Novembre 2022

CARO BOLLETTE: IL PIATTO PIANGE. DELLA CRISI PARLANO GLI IMPRENDITORI CARLO STOCCO E MARCO LORENZONI

Umori e timori

commercio, impresa, società

Tutti coinvolti: gas, luce, ma anche l’esponenziale aumento della carta che mette in crisi giornali come il nostro, l’industria editoriale in genere quindi, ma anche scuola e università, oltre a prodotti di prima necessità, carta igienica, imballaggi e incarti per alimenti, trasporti, aumentano anche i concimi. Di questo passo molte aziende rischiano di andare fuori mercato e stanno lavorando in rimessa. Quanto potranno resistere? Abbiamo interpellato alcuni imprenditori.

“Attualmente l’energia elettrica batte a 0,43 ovvero un po’ meno del mezzo euro a kW di agosto, difficile intaccare radicalmente questo valore, anche scendessimo di 20/30 centesimi, saremo ben lontani dagli 0.080 che si pagavano fino al 2021. Vuol dire che stiamo pagando 6 volte di più quanto facevamo solo pochi mesi fa: pensate cosa accade a qualsiasi azienda energivora (parliamo di ristorazione, industria delle ceramica, panettieri, caseifici, industrie manufatturiere...). Nel mio piccolo - spiega Carlo Stocco chef e titolare del ristorante ‘Colle Aluffi - passo da 3mila a 16mila euro e più di bolletta: assurdo pensare che si possano coprire quei costi se non aumentando a dismisura i prezzi. Quindi non più inflazione ma deflazione: si mandano via i dipendenti, si accorciano di gran lunga le giornate lavorative. Trovo quest’ultimo un escamotage inutile: la riduzione dell’orario grava sull’economia dell’azienda, meno lavoro meno incasso; il risparmio è relativo. La serie di consigli che ci sono stati propinati per l’economia domestica lascia il tempo che trova: da sempre spegniamo una lavatrice se accendiamo un altro elettrodomestico, nelle famiglie sono comportamenti ormai acquisiti”. 

Nella vicina Terni i commercianti sono scesi in strada, mandando le bollette ‘al rogo’, un’azione dimostrativa eclatante mentre da noi tutto tace.

“Nell’ambito della ristorazione la coesione è relativa, poiché ormai siamo molto demoralizzati - risponde Carlo Stocco - Se un’azienda dell’Horeca copriva già a malapena dei costi, oggi è allo stremo: stiamo pagando i danni che una pandemia ha comportato. Molti di noi hanno già sulle spalle dei mutui che tentano di onorare in tutti i modi, questa ulteriore gravosità del costo delle bollette è ora inverosimile. Il paradosso se sei sopravvissuto finora è: meglio chiudere. Le cose non migliorano in famiglia: solo per tenere acceso il minimo indispensabile in un appartamento, un frigorifero, si pagano due euro al giorno, sessanta al mese”. 

Un ‘libera tutti’ che ha un sapore amaro, dopo i bei numeri dell’estate.

“Anche chi lavora ha difficoltà. C’è un momento stagionale particolarmente propizio, indispensabile per quel cumulo economico che, in passato, consentiva di affrontare con serenità anche i mesi ‘bui’. La cifra racimolata non era solo guadagno, veniva utilizzata per coprire i costi dell’inverno. Se questi soldi li utilizziamo per far fronte a bollette così onerose, arriveremo a dicembre\gennaio con il fiato corto. Qui non si tratta di programmare degli aumenti proporzionali all’inflazione, ma di ritoccare in modo spropositato il proprio listino, difficile farlo capire al cliente! Quelle cifre servono a coprire bollette assurde. Ognuno di noi sta tentando di ricorrere a delle migliorie energetiche. Nel nostro caso, pur avendo pensato già da tempo ai pannelli fotovoltaici, occorreranno mesi, anche dopo il montaggio, per entrare in rete. Serve invece un aiuto imminente. Sia chiaro: non vogliamo soldi, vogliamo non pagarli, che è cosa assai diversa. Se il picco è così alto rischiamo di veder chiudere un numero altissimo di aziende. I politici sembrano vivere nell’irrealtà; non puoi proporre il credito d’imposta se nel frattempo i bar debbono anticipare 5/6mila euro, o le pasticcerie 6/7 mila euro: impossibile! Per avere un rating bancario alto ed essere congrui e coerenti con lo Stato devi produrre ricchezza, soprattutto fiscale, quindi è ora di smettere di definire alcune aziende come ‘non sane’ e, di conseguenza, giustificare il rischio chiusura, oggi la stessa sorte è riservata a chiunque. Nessuno si aspettava una situazione simile. Quando commentate l’aumento di un caffè sappiate che è comunque al di sotto di quanto il barista dovrebbe. Il cliente pensa si tratti di ladrocinio, in realtà dall’altra parte del bancone c’è un imprenditore che neanche copre con quell’aumento i costi. E basta sentir ripetere che il conflitto bellico è alla base di quanto accade! Il meccanismo è iniziato nel 2014, la guerra avrà anche esasperato le cose, ma si parte da quel tipo di privatizzazione di cui parlavamo. Bisogna dividere il costo del gas da quello dell’energia. E’ il gas ad avere le fluttuazioni più alte. Chi gioca in borsa, chi specula, non è certo a favore del conteggio ‘medio’!” 

