a cura di Massimo Palozzi

Agosto 2021

IL DOMENICALE

AREE INTERNE, ULTIMA CHIAMATA

città, politica, viabilità

di Massimo Palozzi -  Domani e martedì si tiene a Benevento, per iniziativa del locale arcivescovo, un incontro con lo scopo dichiarato di “avviare un confronto comune per elaborare un piano di rilancio pastorale delle aree interne del Paese, che sempre più si trovano a fare i conti con l’emarginazione, lo spopolamento e la crisi economica”. Il taglio è ovviamente religioso, ma sarebbe riduttivo considerare la “pastorale delle aree interne” come una semplice cosa di Chiesa. Alla due giorni partecipano oltre venti vescovi. Tra loro anche quello di Rieti, Domenico Pompili, che martedì scorso, celebrando ad Amatrice il quinto anniversario del sisma del 24 agosto 2016, nel mezzo di una ispirata omelia davanti al presidente del Consiglio Mario Draghi ha ancora una volta richiamato l’importanza dei piccoli centri e della loro ricostruzione. O, per meglio dire, ri-costruzione perché, per usare le parole dello stesso mons. Pompili, “non abbiamo bisogno di nuovi presepi ma di borghi attivi”.

“Dopo anni di incertezza e di ritardi” – ha scandito il presule – “ci si accorge che non basta ri-costruire. Occorre prima ‘costruire’ un nuovo rapporto tra uomo e ambiente” non all’insegna di “un nostalgico recupero della dimensione bucolica”, bensì di “un progetto di investimento economico e di sviluppo demografico rivolto ad una parte dimenticata del nostro Paese, che era tale ben prima del terremoto”.

Nella visione del vescovo “questi borghi vanno ripensati perché sono oggi luoghi di grandi potenzialità”. Pompili ha parlato poi di “enorme debito” delle città verso le aree interne e gli insediamenti minori, che occorre ora onorare con un progetto di reciprocità economica. Un debito maturato su argomenti vitali: “pensiamo all’acqua potabile, all’aria pulita, al cibo, al legno degli arredi” ha elencato nell’invocare sostegno verso chi “riabilitando i piccoli centri, si prenderà cura di un’agricoltura di qualità, dei boschi, del mare, dei laghi, delle coste, del paesaggio ancora bellissimo dell’Italia”.

In effetti nei tumultuosi dibattiti scaturiti intorno alle risorse garantite dal Pnrr, il tema delle aree interne è rimasto piuttosto marginale se non proprio negletto, con la politica che sembra anzi sempre più indirizzata verso il potenziamento delle metropoli.

Alla vigilia di Ferragosto l’ex premier e neo leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte ha proposto una legge speciale per rafforzare Milano come locomotiva d’Italia, da trasformare in fulcro e traino della rinascita dell’intero Paese. Tempo una decina di giorni ed è ricominciato a circolare il cronoprogramma di riforme, che in un clima di sostanziale concordia tra i vari schieramenti, già a settembre dovrebbe sdoganare un testo per dare a Roma le stesse competenze delle Regioni. Inclusi la potestà legislativa e il potere di ricorrere alla Corte costituzionale, beneficiando di risorse aggiuntive per quasi mezzo miliardo di euro.

La via per portare a casa il risultato è per la verità stretta e disagevole. Questi passaggi comportano infatti modifiche alla Costituzione secondo la procedura aggravata della doppia lettura in ciascun ramo del Parlamento, e con la legislatura in scadenza tra meno di due anni non è detto che l’operazione vada in porto. L’idea di fondo si staglia però chiara, come i rischi che implica. Rafforzare la Capitale (che di per sé non sarebbe sbagliato) espone i territori periferici del Lazio all’alea di un processo inverso rispetto al decentramento e al principio di sussidiarietà, addensando poteri, competenze e risorse finanziarie in un distretto autoreferenziale sempre meno accessibile alle province minori.

Il proclama del vescovo Pompili si inserisce dunque alla perfezione in un contesto nel quale le aree interne paiono sempre più trascurate. In settimana NOME Officina Politica ha diffuso uno studio sulla condizione dei nostri bacini idrici con un focus dedicato alle loro potenzialità economiche. Lo spunto è stato offerto dalla proposta di legge regionale approvata dalla giunta il 4 maggio per l’adeguamento agli obblighi europei in materia di grandi derivazioni d’acqua a scopo idroelettrico, a seguito del decreto legge del dicembre 2018 che ha disposto la regionalizzazione delle dighe e delle attività di assegnazione delle relative concessioni. Dal dossier emerge un quadro preoccupante per gli appetiti che lo sfruttamento dell’acqua suscita (attorno ai 34 milioni di euro all’anno gli introiti stimati nel Reatino) e per gli scarsi ritorni garantiti al territorio. Del resto, soltanto a febbraio 2018 si è riusciti a chiudere l’annosa controversia sui ristori per lo sfruttamento delle sorgenti del Peschiera e Le Capore, mentre è ancora fresco il ricordo delle inondazioni di appena qualche mese fa.

