a cura di Massimo Palozzi

Maggio 2021

IL DOMENICALE

C’È QUALCOSA CHE NON VA

di Massimo Palozzi - Nella settimana in cui sono stati rinnovati i vertici di Ferrovie dello Stato, la notizia principale riguardante il trasporto su ferro nel Reatino è l’ennesimo rinvio della consegna dei treni bimodali. L’altra è la nuova fermata a Orte a partire dal 13 giugno dell’alta velocità, che indubbiamente favorirà la Sabina ma che al momento ha un impatto marginale e solo di prospettiva sulle esigenze dei viaggiatori locali.

Lo slittamento della messa in esercizio dei tre treni bimodali previsti sulla tratta Sulmona-L’Aquila-Rieti-Terni-Roma per consentire il collegamento diretto con la capitale senza necessità di cambi intermedi nel capoluogo umbro, porta invece con sé il sapore di una delusione di cui avremmo fatto volentieri a meno. Per carità, si parla di un rinvio tutto sommato contenuto, dal primo quadrimestre all’autunno di quest’anno, dovuto alla pandemia che, come ha spiegato l’assessore regionale ai Lavori pubblici Mauro Alessandri, ha rallentato le attività preparatorie. Il problema è che di annunci sulla prossima operatività dei nuovi veicoli ne sono stati fatti tanti nel recente passato, alcuni con il chiaro intento di anticipare (incautamente) gli avversari per dare in anteprima la notizia e incassare il relativo dividendo politico.

Dei bimodali si parla da anni. Finalmente nel 2019 la Regione ha concluso la convenzione con un investimento complessivo di 76 milioni di euro per la fornitura di tre treni ad alimentazione ibrida, in grado quindi di circolare sia dove la rete è elettrificata, sia dove invece è ancora necessario l’aiuto del vecchio motore diesel. Proprio alla fine di quell’anno il consigliere regionale Pd Fabio Refrigeri aveva pronosticato la primavera successiva come possibile data di consegna, suscitando la reazione stizzita del consigliere con delega ai Trasporti del Comune di Rieti, Moreno Imperatori, che invece notava polemicamente come il contratto di servizio tra Regione e Trenitalia prevedesse la fornitura nel 2021, al netto delle successive prove di esercizio.

A prescindere dalle immancabili fughe in avanti, i tempi non si stanno insomma dilatando in maniera incontrollata. A far male è piuttosto il segnale che arriva a una popolazione che continua ad assistere tra l’attonito e il rassegnato all’incapacità di mettere in funzione un semplice ascensore nel centro storico di Rieti. Sempre che non prendano corpo i dubbi espressi giovedì da NOME Officina Politica sull’adeguatezza dei treni prodotti dalla Hitachi, rispolverando una dichiarazione della stessa Regione Lazio del 2017 con la quale veniva smentito l’acquisto dei modelli della casa giapponese, proprio in considerazione delle caratteristiche del percorso su cui dovrebbero operare.

In attesa di vedere finalmente sui binari i treni bimodali, continua a tenere banco l’ormai antica querelle sulle tariffe idriche. Al centro delle polemiche c’è finita ancora una volta Aps, la società di gestione guidata dal gennaio 2019 da Maurizio Turina, già assessore durante il precedente mandato del sindaco Antonio Cicchetti a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila.

Da quando è nata subentrando a Sogea nel 2018, Aps ha vissuto una storia parecchio tribolata, costantemente segnata da accuse di inefficienza per la qualità delle prestazioni e da proteste per il costo elevato delle bollette.

Dal canto suo l’azienda si è sempre difesa asserendo di aver ereditato una situazione disastrosa a causa dell’insipienza con cui i Comuni hanno gestito in precedenza la materia. L’ultima volta lo ha fatto lo scorso 26 aprile nel corso di un incontro con i segretari di Cgil, Cisl e Uil, durante il quale Turina e il vice direttore Stefano De Giovanni hanno fatto il punto sul servizio idrico integrato di Ato 3, alla luce della recente approvazione dello schema regolatorio da parte dell’Assemblea dei Sindaci. Con l’occasione, è stato illustrato un piano di investimenti da 100 milioni di euro per i prossimi otto anni, in parte sostenuto dai 224 milioni frutto dei ristori riconosciuti dalla Convenzione regionale sull’interferenza d’ambito di durata trentennale, sottoscritta nel febbraio 2018 e la cui controversa applicazione per i limiti inseriti è peraltro causa di molte perplessità e richieste di modifica.

Il cahier de doléances è comunque ricchissimo di capitoli. La polemica più recente in ordine di tempo ha avuto per protagonista in questi giorni le esorbitanti bollette recapitate ai Comuni per il consumo dell’acqua delle fontane pubbliche. Le cifre calcolate da Aps hanno fatto letteralmente esplodere le ire dei sindaci, che da tempo lamentano eccessive penalizzazioni senza avere nessuna voce in capitolo. Il presidente Turina ha ributtato ancora una volta la palla nella metà campo avversaria, precisando con sottile perfidia che la fatturazione era avvenuta secondo gli indirizzi di Arera e in applicazione del piano tariffario approvato appena quattro mesi fa proprio dalla maggioranza degli stessi sindaci, che sotto il coordinamento della Provincia siedono in Ato 3 in rappresentanza dei rispettivi territori. Tutto corretto, dunque, per il capo di Acqua Pubblica Sabina. Che però, a distanza di alcuni giorni, incalzato dalla marea montante delle proteste dei primi cittadini e già scottato dalle precedenti lamentele sulle bollette gravate da corposi conguagli recapitate alle famiglie nei mesi passati, ha ceduto mostrandosi disponibile a una revisione dei criteri di calcolo, in ossequio all’indirizzo dato dal consigliere regionale Refrigeri e dallo stesso presidente della Provincia Mariano Calisse.

