a cura di Massimo Palozzi

Settembre 2021

IL DOMENICALE

COSA RESTA DEL GAY PRIDE

politica, società, solidarietà

di Massimo Palozzi - E così il tanto chiacchierato (e da alcuni temuto) Gay Pride reatino è passato. Sul selciato di piazza Mazzini non rimane già più traccia del ritrovo di ieri pomeriggio, a dispetto delle volgarità e delle drammatizzazioni - anche istituzionali - che l’hanno preceduto fin da quando, nel dicembre 2019, venne annunciato per il 2020 e poi rimandato di un anno a causa della pandemia.

La quinta edizione del Lazio Pride verrà ricordata per essere la prima in assoluto svoltasi a Rieti. Sebbene l’attenzione mediatica sia stata quasi tutta rivolta all’appuntamento finale, non minore importanza ha avuto il contorno di iniziative culturali allestite per far conoscere le difficoltà, a volte terribili, di cui le persone omosessuali sono vittime per effetto di assurdi pregiudizi. I tre giorni di convegni, mostre e proiezioni del festival “Convergenze e diffrazioni” hanno proposto storie ed esperienze meritevoli di essere conosciute non soltanto per intensità emotiva, ma soprattutto per la capacità di aggiungere valore al clou rappresentato dal raduno. Un raduno come al solito colorato e vivace, più pericoloso per lo scarso numero di mascherine indossate che non per l’oltraggio al buon gusto che tanto preoccupava i detrattori. Oltre ai suoni, alle testimonianze e agli slogan, nel conto vanno certo messe qualche stonatura e qualche caduta di stile, ma ridurre a “carnevalata” una manifestazione di rivendicazione di diritti partecipata al massimo del consentito dalle norme anticovid significa non averne saputo cogliere lo spirito né le ambizioni.

Chi pretendeva che Rieti non ospitasse il Pride perché il Pride stesso non dovrebbe esistere, ha ragione su un punto: il Pride non dovrebbe esistere. Ma solo perché non ce ne dovrebbe essere bisogno. Purtroppo, invece, l’orientamento sessuale resta uno stigma culturale di cui la società fatica a liberarsi e per superarlo non bastano i buoni propositi. A questo servono le mobilitazioni come quella di ieri, dove insieme al mondo Lgbt+ ha sfilato gente comune, compresi etero consapevoli che l’allargamento della platea dei diritti costituisce nient’altro che una conquista di civiltà.

Beninteso, le forzature, le esagerazioni, le provocazioni gratuite non vanno difese a prescindere. Forse comprese, ma mai avallate solo per partigianeria. Quindi ci sta pure la contrarietà di chi non condivide certe esibizioni estreme, che ieri peraltro non si sono nemmeno viste. Schierarsi per il superamento delle barriere mentali, culturali e normative non prevede del resto una contestuale accettazione acritica di ogni comportamento. La negazione di dignità alla “categoria” è però cosa ben diversa dalla disapprovazione per la teatralità rappresentativa, a maggior ragione se ostentata in termini sguaiati o troppo lontani da una minima continenza. La repulsione tout court nei confronti dell’universo omo e transessuale, di chi fatica a riconoscersi in una precisa identità di genere, denuncia infatti l’avversione apodittica per una realtà che invece è da sempre parte di questo mondo e che non costa niente accettare senza troppi retropensieri frutto di equivoci a volte clamorosi.

Uno dei miti da sfatare è proprio che il Pride intenda mostrare la comunità Lgbt+ come esempio da imitare per imporre i propri modelli esistenziali. Nulla di più sbagliato. Lo scopo che si prefigge è semplicemente di dire senza timori: ci siamo anche noi e chiediamo rispetto e diritti. Diritti che vanno riconosciuti, non concessi.

Il problema è che certi toni necessitano di essere alzati perché a tenerli bassi nessuno mostra di sentirli per recepirne il messaggio. Da qui nasce lo scandalo. Storicamente erano scandalose le suffragette che a cavallo tra il XIX e il XX secolo protestavano per il diritto di voto alle donne. O Rosa Parks, la nera che nel 1955 finì in galera nell’Alabama segregazionista per essersi rifiutata di cedere a un bianco il posto a sedere su un bus. E sono oggi scandalose, per il nuovo regime, le afghane che osano manifestare per la loro emancipazione e per questo vengono bastonate.

