa che sconcertarono i critici contemporanei ma la cui forza visionaria oggi è unanimemente riconosciuta. Una grandiosa Deborah Kerr.

22) 1945 – AMANTI PERDUTI di MARCEL CARNÉ

Al di là delle discussioni critiche che suscitò (con accuse di un'esaltazione della forma in bilico su un formalismo di splendore raggelato e di decadentismo troppo compiaciuto), il film vanta una galleria di personaggi memorabili, una sontuosa e raffinata ricostruzione d'epoca, una fertile dialettica drammatica tra la vita e la finzione (il teatro), figure storiche e personaggi inventati, tragedia e pantomima, il muto e il parlato. Girato a Nizza e a Parigi tra il 1943 e il 1944 con due lunghe interruzioni per ragioni belliche, uscì a Parigi nel maggio 1945. In Francia fu distribuito in 2 parti, l'edizione italiana, ridotta della metà (90'), è uno sconcio.

                 

23) 1945 – ROMA CITTÀ APERTA di ROBERTO ROSSELLINI

Ispirato alla vicenda reale di don Luigi Morosini è il capolavoro simbolo del neorealismo. Commovente ancora a distanza di anni, il film reagisce al suo stile semplice e diretto alla retorica di tanti anni di fascismo e oppone a una tradizionale ipocrisia la sincerità e il desiderio dimettere gli uomini al cospetto della realtà così com’è. Memorabili interpretazioni della Magnani e Fabrizi.

24) 1946 – IL GRANDE SONNO di HOWARD HAWKS **

Un classico del noir dove Hawks costruisce un’atmosfera morbosa di complotto e seduzione che non ha uguali nella storia del genere, mentre Bogart ci lascia la più memorabile delle incarnazioni di Marlowe, in perpetuo disequilibrio tra il suo idealismo morale e il suo realismo di uomo d’azione. Meravigliosi i dialoghi e la colonna sonora di Max Steiner.

25) 1947 – LA SIGNORA DI SHANGAI di ORSON WELLES ***

Welles fa i conti con Hollywood e il sogno americano: un noir che toglie ogni alone di romanticismo alla figura della dark lady che alla fine il protagonista lascia morire dissanguata né miglior sorte è riservata agli altri personaggi, pescecani affamati del loro sangue, incapaci di resistere al fascino del denaro. Coppia dalla grande alchimia quella tra Welles e Rita Hayworth.

26) 1948 – LADRI DI BICICLETTE di VITTORIO DE SICA

Una delle migliori opere neorealiste, centro attorno al quale orbitano le opere degli altri neorealisti. Lucida e profonda analisi della dura realtà di quegli anni, è il punto più alto della collaborazione tra De Sica e Zavattini, dove si armonizzano sia la loro poetica del quotidiano e del pedinamento sia il loro amore per i personaggi, che qui si fa vero senso di pietà. De Sica vinse il suo secondo Oscar al miglior film straniero.

27) 1948 – LETTERA DA UNA SCONOSCIUTA di MAX OPHÜLS

Uno dei melodrammi più riusciti del regista, dove l’ambientazione in una Vienna ricostruita in studio crea un clima onirico ed estenuato: è il trionfo di quel ‘barocco fluido’ capace di comunicare al pubblico le emozioni più segrete dei personaggi attraverso le loro evoluzioni e i loro movimenti nello spazio.

28) 1948 – DIETRO LA PORTA CHIUSA di FRITZ LANG **

La storia viene raccontata come un sogno, con uno stile stupefacente in bilico tra espressionismo e surrealismo. Anche i tocchi psicoanalitici, di moda in quegli anni, non sono accessori e non sciolgono l’ambiguità di fondo: noi siamo tutti figli di Caino, dice Mark, e il film lo descrive infatti non come un vero criminale ma piuttosto un uomo ossessionato dall’idea del crimine. In sintonia con la regia di Lang la fotografia di Stanley Cortez è capace di trasformare ogni spazio in un luogo di paura e di fascino.

29) 1949 – IL TERZO UOMO di CAROL REED

Un classico del cinema di spionaggio, cupo e sinistro nella ricostruzione di una Vienna trasfigurata dall’elegante bianco e nero di Robert Krasker e accompagnato da un famoso motivo musicale suonato alla cetra da Anton Karas. Il film riesce a trasmettere allo spettatore il pessimismo notturno del regista attraverso una regia barocca, ridondante e melodrammatica impreziosita da set davvero straordinari che il grandangolo tanto caro a Reed distorce senza pietà.

30) 1950 – EVA CONTRO EVA di JOSEPH L. MANKIEWICZ

Una commedia morale sul mondo teatrale e i meccanismi del successo ma anche un amaro ritratto della società americana nel suo insieme, dove dominano arrivismo, fragilità psicologica, tendenza alla paranoia, terrore di invecchiare e paura di confrontarsi con sé stessi. Oscar al miglior film, regia, sceneggiatura, attore non protagonista (Sanders), costumi e suono. Premio speciale della giuria e Palma come miglior attrice alla divina Bette Davis a Cannes.

31) 1950 – VIALE DEL TRAMONTO di BILLY WILDER ***

Fin dall’inizio Wilder stabilisce un tono di cinismo e umorismo nero, contaminando il noir con atmosfere quasi horror. Disfacimento, morte, follia: il lato oscuro del cinema coincide con quello della vita. Uno dei film più crudeli su Hollywood, e uno dei più affascinanti viaggi nella decadenza, che mescola in modo inquietante finzione e realtà.

32) 1950 – GIUNGLA D’ASFALTO di JOHN HUSTON ***

Uno dei migliori film di Huston e uno dei noir più belli mai girati: un’amara parabola sull’avidità umana, senza manicheismi e con personaggi a tutto tondo. Partitura e fotografia memorabili. Per Marilyn la prima parte di spicco e uno Sterling Hayden magistrale.

33) 1951 – UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO di ELIA KAZAN ***

Kazan filma l’omonimo dramma di Tennessee Williams togliendo ogni riferimento all’omosessualità del marito di Blanche per esigenze di censura e accentuando l’interpretazione psicoanalitica dei personaggi, specie per quello di Vivien Leigh che vuole magia invece è realtà e vela le lampadine perché la realtà sia attenuata. Il trionfatore assoluto del film fu Brando, indimenticabile in jeans e maglietta, capace di dimostrare volgarità, crudeltà, sadismo e allo stesso tempo qualcosa di terribilmente attraente. Vincitore di quattro premi Oscar.

34) 1952 – CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA di STANLEY DONEN E GENE KELLY

Uno dei musical più iconici della storia del cinema, che rievoca il passaggio dal muto al cinema sonoro. La sceneggiatura è in grado di equilibrare spunti documentari e unghiate satiriche, ripercorre la storia del cinema dei padri, tra omaggi a Bubsy Berkeley e ironiche rivisitazioni della storia di Hollywood. Professionismo, tenacia e amicizia riescono a vincere le avversità riuscendo a far mantenere al film un tono leggero e affascinante. Due sole nomination ricevute.

35) 1952 – UN UOMO TRANQUILLO di JOHN FORD ***

Questo meraviglioso film di Ford racconta il fascino, la bellezza ma anche la cultura e le convenzioni della sua terra d’origine con un affetto che non si separa dall’ironia e di una sottile ma persistente malinconia. Girato in esterni in Irlanda, il film fu fortemente contrastato da Republic ma si rivelò uno dei più grandi successi commerciali dello studio. Indimenticabile il primo bacio tra i protagonisti Sean e Mary Kate, durante la violenza di un temporale e l’omerica scazzottata tra i due protagonisti. John Wayne e Maureen O’Hara formano una delle coppie più belle viste in scena, dinamite pura.

36) 1952 – IL SAPORE DEL RISO AL TÈ VERDE di YASUJIRŌ OZU ***

Ozu propone nel suo film una sintesi personale tra modernità e valori della tradizione e satireggiando al contempo la borghesia occidentalizzata. La ricerca della semplicità coinvolge di pari passo l’etica dei rapporti umani e lo stile del film. E’ pura meditazione.

37) 1954 – I SETTE SAMURAI di AKIRA KUROSAWA **

Un capolavoro e caposaldo della storia del cinema, un film d’avventura dal respiro epico che cela un’elegia della terra e della solidarietà, com’è nello spirito del regista. Al centro il confronto-scontro tra due culture, quella della campagna e quella delle armi, e se la prima è descritta nella sua globalità, attraverso il ritratto collettivo dei contadini, la seconda è più approfondita e i sette differenti caratteri dei samurai incarnano aspetti diversi della morale e del comportamento giapponese. Il film andrebbe visto nella sua versione integrale. Un’opera senza la quale molti grandi film di genere epico, western e avventura non sarebbero mai stati realizzati.