“Siamo in piena difficoltà sia per l’energia che per il gas, indispensabile per il trattamento termico del latte e per il gasolio dei mezzi che ne curano la distribuzione - spiega Marco Lorenzoni a capo di una delle eccellenze reatine la C.La.R. Centrale del latte di Rieti - Un aumento spaventoso che non siamo in grado di gestire, sei volte in più i costi di energia rispetto allo scorso anno, undici volte in più quelli del gas, una situazione drammatica per noi che veniamo da un ulteriore problema: il costo della materia prima latte. L’incremento di tutti gli input di produzione, il gasolio per l’autotrazione e per le pompe di irrigazione, dei mangimi e i prodotti chimici fertilizzanti, schizzati alle stelle, a cui si è aggiunta la siccità di quest’anno, la peggiore degli ultimi 70 anni, ha messo in ginocchio gli allevatori che vanno supportati in questo momento, il prezzo del latte è aumentato del 50%. Per non parlare dell’acqua, con gli adeguamenti fatti negli ultimi anni dal nuovo gestore Aps e che hanno inciso in modo netto, visto che potremmo considerarci come i secondi suoi clienti per consumi, dopo Takeda”. 

Ciò presuppone un ritocco del prezzo del vostro latte?

“Lo abbiamo già fatto per due volte, ma non possiamo contare di ribaltare tutti questi costi sui nostri clienti, porterebbero il nostro prodotto ad essere riservato ad una nicchia di consumatori. Non dimentichiamo che il latte faceva parte per antonomasia del paniere alimentare insieme al pane, i due elementi su cui si fondava la regolamentazione dei prezzi di mercato quando ancora c’era il relativo Comitato. Non si può pensare di avere un latte che costi 2.50/3 euro al pubblico! Se con la spinta inflazionistica la famiglia continua a percepire sempre un certo reddito non si potrà più permettere di acquistare la qualità del nostro latte, sceglierà tre litri di un latte sterile a 80 centesimi l’uno, anziché un solo litro della Centrale del Latte della propria città, con inevitabili ricadute. Diventa indicativo, ad esempio che un’azienda come la Gentilini, con cui tutti noi siamo cresciuti, sia costretta a fermare delle linee di produzione facendone lavorare solo alcune. Anche noi stiamo entrando nell’ottica di lavorare di notte quando l’energia costa meno, ma il fatto che sia una costrizione e non una scelta è una follia. Non voglio neanche immaginare come sarà il bilancio di quest’anno, ma in questo momento dobbiamo mantenere i nervi saldi, conservare il cliente e proteggere l’attività, poi si vedrà”. 

Come uscire fuori da questa emergenza che colpisce a 360 gradi ogni settore?

“Se tutti lavorassimo molto di più, soprattutto le nostre istituzioni, per trovare soluzioni comuni, probabilmente arriveremo al punto. Azioni dissociate creano confusione e danni. Prima di scendere in piazza dobbiamo trovare le idee su cui la maggior parte converga e presentarci uniti. E’ certo che questa emergenza debba essere risolta sui tavoli europei, anche perché noi italiani non siamo stati in grado di risolvere 15 anni di crisi economica! Sono 8 mesi che lancio l’allarme: l’inflazione è solo un aspetto, il vero problema è la deflazione che ne conseguirà. Ora finalmente se ne parla e se continua così avremo una deflazione tale che veramente salterà il banco: assisteremo al crollo dei consumi causato dalla scarsa capacità economica del consumatore, costretto a rinunciare non più solo alle vacanze ma all’indispensabile. L’unica soluzione possibile per sopravvivere è una riduzione dei costi di produzione. Si può resistere qualche mese, poi si dovrà accettare di trasfondere tutto nel prezzo del prodotto finito riservandolo a pochi, tradendo quella che è la politica di questa azienda. Ciò comporterà una riduzione delle vendite: la Centrale del Latte per non avere costi fissi dovrà rinunciare ad acquistare una parte del latte, ed i produttori saranno costretti a  cedere la parte eccedente ad altri, chiaramente a prezzi differenti, eviteremo le ore straordinarie di lavoro e forse, alla fine, qualche persona salterà: la sconfitta più grande per me imprenditore”. E dietro ogni ex lavoratore c’è un intero nucleo familiare che non avrà più capacità d’acquisto, mandando in tilt a catena decine di altre attività.

(da Format sett-ott 2022)

 

condividi su: