Marzo 2024

SCUOLA & UNIVERSITÀ

AUTONOMIA DIFFERENZIATA, IL NO DECISO DELLO SNALS

amministrazione, politica

Il 28 marzo 2024 lo Snals Confsal è stato audito dalla prima Commissione della Camera dei deputati sul disegno di legge n.615 relativo alle disposizioni per l’autonomia differenziata.

"Abbiamo innanzitutto segnalato che nonostante le raccomandazioni dello Snals Confsal alle Senatrici e ai Senatori della Repubblica, il DDL n. 615 è stato approvato in prima lettura al Senato, conservando tutte le disposizioni che compromettono il carattere unitario del sistema nazionale di istruzione e la parità dei diritti di tutti i lavoratori della scuola.

È stato sottolineato che il testo del disegno di legge contrasta in più parti con le norme costituzionali. Una prima questione di costituzionalità si pone per l’istruzione. Le Regioni potranno determinare i programmi dell’offerta formativa, con la possibilità di definire anche la dotazione organica e l’assegnazione alle singole scuole dei docenti; potranno avere un fondo regionale in caso di necessità dell’organico delle scuole, anche istituendo posti in deroga; potranno finanziare nuovi corsi universitari, con ulteriori risorse rispetto al fondo di finanziamento statale. Insomma, si prospetta un panorama dell’istruzione pubblica molto frammentato e non unitario. Anche tralasciando il riferimento alle risorse economiche, certamente diverse da regione a regione, c’è il rischio di una più profonda divisione tra i cittadini italiani, relativa alla qualità dell’istruzione impartita. Per fare un solo esempio, si pensi ai ragazzi della scuola dell’obbligo che si trasferiscono da una Regione all’altra: sarebbero inevitabilmente costretti a cambiare radicalmente i programmi di studio.  Che tutto questo sia compatibile con la Carta costituzionale non è sostenibile. Solo la Repubblica può dunque stabilire cosa si deve studiare e come. C’è una ragione profonda alla base di questo principio costituzionale ed è che la scuola è il principale strumento per far diventare eguali tutti i cittadini; è la principale leva dello sviluppo della persona e della formazione dei giovani. I costituenti non potevano mai pensare che l’attuazione di questo compito essenziale sarebbe spettato un giorno ai Governatori di regione.

Abbiamo poi segnalato le criticità di ordine generale sull’impianto del disegno di legge che però incidono sul sistema di istruzione.

Nel disegno di legge ci pare che si dia per scontato che le nuove forme di autonomia, pur varate con legge ordinaria dello Stato, potrebbero evitare l’esame di merito del Parlamento al quale verrebbe attribuito il potere di verificare la regolarità formale dell’intesa tra Governo e Regioni, ma non quello di cambiarne i contenuti. Il disegno di legge Calderoli prevede che, una volta raggiunta l’intesa, il Parlamento non possa modificarla: può solo approvarla o rigettarla, senza potersi pronunziare sul merito dell’accordo. Una volta approvata con la maggioranza assoluta delle Camere la legge non può essere sottoposta a referendum abrogativo. Né l’intesa potrebbe essere modificata con una nuova legge perché occorrerebbe il consenso della Regione interessata, senza il quale l’intesa raggiunta è destinata a durare per 10 anni, con la possibilità di essere prorogata per altri 10 anni, col consenso delle parti contraenti. Dunque, un’intesa da cui difficilmente si torna indietro, sottratta di fatto al controllo del Parlamento. A me pare che su questo punto il disegno Calderoli sia fortemente contrario alla Costituzione. ll punto dolente riguarda la impossibilità per il Parlamento di modificare l’intesa o di censurarne alcuni punti. Il disegno Calderoli prevede che il parere venga dato dai «competenti organi parlamentari» nel termine di sessanta giorni. Trascorso questo termine, con o senza il parere della Commissione, comunque non vincolante, il procedimento prosegue. È difficile sostenere che il Parlamento, preposto alla realizzazione dell’interesse generale, non possa pronunziarsi su una questione che, riguardando la riduzione delle competenze dello Stato sul proprio territorio, investe pienamente l’interesse generale.

Altro passaggio importante previsto dal disegno Calderoli è quello relativo alla necessità di determinare i LEP (livelli essenziali delle prestazioni), prima di attribuire alle regioni le risorse necessarie per sostenere le loro nuove competenze. In questo caso il problema di incostituzionalità nasce dal fatto che l’art. 117 della Costituzione attribuisce la determinazione dei Lep, per tutti i diritti sociali e civili, «alla competenza legislativa dello Stato». Nei fatti poi sorgono enormi difficoltà, dal momento che non tutti i diritti costituzionali individuali sono “scomponibili” in prestazioni misurabili. Inoltre, con questa procedura, chi determina le modalità di godimento dei diritti essenziali sarebbe non il Parlamento, come vuole la Costituzione, ma il Governo, il quale non potrebbe che far riferimento alla spesa storica sostenuta dallo Stato per ciascuna regione. Questa spesa è già ora profondamente diversa nelle diverse parti del nostro paese: si va dalla spesa pubblica pro capite di 19 mila euro in Lombardia, ai 16 mila in Veneto, in Calabria a 15 mila, a poco più di 14 mila in Sicilia, e in Campania a 13.700 euro.

Siamo di fronte ad un disegno di legge che, se attuato, condurrebbe ad un’autonomia differenziata che aumenta, invece di ridurre, i divari di cittadinanza tra regione e regione, che già oggi presentano insopportabili diseguaglianze. Se passasse questo progetto, sarebbe inevitabile vedere regioni già ricche ulteriormente aiutate dal bilancio dello Stato per le loro nuove competenze; e regioni più povere contentarsi delle briciole di un bilancio irrimediabilmente compromesso. Cioè, che devono essere i diritti a condizionare i bilanci e non viceversa. Dunque, il bilancio dello Stato è chiamato prima di tutto a soddisfare i diritti inviolabili dei cittadini qualunque sia il territorio cui appartengano. Pensare che i diritti civili e sociali dei cittadini delle regioni del nord debbano essere soddisfatti in misura maggiore che al sud, significa trasformare i diritti inviolabili in privilegi, per quelli del nord, e in offesa alla dignità delle persone, per quelli del sud.

La regionalizzazione in materia di istruzione aggrava il divario tra le regioni ricche e quelle povere con il risultato di addebitare gli scarsi risultati degli alunni alla scarsa efficacia di coloro che operano nella comunità scolastica. L’autonomia differenziata mette a rischio l’unità del sistema nazionale di istruzione, garantita dalla nostra Costituzione, con grave pregiudizio dell’uguaglianza di studenti e lavoratori della scuola. Ancora più gravi sono gli effetti sul personale della scuola che, privo di tutele contrattuali nazionali, sarà sottoposto a discipline del rapporto di lavoro differenziate e con trattamenti economici diversi anche in corrispondenza di analoghe prestazioni lavorative.

Abbiamo poi rilevato che la costituzione di una Cabina di regia per l’individuazione dei LEP porta allo svilimento del ruolo del Parlamento che potrà solo approvare o respingere le intese tra Governo e singole regioni senza poter entrare nel merito dei singoli dispositivi delle intese.

Diversi sono i rischi della “regionalizzazione” dell’istruzione:

-           organici regionali del personale scolastico,

-           concorsi regionali per il reclutamento del personale della scuola

-          Regionalizzazione della Dirigenza scolastica,

-          Abolizione della contrattazione nazionale e istituzione dei contratti regionali,

-          Differenziazioni retributive su base territoriale,

-          regionalizzazione della mobilità territoriale e professionale sottraendola alla contrattazione integrativa nazionale

Con l’istruzione regionale sarebbe negato l’esercizio del diritto allo studio in maniera uguale su tutto il territorio nazionale e si realizzerebbe un doppio regime fra quello nazionale e quello regionale.

Le scuole si differenzierebbero sempre più radicalmente, il divario Sud-Nord non potrebbe che aumentare, la diffusione uniforme di scuole dell’infanzia e tempo pieno sarebbe definitivamente negata, il valore legale del titolo di studio sarebbe compromesso e le regioni potrebbero decidere autonomamente su programmi, strumenti e risorse.

Sul piano sindacale abbiamo ribadito la necessità di regole contrattuali del rapporto di lavoro stabilite a livello nazionale, uguali per tutti i lavoratori. Con l’autonomia differenziata si creerebbero i presupposti per una disuguaglianza di diritti e retribuzioni che inciderebbe inevitabilmente sulla qualità del servizio educativo.

Abbiamo sottolineato che non si possa quantificare l’entità delle risorse da trasferire alle regioni sulla base della serie storica della spesa. Tale ottica condanna coloro che vivono in contesti difficili e deprivati ad uno stato permanete di povertà e smentisce la strategia del PNRR di riduzione dei divari territoriali e di contrasto alle povertà educative.

Lo Snals ha infine auspicato che l’esame del provvedimento presso la Camera dei deputati consenta al Governo ed alla maggioranza che lo sostiene di rivedere le norme in materia di istruzione per garantire regole contrattuali del rapporto di lavoro stabilite a livello nazionale, uguali per tutti i lavoratori, e l’uguaglianza del diritto all’apprendimento, il cui venir meno inciderebbe inevitabilmente sulla qualità del servizio educativo".

28_03_24

 

 

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