38) 1954 – LA FINESTRA SUL CORTILE di ALFRED HITCHCOCK **

Uno dei più celebri film del Maestro, mescola suspence e ironia, riesce nell’ardua impresa di raccontare tutto dal punto di vista di un protagonista costretto all’immobilità, la cui unica possibilità di movimento è legata allo sguardo. Un film sull’essenza stessa del cinema, arte dell’immaginazione, e sulla spettatorialità, connotata da una forte tendenza voyeuristica. Regia calibratissima e senza virtuosismi gratuiti: tutto si gioca sulla profondità di campo e in un’apoteosi della soggettiva che nei decenni a seguire si farà matrice fondante del thriller.

39) 1954 – FRONTE DEL PORTO di ELIA KAZAN ***

Un film che rivelano un’epoca ponendo allo scoperto la falsa coscienza degli intellettuali come pochi altri. L’interpretazione di Brando, soprattutto nella scena in cui prende coscienza con il fratello in macchina e nell’eccessività e crudezza della scena del pestaggio, resta memorabile. Dodici nomination agli Oscar e ne vinse otto.

40) 1955 – GIOVENTÙ BRUCIATA di NICHOLAS RAY

Opera che impose definitivamente James Dean come mito di una generazione. Un saggio di regia, sempre funzionale alla messa in scena drammatica: vedi l’uso espressionista del colore, la funzionalità del formato panoramico, il taglio obliquo di alcune inquadrature, il montaggio frenetico e l’audacia di alcune soggettive. Un classico, allora in anticipo sui tempi, che ancora non smette di emozionare.

41) 1955 – LA MORTE CORRE SUL FIUME di CHARLES LAUGHTON

Sullo sfondo di un’America di provincia in cui tutti sono ossessionati dal puritanesimo, una fiaba nera girata con uno stile folgorante che non ha eguali nel cinema dell’epoca. Laughton sembra ricapitolare espressionismo e surrealismo in una sintesi personale, dove orrore e il meraviglioso sono due facce della stessa medaglia. Indimenticabile il personaggio di Mitchum che porta tatuate sulle nocche le parole “Love”e“Hate”.

42) 1955 – L’UOMO DI LARAMIE di ANTHONY MANN

Quinto e ultimo western interpretato da James Stewart per Anthony Mann, questo film riassume tutti i grandi temi del regista portandoli alla loro forma più esasperata: la presenza della violenza che tocca punte sadiche e l’ossessione della vendetta e l’ineluttabilità del destino, che trova la sua rappresentazione perfetta nel sogno ricorrente di Alec, tragica rilettura in chiave western del dramma di Re Lear tradito dai suoi tre figli, quello vero che si pente di avere, quello adottato in cui ripone le sue speranze e quello ideale che non avrà mai. Assoluto.

43) 1956 – L’INVASIONE DEGLI ULTRACORPI di DON SIEGEL

Uno dei migliori esempi di fantascienza anni ’50, dove le angosce dell’epoca non sono semplicemente riflesse, ma anche interrogate e sondate in profondità. Letto sia in chiave anticomunista che antimaccartista, in realtà è meno sociopolitico di quanto possa sembrare, concentrato com’è sull’incubo di una folle e inavvertita disumanizzazione che ha carattere marcatamente individuale, sebbene colta all’interno di una comunità. Una delle migliori opere di Siegel.

44) 1956 – SENTIERI SELVAGGI di JOHN FORD ***

Con un John Wayne in una delle sue migliori parti è uno dei più grandi film western e non solo di tutti i tempi, classico e innovativo come tutto il cinema di Ford. Geniale nell’uso degli spazi di Monument Valley, e la capacità di rendere il senso del tempo che scorre e del passare delle stagioni. Sequenza iniziale da brivido come il finale, con la sagoma di Wayne che rimpicciolisce, condannato a un destino di solitudine.

45) 1957 – IL POSTO DELLE FRAGOLE di INGMAR BERGMAN**

Se la giovinezza è il superamento della linea d’ombra conradiana, la vecchiaia è l’approdo al posto delle fragole. Un singolare road movie alla ricerca del tempo perduto, ma anche una straordinaria fiaba drammatica sulla solitudine che dal punto di vista formale oscilla tra il naturalismo quotidiano e l’espressionismo onirico, a testimonianza di come l’autore avesse già pienamente fatta propria e superata la lezione di Strindberg. Non manca la discussione sull’esistenza di Dio. Film affascinante e significativo, al vertice della poetica di Bergman.

46) 1957 – IL SETTIMO SIGILLO di INGMAR BERGMAN**

Il film più celebre di Bergman, mostra ancora oggi un simbolismo spiccato. Al centro il tema della trascendenza e della ricerca di Dio, inquadrato attraverso tre prospettive complementari: l’angoscia e il dubbio di Antonius, il materialismo laico e beffardo di Jons e la fede assoluta e critica di Jof. Entrata nella storia l’immagine del cavaliere e della Morte che giocano a scacchi sul litorale coperto dalle nubi. Straordinari i contrasti in bianco e nero.

47) 1957 – TESTIMONE D’ACCUSA di BILLY WILDER ***

Uno straordinario giallo che interrompe la serie di commedie realizzate dal regista negli anni ’50. Dove la commedia si basa sull’equivoco e il travestimento, il giallo giudiziario alla Wilder si fonda sull’inganno e la maschera. Insostituibile la Dietrich, che al solo apparire è un concentrato di suggestioni noir e mélo davvero esplosivo, memorabile Charles Laughton. Sei Nomination, ma nessun Oscar.

48) 1958 – VERTIGO di ALFRED HITCHCOCK **

Capolavoro filosofico del Maestro, dove la sua concezione della vita come passaggio necessario attraverso le tenebre viene raccontata nella maniera più compiuta e coinvolgente. Il regista ci racconta il cammino di un uomo che si sente tradito dalla sua razionalità: l’importante non è tanto smascherare un omicidio quanto capire come è potuto succedere che la passione dell’innamorato abbia accecato la razionalità del poliziotto. Perfetti Stewart e la Novak.

49) 1958 – L’INFERNALE QUINLAN di ORSON WELLES ***

Un’opera monumentale e ricca di fascino, un conflitto drammaturgico ambiguo e geniale con un personaggio titanico, malato di assolutismo, riprovevole eppure dotato di un fiuto infallibile. A Welles non interessa tanto la grandezza del male, quanto l’innocenza nel peccato e così all’ambiguità morale fa riscontro un’analoga ambiguità estetica, giocata su una violenta deformazione dello spazio e su una velocità doppia. Noir sadico dalle ascendenze kafkiane. Un’impressionante Charlton Heston, pilastro della scena insieme al regista-protagonista Welles.

50) 1959 – I 400 COLPI di FRANÇOIS TRUFFAUT **

Autenticità e freschezza ancora oggi, film simbolo della Nouvelle Vague, frutto di un magico equilibrio tra improvvisazione e rigore, realismo e rielaborazione astratta, che il montaggio sa magicamente esaltare. Un poema sulla solitudine i un adolescente come tanti, dal taglio cronachistico e privo dei consueti stereotipi mélo: attraverso una regia semidocumentaristica, che abolisce l’uso della soggettiva ma prevede il protagonista in ogni inquadratura, Truffaut con molto affetto descrive, interroga, suggerisce, emoziona.

51) 1959 – BEN HUR di WILLIAM WYLER

Colossal della storia del cinema che sbancò i botteghini e si aggiudicò undici Oscar su dodici nomination. Imprescindibile cult che per estetica, proporzioni e sfarzo si impose come caposaldo del film storico-epico.

52) 1959 – A QUALCUNO PIACE CALDO di BILLY WILDER ***

Una commedia assolutamente perfetta che resuscita i temi e modi del vecchio comico e del vecchio cinema non per rileggerli criticamente ma per mostrare i loro risvolti attuali e far leva sulle loro stesse contraddizioni. Al centro di tutto la confusione tra i sessi. Che provoca alcune delle migliori gag della storia del cinema. Nel ruolo di Zucchero Kandinsky Marilyn è perfetta, indimenticabile quando suona l’ukulele e canta I wanna be loved by you e I’m Thru’ with love. Oscar per i costumi.

53) 1959 – UN DOLLARO D’ONORE di HOWARD HAWKS **

Una summa perfetta del genere, la cui forza mitologica è raggiunta per forza di morale e non di epica. Western da camera, girato in tre soli ambienti privo di ricostruzione storica e ancor meno di afflato paesaggistico, è una summa dei temi cari a Hawks: le dinamiche che si scatenano all’interno del gruppo, il ruolo pedagogico degli anziani, la nostalgia di una passata integrità, l’orgoglio del professionista per il lavoro ben fatto, le schermaglie virili.

54) 1960 – FINO ALL’ULTIMO RESPIRO di JEAN-LUC GODARD

Film bandiera della Nouvelle Vague, si viaggia tra amore per il poliziesco americano e per un linguaggio visivo lontano dai moduli classici, fato di sguardi in macchina e di un montaggio sconnesso, di movimenti frenetici e di una narrazione dove è l’azione ad essere funzionale ai personaggi e ai loro slanci, e non viceversa.

55) 1960 – TARDO AUTUNNO di YASUJIRŌ OZU ***

Ozu riflette sul contrasto tra tradizione e modernità con toni che variano dall’ironia al dramma, e infittisce i richiami ai propri film precedenti, quasi in segno di chiusura al Nuovo cinema giapponese: ma il senso della serena accettazione dell’ineluttabile è sempre espresso con uno stile semplice e rigoroso che lascia ammirati.

56) 1960 – LA MASCHERA DEL DEMONIO di MARIO BAVA

Primo film di Bava che lanciò Barbara Steele come regina dell’horror. L’opera costruisce una dimensione onirica e fantastica giocata sull’ambiguità e sull’attrazione morbosa per il Male. Bava curò anche gli effetti speciali, che restano ancora oggi sorprendenti.

57) 1960 – LA DOLCE VITA di FEDERICO FELLINI **

Un affresco composito di un mondo senza più un punto di riferimento, un viaggio nella notte, durante il sonno della ragione, attraverso una civiltà corrotta e putrescente nella quale tutto crolla di schianto, valori autentici e falsi miti, tradizioni secolari e convinzioni nate appena ieri. Una delle coppie più belle mai viste sullo schermo, Mastroianni e la Ekberg.

58) 1961 – DIVORZIO ALL’ITALIANA di PIETRO GERMI

Un affresco acuto della realtà siciliana ma anche un amaro pamphlet contro l’inciviltà dell’articolo 587 del codice penale. Grandissima prova di Mastroianni che inventò il tic del barone ispirandosi allo stesso Germi. Premio per la miglior commedia a Cannes e Oscar alla sceneggiatura.

 

59) 1961 – SPLENDORE NELL’ERBA di ELIA KAZAN ***

Violento e diretto atto d’accusa contro una morale sessuale conformista, in una società che eleva la proibizione a rango di legge e l’ipocrisia come sua ineluttabile conseguenza, il cui individualismo e puritanesimo sono solo la maschera dietro alla quale si nascondono speculazioni e trasgressioni. Il film è anche un profondo e partecipe studio psicologico sulla gioventù, un’educazione sentimentale verso la maturità che si raggiunge socraticamente conoscendo sé stessi e i propri desideri. Straordinaria la fotografia. Esordio sulla scena di Warren Beatty.

60) 1962 – IL BUIO OLTRE LA SIEPE di ROBERT MULLIGAN

Uno dei vertici della carriera di Gregory Peck, perfetto nel ruolo di un padre tranquillo ma coraggioso, tenero coi figli ma deciso col lavoro. Mulligan mette la capacità di sottolineare la parte emozionale del racconto e l’abilità nell’affrontare temi importanti senza essere pedante. Esordio al cinema di Robert Duvall. Oscar al miglior attore protagonista.

61) 1962 – IL GUSTO DEL SAKÈ di YASUJIRŌ OZU ***

Ozu orna con più amarezza al tema del rapporto tra figlia e genitore: tutti i personaggi sono condannati alla solitudine, e Ozu guarda con scetticismo al Giappone che corre verso il benessere. Lo stile, giocato sulle inquadrature fisse, i campi-controcampi con stacchi a 180 gradi, le inquadrature vuote e le sorprendenti ellissi sa guardare alle cose spogliandole della loro contingenza e proiettandole in un universo che mira a coglierne l’essenza.

62) 1962 – IL SORPASSO di DINO RISI

Uno spaccato di grande precisione sociologica dell’Italia del boom di cui Gassman incarna con istrionismo tutti i difetti e i pochi pregi. In un paese dove anche i burini si lasciano tentare dagli ancheggiamenti del twist, dove i frigoriferi intasano i tir e i tir le strade, Bruno Cortona si trasforma in una specie di commesso viaggiatore spavaldamente alle prese con l’inventario dei beni che il miracolo economico squaderna alla vista dell’italiano rapito.

63) 1962 – JULES E JIM di FRANÇOIS TRUFFAUT **

La storia del ménage à trois più celebrato della storia del cinema, raccontata con uno stile raffinato e delicatissimo. Un film leggero, puro, aereo che non si preoccupa di trarre una morale dal comportamento dei suoi personaggi.

64) 1963 – 8 E MEZZO di FEDERICO FELLINI **

Autobiografia immaginaria, visivamente straordinaria, che, con apparente svagatezza, va a fondo in temi ultimi come l’Arte, la Memoria e la Morte. Una delle migliori colonne sonore di Nino Rota: la marcetta del film è diventata la bandiera della clownerie felliniana, ma anche la sigla musicale con la quale il nome di Rota risuona nella memoria collettiva di tutto il mondo. Un capolavoro che non stanca mai, con un immenso Mastroianni e vincitore di due Oscar.

65) 1963 – LA GRANDE FUGA di JOHN STURGES

Sturges rilegge la seconda guerra mondiale in chiave comico-avventurosa, con una conclusione drammatica, affidandosi a un cast d star emergenti, prese in parte dai Magnifici Sette. Un grande successo con un montaggio mozzafiato. Fecero epoca le imprese motociclistiche di McQueen.

66) 1966 – IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO di SERGIO LEONE

Un Leone in splendida forma in un’opera che non ha bisogno di presentazioni. Il triello finale nel cimitero è una pietra miliare del western all’italiana. Morricone firma una delle più celebri colonne sonore.

67) 1967 – FRANK COSTELLO FACCIA D’ANGELO di JEAN-PIERRE MELVILLE

Il film innesca su una trama poliziesca un’amara riflessione sulla solitudine umana. Punto di svolta di una carriera, il film è girato con un rigore capace di evitare ogni cedimento spettacolare o sentimentale, proprio come il suo protagonista, interpretato da un grande Alain Delon, sembra non avere bisogni o emozioni, passato o avvenire.

68) 1967 – GANGSTER STORY di ARTHUR PENN

Penn parte da una serie di elementi reali per addentrarsi subito dopo nella fantasia e nel mito trasformando il film in una specie di incubo a occhi aperti, la cui forza evocativa è sottolineata dall’impiego di colori carichi di luce, procedimenti flou, ralenti, e da uno stile che, prediligendo il montaggio ultraspezzettato al piano sequenza allora di moda, riesce a passare dal comico al tragico con ininterrotta felicità, dalle caratterizzazioni caricaturali a una grande sensibilità psicologica.

69) 1968 – ROSEMARY’S BABY di ROMAN POLANKSI **

Polanski innesta progressivamente un’angoscia surreale, tanto fantastica quanto inquietante, resa più intensa dall’umorismo beffardo, dalle acute osservazioni psicologiche e da un senso di ambiguità diffusa e persistente. Oscar alla miglior attrice non protagonista per la Gordon. Passata alla storia la scena dell’evocazione del diavolo per l’accoppiamento infernale.

70) 1968 – LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI di GEORGE A. ROMERO

Una delle pietre miliari del cinema horror contemporaneo, il film sa sfruttare al meglio la propria povertà di mezzi e fonde perfettamente thriller e ironia, tensione e sarcasmo verso la provincia americana.

71) 1969 – IL MUCCHIO SELVAGGIO di SAM PECKINPAH

Un inno epico alla morte, che fa piazza pulita di tutti i miti della frontiera, lasciando intatto solo quello dell’amicizia. E insieme una riflessione pessimista sul rapporto tra l’uomo e la violenza.3643 inquadrature, un montaggio frenetico che combina ralenti a flash subliminali, una grande libertà nel mescolare tempi e punti di vista. L’ultimo grande western classico e capolavoro di Peckinpah.

 

72) 1969 – I RAGAZZI DEL MASSACRO di FERNANDO DI LEO

È il primo film di Di Leo tratto da un romanzo di Giorgio Scerbanenco, un sodalizio destinato a durare e a produrre ottimi frutti. In realtà Di Leo si prende molte libertà e usa le idee di Scerbanenco adattandole al proprio crudo stile registico. Addirittura già mentre scorrono i titoli di testa assistiamo a una lunga scena di stupro e capiamo quanto sia abile il regista a riprenderla senza scadere in particolari “scabrosi”. Così inizia I RAGAZZI DEL MASSACRO che, in breve, da poliziesco con velleità di indagine psicologica sul sociale si trasforma in un vero e proprio giallo, degno di appartenere, per alcune trovate, al nascituro spaghetti-thriller. E tutto il finale, girato con stile esemplare, lascia col fiato sospeso. Una delle grandi doti di Di Leo è sempre stata l’estrema abilità nella direzione degli attori e infatti, se escludiamo la prova tutto sommato incolore di Susan Scott (lo stesso Di Leo ammise di averla un po' “trascurata”), siamo di fronte a ritratti psicologici efficacissimi

73) 1969 – DILLINGER È MORTO di MARCO FERRERI

Una delle sintesi migliori del cinema di Ferreri, che qui riesce a descrivere perfettamente l’alienazione colta nel cuore stesso del quotidiano, l’amorfa e piatta oppressione del tessuto sociale, la caduta di senso, la sconnessione di un gestire senza presa sul reale, l’impotenza totale.

74) 1970 – INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO di ELIO PETRI

Thriller psicoanalitico sulla cristallizzazione e le aberrazioni del potere che analizza in chiave grottesca i metodi e i fini degli apparati polizieschi. Perfetta interpretazione dell’immenso Gian Maria Volonté, la descrizione di un piccolo personaggio della piccola borghesia meridionale che non ha la possibilità di accesso a un potere diverso da quello burocratico e che sfoga nell’autorità le sue repressioni sessuali e di classe. Indimenticabile colonna sonora di Morricone. Premio speciale giuria festival di Cannes e Oscar miglior film straniero.

75) 1972 – CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO! di SYDNEY POLLACK

Un western maestoso e malinconico che mescola avventura al documentario: così, in forma di racconto di sopravvivenza, il film si fa studio dei rapporti tra nemici etnici, dentro il dilemma tra civiltà e wilderness, dentro il conflitto tra la collettività dei legittimi padroni del luogo e la necessità storica del pioniere.

76) 1972 – IL PADRINO di FRANCIS FORD COPPOLA ***

Pietra miliare della rifondazione hollywoodiana, il film riesce a mescolare brutali efferatezze, mitologia mediterranea, folclorismo di maniera, ambiguità verso la mafia vista come compenetrazione di Bene e Male, rappresentazione metaforica del conflitto tra vecchia e nuova America e di quello tra vecchia e nuova Hollywood. Un parallelismo progressivo tra mafia e politica e la magistrale ricostruzione di un’epoca e di una morale del crimine, e di una struttura patriarcale. Film oscuro e notturno, una tragedia, mitica e rituale. Tre premi Oscar. Marlon Brando inevitabilmente iconico, imponente e impetuoso.

77) 1972 – NON SI SEVIZIA UN PAPERINO di LUCIO FULCI

Un film importante per la genesi del thriller italiano, in cui Fulci dimostra di conoscere perfettamente i meccanismi della paura, con in più il merito di discostarsi dai canovacci alla Argento, puntando invece sull’ambientazione insolita e su un’atmosfera morbosa tra sacro e peccato originale.

78) 1972 – IL FASCINO DISCRETO DELLA BORGHESIA di LUIS BUÑUEL

Una delle opere massime del regista, un vaudeville metafisico e fantastico rappresentato in modo più agile rispetto alle prime opere surrealiste. Il suo spirito anarchico e dissacrante si avvale di un senso dell’umorismo e di una fluidità narrativa che consentono al pubblico di seguire il discorso senza il panico dell’incomprensione. Bunuel fustiga la classe borghese, sociologicamente indeterminata, ma universalmente parassitaria, imponente e comunque padrona dei destini altrui.

79) 1972 – SOLARIS di ANDREI TARKOVSKI

Il regista esce dai vincoli del realismo per costruire un mondo fondato su leggi spaziali e temporali particolarissime. E se sullo sfondo emergono i temi dell’impotenza della scienza e del misticismo, i nodi della riflessione sono esclusivamente terreni e intimisti: la memoria, la nostalgia della natura, il senso delle radici. Premio speciale giuria a Cannes.

80) 1972 – UN TRANQUILLO WEEKEND DI PAURA di JOHN BOORMAN

Rovesciamento del mito del ritorno alla natura e riflessione sulla componente animalesca dell’essere umano in un film angosciante e tesissimo, tra i capostipiti del survival movie. Al centro della narrazione il peccato originario di un popolo che si raffigura abitante di un Eden primigenio, dimenticando che chi già ci viveva è stato scacciato, se non massacrato. Candidato a tre premi Oscar.

 

81) 1973 – L’ESORCISTA di WILLIAM FRIEDKIN

L’horror forse più famoso della storia del cinema, candidato a dieci premi Oscar. Un film spaventoso e inquietante, capace di mettere in gioco anche lo spettatore più smaliziato su tematiche spinose come fede e ateismo, senza suggerire risposte facili.

82) 1974 – C’ERAVAMO TANTO AMATI di ETTORE SCOLA **

Un film che rivela una tenerezza e un’indulgenza verso i propri personaggi tali da fargli superare i limiti della commedia all’italiana. E in questo modo, mettendo al centro del film il tempo che scorre, l’intreccio narrativo permette di osservare con più emozione che amarezza i tanti ideali traditi che attraversano la storia dei tre. Un omaggio al neorealismo e al cinema italiano. Cast assoluto con Nino Manfredi, Aldo Fabrizi, Vittorio Gassman, Satta Flores e Stefania Sandrelli magnifici.

83) 1974 – CHINATOWN di ROMAN POLANKSI **

L’inappuntabile ricostruzione filologica di ambienti e atmosfere del vecchio noir viene vivificata dalla descrizione di un mondo corrotto non solo politicamente, nel quale la presenza del male diventa ossessiva e sinuosa, mostruosamente ambigua, davvero diabolica e trova nel personaggio del capitalista Noah Cross una rappresentazione che non si dimentica. Oscar alla sceneggiatura.

84) 1974 – LA CONVERSAZIONE di FRANCIS FORD COPPOLA ***        

Il film si svolge come una sorta di incubo, in una dimensione di realtà irreale che fa sentire la sua minaccia, ma si camuffa dietro a elementi occulti, magistralmente sintetizzati nella disperata solitudine della scena finale. Al centro la figura di Harry, un uomo che si è volontariamente emarginato con il suo comportamento antisociale, ossessionato dal bisogno di proteggere gelosamente una vita in evidente conflitto con l’illegalità della sua professione e che non riesce a vedere chiaro nei nastri che registra perché non vede chiaro in sé stesso. Titanica interpretazione di Gene Hackman

85) 1975 – BARRY LYNDON di STANLEY KUBRICK

Il ritto di un eroe ambiguo e arrivista si intreccia a quello di una società classista e violenta, che nasconde profonde miserie con la maschera dell’eleganza e del perbenismo, dove la tensione emotiva e critica è tanto maggiore quanto più freddo è lo stile, quanto più è frustrato il bisogno di identificazione dello spettatore. Dietro l’eccelso splendore formale ispirato ai pittori dell’epoca c’è l’ambizione di mostrare la fragilità del mito dell’avventuriero e più in generale ribadire il pessimismo sulle possibilità dell’uomo di conquistare un reale progresso.

86) 1975 – THE ROCKY HORROR PICTURE SHOW di JIM SHARMAN

Uno dei più bei musical della storia del cinema: un sublime concentrato di cultura camp, kitsch, pop-rock, irriverente e geniale, di una vitalità così contagiosa e irripetibile da far passare in secondo piano una qualità cinematografica tutt’altro che esente da pecche. Un inno struggente all’innocenza perduta del cinema di genere della Hollywood degli anni d’oro.

87) 1975 – PROFESSIONE: REPORTER di MICHELANGELO ANTONIONI

Antonioni imposta un intreccio quasi giallo per raggiungere l’astrazione – evidente in questo caso, nel virtuosistico piano sequenza finale di 7 minuti, che segna la morte e l’allontanamento del personaggio. Film tra i più belli e misteriosi del regista: assolato, vitreo, impareggiabile nell’usare scenari tanto diversi come i deserti africani e la Barcellona surreale di Gaudì.

88) 1975 – QUALCUNO VOLÒ SUL NIDO DEL CUCULO di MILOS FORMAN

Film-denuncia sull’istituzione manicomio, magistralmente interpretato da Nicholson e dalla Fletcher. Notevole sforzo di Forman di evitare con cura ogni tirata moralistica, lasciando al succedersi dei fatti il compito di descrivere un ordine malefico e implacabile capace di creare schiavi e dittatori. Vincitore dei cinque Oscar più importanti.

89) 1975 – L’UOMO CHE VOLLE FARSI RE di JOHN HUSTON ***

Huston dirige con fluidità narrativa e con grande piacere visivo un film che nasconde una chiara parabola antimperialista: la sconfitta dei due ribaldi nemici è dovuta alla loro incapacità di comprendere una cultura che, in quanto primitiva, essi credono inferiore. E’ il modo con cui Huston rivendica le ragioni del mito, capace ironicamente di sconfiggere ancora una volta la Storia.