Morale della favola, nella rovente e partecipatissima riunione di lunedì, l’Assemblea dei Sindaci ha deciso di annullare le bollette per l’acqua delle fontanelle e degli edifici pubblici contenenti importi in alcuni casi di centinaia di migliaia di euro e assolutamente insostenibili per le casse di qualsiasi Comune, calcolati in maniera forfettaria su stime presunte di consumo per gli anni addietro.

Da lì a chiedere le dimissioni di Turina (già invocate dalla Uil l’estate scorsa), il passo è stato breve. Nonostante i tentativi di mediazione messi in campo da Calisse e l’appoggio dell’amministrazione di Fara, al termine della sessione sei sindaci della Bassa Sabina hanno sottoscritto un durissimo comunicato esortando il presidente di Aps a “rimettere nelle mani degli stessi sindaci minacciati da questa operazione ridicola, il proprio mandato per l’assoluta superficialità con cui vengono maneggiati i conti di una società pubblica che appartiene agli enti e quindi a tutti i cittadini”. Sulla stessa linea i consiglieri di minoranza del Comune di Rieti Andrea Sebastiani, Giosuè Calabrese e Roberto Casanica, tornati a chiedere di “rimettere in discussione l’intero management di Aps”, accusato tra l’altro di doppiopesismo per aver ceduto alle rimostranze dei sindaci discriminando le esigenze delle famiglie, a loro dire tartassate senza la comprensione dimostrata per gli enti locali. 

Per tutta risposta, il diretto interessato ha licenziato venerdì una piccatissima puntualizzazione, tesa a rivendicare la correttezza del proprio operato anche riguardo all’impegno di rivedere le stime con cui sono stati fatturati i consumi in assenza dei contatori in via di installazione.

Per concludere la carrellata, un’ultima questione, rimarchevole quantomeno sul piano della tempistica, investe il comunicato rilasciato mercoledì dal Comune di Rieti circa l’approvazione di una delibera di giunta per mettere a disposizione di Compagnia Agricola Sabina due terreni della superficie complessiva di quattro ettari. La decisione è finalizzata all’avvio in via sperimentale della coltivazione del tabacco nell’arco di un ciclo produttivo corrispondente a un anno.

Quella di reintrodurre la coltivazione del tabacco nella Piana è un’idea che risale a diversi anni fa e concretizzata il 30 ottobre scorso quando è stato siglato il protocollo d’intesa tra Comune, Compagnia Agricola Sabina, Manifatture Sigaro Toscano S.p.A., Centro Appenninico del Terminillo “Carlo Jucci” – Università di Perugia, Coldiretti e Confartigianato. Lo scopo è di creare una filiera di coltivazione, trasformazione e commercializzazione di prodotti nella prospettiva di farla diventare, come ha dichiarato il vicesindaco e assessore alle Attività produttive Daniele Sinibaldi, “un’ottima opportunità di business per il territorio e di creazione di catena di valore, con conseguenti benefici dal punto di vista occupazionale e anche promozionale del Reatino”.

L’iniziativa è seria e meritevole di attenzione. Un po’ meno accorto è stato invece l’annuncio dell’avvio operativo alla vigilia della “Giornata mondiale senza tabacco” che si celebra domani e per la quale la Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori) di Rieti si è spesa con la solita energia, lanciando insieme al Liceo Artistico il concorso “Spegni la sigaretta, accendi la vita”, i cui vincitori sono stati resi noti venerdì.

Il percorso immaginato dai promotori della campagna per la coltivazione del tabacco non sembra dunque accordarsi molto - a cominciare dal messaggio inviato alle giovani generazioni - con il fatto che il fumo risulti uno dei primi fattori di rischio per lo sviluppo di vari tipi di neoplasie.

Preso atto che i tempi sono durissimi e in guerra ogni buco è trincea, preveniamo subito l’obiezione: se non lo facciamo a Rieti, lo fanno da un’altra parte. E se fosse venuta un’impresa ad impiantare una fabbrica per la produzione di motori a combustibile fossile, probabilmente nessuno l’avrebbe contestata, esaltando anzi il contributo all’economia e all’occupazione locali. Lo stesso ragionamento va dunque applicato all’esperimento legato alla reintroduzione del tabacco, anche se c’è una bella differenza tra smettere di fumare e smettere di andare in macchina o volare in aereo. Se dunque è vero che il senso pratico a volte finisce inevitabilmente per sconfinare nel cinismo, viene comunque da interrogarsi se sia proprio quella indicata dal Comune la reale vocazione agricola di Rieti.

30_05_21

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