L’attualità dei confini reatini ha d’altro canto proposto in settimana ben più scandalose immagini di giovani, ragazzi e ragazze, che urinano per strada davanti ai portoni delle case in pieno centro storico. Eppure, per simili spettacoli non si è levato un lamento. Quale decoro, quale decenza avranno scovato in quegli scatti i soloni che si impancano a giudicare il prossimo perché intende amare ed essere amato come preferisce?

La peggiore ipocrisia, purtroppo tornata puntuale anche stavolta, è quella dei finto-progressisti che vantano (presunte) amicizie omosessuali a dimostrazione della propria buona fede. Che però sembra la versione gay della battutaccia “io non sono razzista, sono loro ad essere negri”.

Diversi commentatori, inclusi gli organizzatori, se la sono presa con il sindaco per aver negato il patrocinio al Pride. In fondo, a pensarci bene, meglio lui di tanti altri, capaci solo di nascondersi dietro il silenzio. Da un uomo dalla storia politica come Antonio Cicchetti era difficile attendersi una postura aperturista, al di là dal dato tecnico-amministrativo del patrocinio e del non irrilevante dettaglio che è il sindaco di tutti e non di una fazione. Diverso il discorso per la complessità dell’area politica che governa Comune e Provincia, da cui non si è alzato un distinguo, una presa di posizione, un dissenso personale.

A volte la distanza tra paese reale e paese legale, in questo caso tra città reale e città legale, è più marcata dei risultati delle elezioni. Con molta probabilità il Gay Pride avrà rafforzato le convinzioni dei portatori insani di deliri omofobici, ma è altrettanto verosimile (oltre che auspicabile) che abbia acceso una luce critica in chi a Rieti finora non si era mai soffermato a riflettere sulle sofferenze ingiustamente patite da esseri umani di ogni età ed estrazione sociale nel vivere la propria condizione, magari liquidando la questione con un moto di scherno o un’espressione sconcia.

Che il chiostro di Sant’Agostino abbia offerto ospitalità alle manifestazioni collaterali che da mercoledì a venerdì hanno arricchito di significato il Pride reatino, è un ulteriore segnale di portata dirompente. In effetti fa sussultare la sacralità di una basilica che si apre a tematiche così difficili, ancorché sotto il perenne monito di papa Francesco lanciato nell’ormai lontano 2013: “chi sono io per giudicare un gay?”

Non tutte le rivendicazioni della “lobby” Lgbt+ sono assecondabili in modo automatico. Se per la tutela dell’integrità fisica e psicologica di ciascun individuo il legislatore è chiamato a fare il proprio dovere con il sacrosanto inasprimento delle sanzioni nei confronti dei violenti di qualsiasi risma e se per il matrimonio tra persone dello stesso sesso le unioni civili rappresentano un primo passo, alcune restano profondamente divisive: il tema delle adozioni e quello della genitorialità surrogata aprono ad esempio questioni giuridiche e di coscienza senza scorciatoie, considerando che coinvolgono soggetti terzi come i bambini, impossibilitati a far valere la propria opinione.

Per rimanere a ieri va sottolineato un ultimo aspetto: la proverbiale ritrosia dei reatini verso il mondo che cambia, la (supposta) chiusura nei confronti delle novità, perfino la molto spesso autoattribuita grettezza mentale sono state archiviate da una manifestazione ad alto tasso di contrapposizione ideologica che invece è filata via senza danni. L’eredità che lascia è tutta da vagliare. L‘unica cosa certa è che, ad onta delle tensioni alimentate alla vigilia, Rieti ha mostrato di poter ospitare un evento come il Pride presentandosi accogliente e inclusiva. E questa è stata senz’altro una prova di grande maturità.

 

12-09-2021

ph  M. D'Alessandro

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