90) 1975 – SALÒ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA di PIER PAOLO PASOLINI

L’ultimo film di Pasolini rovescia la gioia della trilogia della carne in una agghiacciante parabola di morte: il sesso diventa sopraffazione e consumazione meccanica, i corpi sono degradati a oggetti da odiare e distruggere. La cornice storica del fascismo è un travestimento della contemporaneità, nella quale l’assuefazione alla violenza rende egualmente complici vittime, carnefici e spettatori. Il rigore geometrico e l’humour nero acre e sotterraneo rendono ancora più allucinante questo viaggio all’Inferno che non si ferma di fronte a nulla, dalla scatofagia alla tortura.

91) 1977 – IO E ANNIE di WOODY ALLEN ***

La summa della commedia americana anni ’70. Colmo di spunti autobiografici, ha i suoi irresistibili punti di forza nell’umorismo amaro e scoppiettante della sceneggiatura, nelle acute osservazioni di costume e nella gestualità patologica degli interpreti. Il direttore della fotografia Gordon Willis gioca efficacemente sull’opposizione tra le luci di New York e i bagliori di Los Angeles. Quattro Oscar. Deliziosa, affascinante, divertente, dotata di un’irresistibile goffaggine l’assoluta Diane Keaton.

92) 1977 – UNA GIORNATA PARTICOLARE di ETTORE SCOLA **

Pochi o nessuno sono i film che come questo, senza essere un film di politica militante, hanno espresso mediante le immagini l’ingegno sotteso alla farsa mussoliniana. Scola lascia da parte gli schemi della commedia all’italiana per un dramma psicologico crepuscolare e sottile, giocando sul contrasto tra la fotografia e le voci pompose della radio che commentano la visita del Fuhrer.

93) 1977 – SUSPIRIA di DARIO ARGENTO

Argento affronta per la prima volta l’horror soprannaturale, e gira uno dei suoi film più paurosi e affascinanti visivamente. I virtuosismi tecnici sono funzionali alla costruzione di un’atmosfera di minaccia, dove la morte, infranta ogni spiegazione logica, può arrivare da qualunque parte.

94) 1978 – IL CACCIATORE di MICHAEL CIMINO

Magniloquente e appassionato ritratto dell’America degli anni ’70, il film mescola abilmente commozione e crudeltà nel raccontare il tormento autodistruttivo che attanagliava gli USA dopo la sconfitta nel Vietnam. Cimino non vuole raccontare la guerra, gli interessa piuttosto filmare l’epopea di una sconfitta. E lo fa attraverso momenti forti, capaci di trasformare l’apparente realismo del film in elementi allegorici. Vincitore di cinque Oscar.

 

95) 1978 – UN MERCOLEDÌ DA LEONI di JOHN MILIUS

Inizia come una rievocazione nostalgica degli anni ’60 per diventare poco a poco una meditazione struggente sull’amicizia la giovinezza perduta. Il mito dell’individualismo americano e dell’uomo solo di fronte alla furia degli elementi non ha mai trovato un’espressione così convinta e trascinante. Commovente.

96) 1978 – ANIMAL HOUSE di JOHN LANDIS **

Una delle commedie più divertenti di sempre con un protagonista, John Belushi, irriverente e irresistibile.  Rivoluzionario per l’umorismo scorretto, l’anarchia di fondo e lo spirito demenziale: tutti incarnati dal grande Belushi. Diffuse la moda del toga-party tra gli studenti americani.

97) 1979 – APOCALYPSE NOW di FRANCIS FORD COPPOLA ***

Costruito come un’odissea e come una moderna versione del mito del Graal, è una disperata riflessione sulla tragedia del Vietnam con la quale Coppola attraversa i vari tipi di follia della guerra e dell’uomo e mette in atto un’operazione di psicanalisi di massa che coinvolge lo spirito di una nazione: i suoi fallimenti, la sua ideologia imperialista, la sua cultura popolare, la sua contraddizione fra l’origine rivoluzionaria e l’evoluzione in società capitalista, con il colonnello Kurtz come lato oscuro di un popolo e Willard come figura di eroe, testimone e complice. Visivamente straordinario e ineguagliabile, ritmato da un montaggio incalzante e inventivo, illuminato dalla fotografia che immerge i personaggi e spettatori in un flusso visivo onirico tra il nero della notte, il rosso fuoco dei bombardamenti, il verde opaco della giungla, la nebbia delle trincee e le atmosfere malsane del villaggio di Kurtz.

98) 1980 – THE BLUES BROTHERS di JOHN LANDIS **

Capolavoro: una commistione geniale, irripetibile e catastrofica di musical commedia e satira, divenuta cult movie. La verve caustica del regista e la sua capacità di restituire una lettura politica della società americana arrivano qui al loro apice e il film senza volerlo davvero, imprime anche un cambiamento radicale alla commedia americana coeva. Una chiosa perfetta a quasi tutto il cinema eversivo dei settanta, ma anche un attacco frontale a un’America già sull’orlo del baratro reazionario degli ottanta, dove la descrizione sulfurea delle istituzioni fa il paio con quella di una società civile rappresentata come quintessenzialmente ignorante, razzista e alimentata dal pregiudizio. La coppia delle coppie con un’alchimia così profonda da essersi radicata nella storia del cinema: John Belushi e Dan Aykroyd.

99) 1980 – KAGEMUSHA – L’OMBRA DEL GUERRIERO di AKIRA KUROSAWA **

Il racconto di un momento decisivo della storia giapponese: le lunghe guerre fratricide del periodo Sengoku, che portarono a un lento e complesso processo di unificazione del Paese sotto l’egida dello shogunato Tokugawa. Ritmo compassato ma straordinaria forza drammatica, il film è un’amara parabola sull’illusione e la vanità della grandezza umana, una favola velatamente pirandelliana sull’amaro destino di un sosia, sulla vita come ombra e illusione e sulla crudele ambiguità del potere.

100) 1981 – I PREDATORI DELL’ARCA PERDUTA di STEVEN SPIELBERG

Un grande classico del cinema d’avventure esotiche degli anni ’30 che si mescola con l’horror degli anni ’80, tocchi da commedia sofisticata e messinscena da colossal. Ritmo travolgente e sequenze d’azione ben coreografate. Subito celebre la colonna sonora di John Williams. Ford diventò una star.

101) 1982 – BLADE RUNNER di RIDLEY SCOTT

Film che innova profondamente il genere fantascientifico riuscendo a usare in maniera finalmente organica alla narrazione l’apparato tecnologico degli effetti speciali. La scenografia futuribile con la città costantemente sotto la pioggia per l’inquinamento, confusa e schiacciata da costruzioni inquietanti e barocche, rimanda a una società oppressiva e paranoica, da cui il protagonista cerca più di difendersi che di integrarsi. Scott fa emergere il proprio latente pessimismo sottolineando l’inumanità del contesto sociale, che la colonna sonora rende ancora più struggente. Forse il miglior film di fantascienza mai realizzato.

102) 1982 – LA COSA di JOHN CARPENTER

Uno dei migliori lavori di Carpenter e un punto di non ritorno del cosiddetto new horror. Effetti speciali innovativi e adeguati a raccontare un universo dove l’identità è messa in crisi dal contatto con l’altro, ma la loro irruenza, il pessimismo assoluto e senza alcuna speranza unito a una tensione claustrofobica quasi insopportabile allontanarono il pubblico. Divenuto poi un cult assoluto che ha influenzato tutto il cinema e grandi autori.

103) 1983 – VIDEODROME di DAVID CRONENBERG

Un capolavoro epocale che teorizza e anticipa l’invadenza del privato da parte della televisione, lo sguardo quale percezione esclusiva della realtà, l’uso capitalistico dei media, la diffusione dell’home video, il corpo come contenitore di input al servizio dell’egemonia, l’annullamento dei limiti del mostrabile. Cronenberg perfeziona sia la sua poetica della mutazione della carne, sia il proprio immaginario di genere, con un’inventiva e una forza clamorose. Indimenticabile la presenza tra i protagonisti della bellissima Deborah Harry, cantante dei Blondie.

104) 1983 – SCARFACE di BRIAN DE PALMA **

Uno dei più straordinari gangster movie americani di sempre. La sceneggiatura di Oliver Stone descrive l’ascesa e la caduta di un criminale perfettamente adeguato allo spirito dei tempi: in una reaganomics che esaltava l’esclusiva soddisfazione personale attraverso il culto di sé e il conto in banca, Tony sfrutta il capitalismo diventando a sua volta un capitalista senza scrupoli, per restarne infine strozzato. De Palma dirige con stile rigoroso e classico anche se il sangue che scorre non manca e Pacino, perfetto, fa da trampolino di lancio anche per la Pfeiffer. Splendide le musiche di Giorgio Moroder.

105) 1985 – BRAZIL di TERRY GILLIAM

Un’opera debordante dove il gusto per lo sberleffo dei Monty Python trova modo di funzionare al meglio nella descrizione di un mondo inumano e angosciante, volgare e assurdo, sottolineato per contrasto dalla musica che dà il titolo al film, commento nostalgico ed eversivo rispetto a una realtà invivibile. Il film mescola momenti di cupo pessimismo ad altri più aerei svagati.

106) 1986 – IL RAGGIO VERDE di ÉRIC ROHMER

Leone d’oro al Festival di Venezia, un’interpretazione rosselliniana della realtà, con una protagonista succube di una società che non la comprende, fino ad un ravvedimento finale sul modello di Viaggio in Italia. Il raggio verde è anche il titolo di un racconto di Jules Verne, esplicitamente citato nel film da alcune villeggianti che discutono della lettura del libro.

107) 1987 – BALLE SPAZIALI di MEL BROOKS

Film di fantascienza parodia divertentissima della saga di Guerre Stellari. Brooks ancora una volta riesce a incanalare tantissime citazioni all’interno di una narrazione fluida e precisa.

108) 1989 – HARRY TI PRESENTO SALLY di ROB REINER

Commedia brillante e mai banale: in mezzo ci sono gli Usa anni ’80 e i moderni interrogativi sul rapporto uomo-donna. Il quinto film di Reiner ha il pregio della sincerità e la grazia dell’umorismo scoppiettante. Belle le luci di New York tardoautunnale, interpreti in grande forma.

109) 1989 – RITORNO AL FUTURO PARTE II di ROBERT ZEMECKIS

Rappresentativo dell’intera trilogia diventata uno dei cult movie più famosi e influenti della storia del cinema. Vertiginoso accumulo di paradossi temporali che mescola divertimento, scene memorabili e iconiche. Saga che ha dettato nuove regole sui viaggi nel tempo che hanno influenzato e influenzano ancora oggi i registi e sceneggiatori di tutto il mondo.

110) 1989 – SOCIETY THE HORROR di BRIAN YUZNA

Comincia come un film per teenager e culmina nell’orrore più radicale comparso sugli schermi negli anni ’80. Ci vuole lo stomaco forte per sostenere l’orgia antropofagica sulle note di un valzer di Strauss: Yuzna si mangia letteralmente i corpi gonfiati e levigati degli anni ’80 e si spinge oltre tutto e tutti.

111) 1990 – EDWARD MANI DI FORBICE di TIM BURTON

Favola gentile ma anche crudele sull’impossibilità di essere normale e sul dramma di diventare adulti, narrata con un talento visivo e scenografico stupefacente. Memorabili le performance di Edward che, con le sue mani tosacani, crea acconciature pop e sagoma cespugli. Spicca nel film anche il grande Vincent Price. Musiche di Danny Elfman.

112) 1990 – NIKITA di LUC BESSON

Film che attraversa più generi e toni, tra tradizione e modernità, con uno sguardo primario sui personaggi e sulla loro natura selvaggia e aliena. Un percorso di formazione che segue la protagonista nella sua mutazione da corpo alieno a corpo umano. Una splendida Anne Parillaud (allora moglie di Besson e vincitrice, per la sua interpretazione, del premio César e del David di Donatello) presta il volto a questa ragazza ribelle e tossicomane che porta con sé il peso di quella gioventù della banlieue parigina che di lì a qualche anno esploderà nel film manifesto di una generazione e di una situazione politica turbinosa.

                   

113) 1991 – POINT BREAK di KATHRYN BIGELOW

Film muscolare e adrenalinico, vanta scene d’azione ancora oggi straordinarie per intensità e ritmo, e spettacolari sequenze acquatiche. Il punto di forza è nella relazione tra Johnny e Bohdi, sottilmente omoerotica, in cui la donna pare essere l’interesse sentimentale di entrambi d è in realtà il terzo incomodo.

114) 1992 – IL CATTIVO TENENTE di ABEL FERRARA

Un noir cupo e sgradevole, che tratta temi tipicamente cattolici con una radicalità, visiva e ideologica, che non si trova neanche in Scorsese. Ferrara come Keitel, non arretra di fronte a nulla mantenendo un livello di tensione sempre alto per tutta la durata del film.

115) 1992 – GLI SPIETATI di CLINT EASTWOOD **

Il tredicesimo western del Maestro assomiglia molto di più a una tragedia: la fortuna ha girato le spalle agli eroi, il coraggio, l’abilità, la spavalderia sembrano non essere mai esistiti e i grandi temi del genere, la morale, la solitudine del cowboy, l’azione, sono decantati, raffrenati, spogliati di ogni romanticismo e mitologia. In Gli Spietati il passato non è più memoria ma ossessione, il mondo non è più scontro leale ma cinismo, lo sguardo non è western ma noir, il protagonista non è esempio ma disperazione. E il film non è solo avventura ma angosciata riflessione sul tempo e sulla storia. Quattro Oscar.

 

116) 1993 – CARLITO’S WAY di BRIAN DE PALMA **

Il romanticismo dei perdenti, la celebrazione della sconfitta ineluttabile, la suspense che porta a una conclusione già nota: la dimostrazione di come lo stile e una solida sceneggiatura bastino a fare un grande film. Un’opera tesa e trascinante, virtuosistica ma senza compiacimenti. Un noir fuori dal tempo e dalle mode con un Al Pacino al suo meglio e con uno Sean Penn, mefistofelico yuppie, rivelatorio.

117) 1994 – PULP FICTION di QUENTIN TARANTINO

Pulp fiction significa narrativa da quattro soldi, a base d sesso e violenza: ma Tarantino, da   cinefilo che ama le citazioni, non prende nulla sul serio, e sdrammatizza le situazioni più truci con un umorismo ghignante a volte irresistibile. Un perfetto gioco d’incastri, dialoghi paradossali, una buona direzione di attori. Oscar per la sceneggiatura.

118) 1994 – PALLOTTOLE SU BROADWAY di WOODY ALLEN ***

Una commedia fintamente leggera, una delle più sincere confessioni sul teatro e sulla creatività che il cinema ci abbia offerto. Con uno sguardo lucido e impietoso, Allen costruisce un edificio perfetto e poi lo dinamita dall’interno, trasformando i suoi eroi in pusillanimi e obbligando i suoi personaggi a capire le conseguenze delle proprie azioni, e soprattutto costringe tutti a confrontarsi con la vita reale, dove i tradimenti non sono solo battute da recitare, così come la morte mette fine davvero alla vita.

119) 1994 – IL RE LEONE di ROB MINKOFF e ROGER ALLERS

La filosofia shakespeariana di una versione africana di Amleto. Il re leone può essere descritto utilizzando una sola ed unica parola, leggenda. Cartone animato targato Disney, accompagna dal lontano 1994, intere generazioni. Difficile trovare una pecca a questa pellicola: storia, personaggi e colonna sonora, difatti, sono impossibili da criticare. una delle colonne sonore più belle di tutti i tempi: quattro nomination agli Oscar, ne porta a casa due. Miglior colonna sonora, appunto, ad Hans Zimmer e Miglior canzone (Can you feel the love tonight) a Elton John e Tim Rice.

120) 1994 – QUATTRO MATRIMONI E UN FUNERALE di MIKE NEWELL

Scritta da Richard Curtis, una commedia che funziona come un meccanismo a orologeria, abile a sfruttare il ripetersi della situazione del matrimonio. Ritmo travolgente e Newell sa rendere familiari e simpatici i personaggi. Indimenticabile l’epiteto (faccia di chiulo) con cui Fiona apostrofa Henrietta.

121) 1995 – HEAT - LA SFIDA di MICHAEL MANN

Attraversato da un romanticismo esasperato, capace di arrivare alla verità dei sentimenti, e con una magistrale capacità di osservare i dettagli più minuti di ogni personaggio, il film ha la forza di un affresco dove l’uomo e le sue scelte sono le uniche ragioni di vita. Ma parlare di nichilismo è riduttivo, perché ad avere importanza è una visione antropocentrica nella quale la distinzione fra buoni e cattivi si annulla, e ha la meglio l’individuo come essere umano.

122) 1995 – CASINO’ di MARTIN SCORSESE

Un viaggio nell’unico tempio che conti veramente in America, quello del Dio denaro. Scorsese scava nei comportamenti di chi cercava di conquistare la rispettabilità nel Nevada degli anni ’70, senza lasciarci affezionare davvero a nessun personaggio e negando ostinatamente qualsiasi aspettativa di narrazione lineare. Il film mescola melodramma e gangster movie con grandissime interpretazioni, a partire da Sharon Stone.

123) 1995 – DEAD MAN di JIM JARMUSCH

Nel west più laido e sporco che si sia mai visto al cinema, il regista trasforma il road movie in una parabola allucinata e nichilista, dove lo spazio della frontiera diventa un limite interiore e tutto introiettato, specie di fuga dal mondo fatta di visioni e allucinazioni, in fondo alla quale c’è la morte invece del paradiso delle droghe artificiali.

124) 1996 – FARGO dei FRATELLI COEN

Convincenti nel descrivere la stupidità del male levandovi ogni alone maledetto, i Coen lo sono meno quando livellano ogni personaggio al loro sguardo cinico e distaccato, sempre alla ricerca dell’humour nero: ed è con vero odio che trattano sia la moglie rapita che il disgustoso marito dalla faccia perbene. Su tutto domina lo spaccato inquietante di un mondo dominato dal caso e dall’assurdo, ricostruito con perizia chirurgica e notevole talento narrativo, dove il dramma sfiora la farsa e la commedia diventa tragedia, come se non esistesse più un modo per raccontare lo squallore della vita.

125) 1997 – BOOGIE NIGHTS – L’ALTRA HOLLYWOOD di PAUL THOMAS ANDERSON

Una grande saga americana senza tragedie né redenzioni, come si meritano i nostri tempi, sul passaggio dall’era hippie a quella Reagan: sempre all’insegna della mediocrità, sia nel successo che nel declino. Il regista descrive con affetto la grande famiglia formata dai suoi personaggi, ma è capace di un’ironia che va a segno: e il respiro narrativo regge la durata, con sorprese nell’ultima parte.

126) 1997 – STRADE PERDUTE di DAVID LYNCH

Con un occhio a La donna visse due volte, Lynch smonta i meccanismi del noir, costruendo un racconto dove nega ogni interpretazione razionale: e punta su un’atmosfera onirica e inquietante, piena di paradossi spazio-temporali.

127) 1997 – TITANIC di JAMES CAMERON

Il film che ha scatenato la Di Caprio mania e riportato il cinema americano ai fasti del kolossal alla Via col Vento. Combinando la tragedia storica con una love story alla Romeo e Giulietta, i conflitti di classe e l’amore impossibile, Cameron costruisce una vicenda in cui cerca di combinare intrattenimento popolare, sguardo autoriale e la sua propensione al grandioso. Per girare è stato ricostruito un Titanic di grandezza praticamente reale. Ogni sequenza è memorabile, dalla ricostruzione storica, al rapporto tra Jack e Rose, allo struggente finale che ha commosso generazioni intere. Iconico, maestoso, straziante e definitivo. Undici Oscar.

128) 1998 – LA SOTTILE LINEA ROSSA di TERRENCE MALICK

Un film sperimentale dove l’Io si frange in un gruppo di personaggi che si dibattono per capire la morte, la vita che sfugge, la natura estranea, in cui sono immersi e che al tempo stesso li aiuta ad andare al fondo di sé stessi. Un racconto per analogie, lampi, ellissi, che forza il linguaggio delle immagini sul filo dell’allusione e dell’indicibile.

129) 1998 – THE TRUMAN SHOW di PETER WEIR

Una metafora dei nostri tempi di simulazione e di proliferazione delle immagini. Un incubo dai colori caramella che Weir ci costringe a guardare come se fossimo davanti al piccolo schermo: non tanto per attaccare la tv, ma per farci identificare con la vittima e i carnefici, entrambi pateticamente convinti di vivere in un mondo reale. Bello e angosciante.

130) 1999 – MATRIX delle SORELLE WACHOWSKI

Le registe attingono alle filosofie orientali e alla fantascienza di Philip K. Dick per asserire che il modo è illusione e la realtà virtuale è incubo. Suggestivo e divertente, coreografato alla grande è il primo film di una trilogia che ormai è divenuta cult assoluta.

131) 2000 – DANCER IN THE DARK di LARS VON TRIER

Un racconto a mo’ di musical una storia dall’impatto visivo e narrativo di grande livello. Coerente con l'abitudine di spingere le premesse alle estreme conseguenze e fedele all'idea di cinemelodramma (Le onde del destino), qui accentuata dalla dimensione, interna alla vicenda, del musical come evasione e orecchio interiore, von Trier racconta la storia - senza amore, nonostante le apparenze - di una malata mentale che è anche una "diversa" con cui non si può non simpatizzare. Di Selma si condivide l'assillo di un mondo più armonico di quello in cui viviamo, specialmente in un paese dove la pena di morte non è sentita come una vergogna. Determinante, oltre alla fotografia del tedesco Robby Müller, il contributo della cantante islandese Björk (1965), anche autrice delle musiche.

132) 2001 – LA CITTÀ INCANTATA di HAYAO MIYAZAKI

L’incanto (pardon) visivo del film è evidente: è senza dubbio tra le migliori animazioni mai realizzate, non c’è una sequenza che non sia spettacolare, con i suoi colori vividi e la cura maniacale per ogni aspetto. E’ la storia di qualcuno che deve crescere in fretta e all’improvviso in cui si possono riflettere tutti. Pochi film animati parlano davvero a grandi e piccoli con la stessa potenza. E La città incantata lo fa. 

133) 2001 – ICHI THE KILLER di TAKASHI MIIKE

Ichi the killer è una summa artistica ed estetica della sottocultura nipponica del decadentismo post-atomico: disgustoso, degenere, forse meglio "mutante". Basti citare il titolo di testa, che prende forma in un laghetto di sperma: un'immagine sufficiente a segnare l'umore di chi guarda da lì a due ore. Ed è solo la prima di una serie di trovate estetiche e di contenuto sì difficilmente digeribili, ma pure altrettanto difficilmente smaltibili una volta digerite. Inutile una rassegna di tali invenzioni, fondamenta di un film ultraviolento e demoniaco, pervaso da alta ispirazione artistica, che ne fanno una sorta di quadro di Bosch in movimento.

134) 2001 – I TENENBAUM di WES ANDERSON

Un mosaico di personaggi demodè, eccentrici e realistici allo stesso tempo. La sua grandezza è quella di riuscire, attraverso l'ironia delle sue figure stralunate, a parlarci in maniera lieve, originale e personalissima di sentimenti universali. A completare il quadro una galleria di personaggi "minori" che, come di consueto nel cinema "attento allo sfondo" di Wes Anderson, non sono mai marginali: dal fedele domestico Pagoda al finto medico interpretato da Seymour Cassel, volto invecchiato di quell'universo anni Settanta tanto amato dal regista.

135) 2001/03 – IL SIGNORE DEGLI ANELLI TRILOGIA di PETER JACKSON

Non ha bisogno di presentazioni, la trilogia che ha appassionato, sconvolto, stupefatto, accompagnato fino ad oggi intere generazioni. Jackson mette in scena le opere fantasy di un genio assoluto come Tolkien e scrive la storia del genere fantastico, rivoluzionando epicità, uso dell’effetto speciale, maestosità e narrativa. Opera totale e definitiva.

           

136) 2002 – IRRÉVERSIBLE di GASPAR NOÉ

Paradigma di una potenza espressionistica che tramortisce e disturba, spostando inevitabilmente la percezione dello spettatore rispetto non solo ai due estremi dell’esistenza, la nascita e la morte, ma anche ai concetti di distruzione e di generazione come principi prossimi l’uno all’altro, avviluppati in una danza macabra di radicale disperazione e di radicale bellezza. La morbosità che spesso viene imputata a Noé, uno dei principali esponenti della corrente che alcuni studiosi del cinema definiscono nuovo estremismo francese, risponde a un preciso calcolo che mantiene coerente una risoluta poetica autoriale che, mediante la provocazione formale, intende suscitare un turbamento essenziale, un trauma del profondo. 

137) 2003 – OLDBOY di PARK CHAN-WOOK

Secondo capitolo della trilogia della vendetta, il regista non perde di vista la società coreana, spietata e disumana, e tenta di dare un’eco simbolica e universale al calvario del suo protagonista: un uomo che, alla ricerca di rivalsa e di verità, conoscerà i lati peggiori di sé e finirà per trovarsi in una situazione insostenibile. Park non ha paura della violenza e della provocazione e richiede allo spettatore un’attenzione vigile per seguire il dipanarsi dell’intreccio.

138) 2003 – LOST IN TRANSLATION di SOFIA COPPOLA

La Coppola al suo secondo film ambienta un breve incontro in una metropoli iperreale, dove il senso di vuoto, lo spaesamento e l’assurdo, fanno emergere la disponibilità e la vulnerabilità dei personaggi. I protagonisti prendono vita con grande calore e Murray è una maschera straordinaria, che assume stoicamente il peso degli anni, della stupidità umana e del fallimento personale, e se ne libera con una leggerezza appena stralunata. Oscar alla sceneggiatura.

139) 2003 – MEMORIE DI UN ASSASSINO di BONG JOON-HO **

Un poliziesco per raccontare il passato della Corea del Sud, un paese ancora povero, che vive un complesso di inferiorità nei confronti degli Usa, e mostra la lenta maturazione di personaggi che si confrontano con un male incomprensibile e vengono sconfitti. Da brividi il confronto a tre nel tunnel ferroviario, quando finalmente sono arrivati dall’America i risultati del test del Dna che dovrebbe incastrare il colpevole.

140) 2004 – MILLION DOLLAR BABY di CLINT EASTWOOD **

Il Maestro offre una delle più struggenti e disperate riflessioni sui padri e sul valore di ciò che trasmettono ai giovani, sulla paura di proteggerli troppo o troppo poco e su una serie di valori spesso ingannevoli. In questa chiave, il rapporto tra allenatore e pugile non è più solo sportivo ma più profondo e straziante. Alla fine resta solo il dovere di amare, su tutto e oltre tutto, capace di trasformare il pessimismo sociale di Mystic River in un atto, l’eutanasia, che qui è disperata assunzione delle proprie responsabilità.

141) 2004 – LA MALA EDUCACIÓN di PEDRO ALMODÓVAR

Il romanzo d'iniziazione e d'amore di Ignacio ed Enrique, il collegio religioso e la pedofilia (ridurre il film a una tesina sull'abuso sessuale è come guardarne alcune sequenze e dimenticare tutto il resto), la "buona educazione" e la scoperta del cinematografo, l'omicidio e il danno, la Spagna dell'altro ieri e di ieri, l'anima nera di Angel/Juan e la passione pericolosa dell'uomo che volle togliersi la tonaca senza riuscire a spogliarsi dei propri desideri, le ottime performance degli attori che mentono e "recitano" dentro un film che ne incorpora uno in lavorazione e tanti altri nella mente di Almodóvar, i cattivi e quelli ancora peggiori, le canzoni di una playlist interiore e un'innocenza che non è mai stata perduta perché per i personaggi non è mai esistita, l'archetipo dell'homme fatal che scalza la femme e si maschera come le creature torbide, trepide e folli, incatenate tra le maledizioni del noir e l'infelicità perfetta del melodramma.

142) 2006 – THE HOST di BONG JOON-HO **

Il regista coreano riesce a coniugare spettacolari istinti di genere con una visione inquadrabile da diverse, e mai banali, ottiche d'insieme, costruendo nelle due ore di visione una forte valenza politica e sociale che guarda con ostilità al dispotismo governativo, qui incarnato sia dalle forze locali che dalla marcata presenza di funzionari americani, vera e propria causa della mutazione genetica che dà il via all'intera vicenda.

143) 2006 – STILL LIFE di JIA ZHANGKE

Straordinario e sconsolato quadro di un’umanità che vorrebbe ritrovare le proprie radici dentro un mondo che sembra invece solo capace di distruggerle sistematicamente. Le due storie del film, però, che si vorrebbero di riconciliazione e di riappacificazione e che invece si riveleranno tutt’altra cosa, non ne esauriscono il senso, anche se lo integrano e lo completano: la natura morta cui fa riferimento il titolo italiano quella di una società che rivela le ferite e le sofferenze di un mondo che non sembra più tanto sicuro delle proprie scelte.

144) 2006 – IL LABIRINTO DEL FAUNO di GUILLERMO DEL TORO

Sempre più personale, del Toro, bilancia bene tensione politica e fantasia macabra. La cupa fiaba iniziatica con falso lieto fine è una trasparente allegoria dell’autoritarismo, dove l’orrore dell’universo fantastico creato dalla protagonista è lo specchio deformato di una realtà d’insensata violenza. Tre Oscar vinti.

145) 2009 – UP di PETE DOCTER

Un capolavoro Disney Pixar. Personaggi memorabili: l’alchimia tra il vecchio scorbutico e il ragazzino imbranato è spesso sottile e sempre toccante, e trasmette un messaggio di ottimismo contagioso. Il tema dell’importanza di realizzare i propri sogni, a qualunque età, è in piena sintonia con la poetica disneyana dell’irrealtà plausibile, che fa sì che i personaggi si comportino come se tutto fosse assolutamente e credibilmente realistico.

146) 2009 – J’AI TUÉ MA MÈRE di XAVIER DOLAN

La freschezza, la vitalità e l'intensità stilistica di questa opera prima fanno presagire un futuro roseo, ampiamente confermato dai lavori successivi. Dolan getta le basi di un'autorialità brillante e incontenibile. Sono già presenti i due temi che sarebbero diventati il perno attorno a cui ruota la sua intera filmografia: un'omosessualità sofferta ma convinta e il rapporto difficile, di amore e odio, con la madre. Quest'ultimo tema è qui preponderante e il titolo del film non ne fa mistero. "Ho ucciso mia madre" è l'estremo e disperato atto di cui l'anima adolescente si nutre per intraprendere una catarsi da cui ripartire, preparandosi al tortuoso passaggio all'età adulta.

147) 2011 – MIDNIGHT IN PARIS di WOODY ALLEN ***

L’abilità di Allen assicura battute e gag a raffica, dalle lezioni di vita e letteratura fatte da Hemingway alla discussione tra Gertrud Stein e Picasso, dalle teorizzazioni sul rinoceronte di Dalì allo stupore di Bunuel di fronte al soggetto dell’Angelo Sterminatore che Gil gli propone a futura memoria. La libertà assoluta che Allen offre di giocare una serie di mostri sacri della cultura novecentesca senza preoccuparsi di sembrare irriverente o pedante. A trionfare sarà un più adulto senso della realtà, che spinge il protagonista ad aprire gli occhi sulla sua fidanzata, ma soprattutto a liberarsi da ogni mitizzazione, per accettare fino in fondo il proprio tempo e i propri limiti.

148) 2013 – QUESTIONE DI TEMPO di RICHARD CURTIS

Una brillante e garbata commedia dei sentimenti, sorretta da dialoghi ricchi di intelligenza e   arguzia. Capita di ridere spesso, si riflette, ci si commuove... volendo. Tra una canzone di Nick Cave e una ballata dei Cure – la surreale sequenza del matrimonio tra Mary e Tim sulle note di “Il mondo” di Jimmy Fontana merita una menzione speciale – Curtis scherza con il cinema e la sua riproducibilità tecnica (chi di noi, nella vita, non vorrebbe avere a disposizione un altro ciak?), ma non rinuncia a trattare anche temi più seri (il delicato rapporto di Tim con il padre, il forte senso di protezione verso la sorella) con una sensibilità ricca di sfumature.

149) 2017 – NICO 1988 di SUSANNA NICCHIARELLI

La regista ha mano felice nelle ricostruzioni di questa tournée in hotel scalcinati, locali di periferia, centri sociali, piazze di paese, in cui Nico condivide la propria passione per gli stupefacenti con la giovane band di musicisti che le viene messa a disposizione, di cui seguiamo anche amori e estemporanee vicende. Fortunatamente, il racconto non assume mai il piglio spensierato del biopic musicale “su di giri”, ma mantiene la tonalità oscura del repertorio del periodo Marble Index/Desertshore – giovano parecchio i riusciti frammenti musicali con la riproposizione di brani non scontati di Nico (Janitor of Lunacy, My only child… l’unico istante reediano è una All tomorrow’s parties) nei fascinosi arrangiamenti di Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, dove l’interprete Trine Dyrholm ha modo di donare la propria voce alle canzoni.

150) 2018 - UN LUNGO VIAGGIO NELLA NOTTE di GAN BI

Nelle traiettorie, poi dirottate per non dare punti di riferimento e quindi rettificate con manifesta idiosincrasia, del noir, Bi Gan anche sceneggiatore tallona Luo Hongwu (Huang Jue) che torna nell’avita Kaili, nella provincia subtropicale di Guizhou, da cui era fuggito diversi anni prima: si mette alla ricerca della misteriosa Wan Quiwen (Wan Quiwen), amata e mai dimenticata. Ecco, la storia non è risolutiva, quel che importa è il racconto, che si prende la libertà di eludere spiegazioni e didascalie e affrancarsi dal compitino: la sinestesia impera, la sineddoche ci prende per gli occhi, i raccordi sono di senso, di immagine e immaginario insieme, le stanze sono acquitrini, la poetica liquida, il flusso di coscienza pure. Tutto scorre, mentre il film totale predispone la propria venuta: che cos’è la memoria? Che cos’è il cinema? Bi Gan ci, e si, risponde, tracciando la discrasia: “La differenza tra film e memoria è che i film sono sempre falsi, ma i ricordi mescolano verità e bugie mentre appaiono e svaniscono davanti ai nostri occhi”. 

29_06_21

 

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