Notano da NOME come la pratica sulle concessioni idriche dovrebbe innanzitutto coinvolgere i Comuni rivieraschi, i quali finora hanno invece subito passivamente un atteggiamento a tratti predatorio da parte delle grandi multinazionali del settore. Ne sono un esempio lampante i 54 milioni e 600mila euro non riscossi a titolo di sovracanone spettanti ai Comuni del Bacino imbrifero montano Velino-Nera. Per tentare di recuperarli attraverso un accordo stragiudiziale con i gestori che si sono avvicendati nel tempo, il 19 novembre 2020 il Consiglio direttivo del Bim ha dato mandato a un legale di redigere un parere. La partita è comunque più ampia. In ballo ci sono concessioni valide per i prossimi decenni (da 20 a 40 anni, con possibilità di arrivare a 50). L’imminente assegnazione porrà quindi un’ipoteca pesantissima sugli assetti futuri, cui non dovrebbero rimanere estranei i territori interessati per gettare le basi di un indotto significativo anche sul piano occupazionale.

L’anno scorso la Consulta ha dichiarato incostituzionale la norma contenuta nel decreto Semplificazioni del 2018 che assegnava alle Province il 60% degli importi derivanti dai canoni di concessione, in quanto enti privi di competenze gestionali o funzionali in materia di grandi derivazioni idroelettriche. Il malloppo è di conseguenza tornato nelle mani della Regione, ma nulla impedisce che essa possa destinare alle Province laziali su cui insistono i bacini idrici una significativa percentuale dei canoni concessori, come peraltro avvenuto in Piemonte. Tanto più alla luce dei notevoli compiti di sorveglianza attiva demandati proprio alle Province.

Ambiente a parte, il richiamo del vescovo ha toccato con nettezza pure le opere viarie. Secondo una recentissima ricerca della Banca d’Italia, nell’ultimo decennio la spesa per investimenti pubblici è risultata in calo in un contesto in cui la dotazione di infrastrutture risente di pesanti disuguaglianze a svantaggio non solo del Mezzogiorno ma anche di molte aree del Centro, in particolare interne e appenniniche. Il “ponte” più urgente da costruire nel nostro Paese si chiama allora Italia centrale, insiste Pompili, per il quale “lasciare che qualche centinaio di chilometri tenga ancora oggi separati l’Adriatico e il Tirreno – al netto di una Salaria in via di definizione – è un’imperdonabile leggerezza. Per uscire dal vago, si tratta di decidere se la “Ferrovia dei due mari” sia un’idea da cestinare o da progettare e realizzare qui, ora e subito”.

Gli ultimi segnali sembrano orientare verso un cauto ottimismo, nonostante l’irritazione del deputato di Fratelli d’Italia Paolo Trancassini. “Condivido in pieno le proposte avanzate dal vescovo durante l’omelia sulla Ferrovia dei due mari” - ha commentato polemicamente l’ex sindaco di Leonessa - “peccato che una politica trasversalmente miope abbia bocciato la mia proposta di inserire questa opera pubblica nel Pnrr”.

Diversa la lettura del Coordinamento per la Ferrovia Salaria, che sottolinea invece come sia già stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge contenente lo stanziamento di 40 milioni di euro frutto dell’approvazione dell’emendamento presentato il 9 luglio dal deputato Pd e presidente della Commissione Bilancio della Camera Fabio Melilli. Lo stesso Melilli ha risposto indirettamente a Trancassini, definendo “molto opportuno il riferimento del vescovo Pompili rispetto alla ferrovia, sulla quale abbiamo cominciato a lavorare dopo aver chiuso la partita della Salaria, facendo la prima cosa che era necessario fare, cioè riprendere il progetto esistente e realizzando il progetto esecutivo. Così abbiamo fatto in modo che quella parte di fondi europei destinata ai fondi di coesione finanzi l’opera”.

Va infine registrata l’intesa siglata martedì dal gruppo spagnolo Iberdrola (leader mondiale nel settore delle energie rinnovabili) con diversi partner pubblici e privati italiani per la riconversione a idrogeno della dorsale ferroviaria da Sansepolcro, in provincia di Arezzo, a Sulmona, in Abruzzo. Il progetto prevede anche uno studio di fattibilità tecnico-economico per lo sviluppo della tecnologia a idrogeno verde sulla linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’aeroporto di Fiumicino a San Benedetto del Tronto passando per Rieti, Amatrice e Ascoli Piceno. L’ipotesi è suggestiva, quanto realizzabile e in che tempi resta da verificare. Al riguardo non è sfuggita la dichiarazione del presidente di Unindustria Rieti Alessandro Di Venanzio nell’intervista rilasciata a Sabrina Vecchi sul Messaggero di venerdì. Alla precisa domanda sull’importanza dell’ammodernamento della strada Salaria e della realizzazione della Ferrovia dei due mari, Di Venanzio ha risposto parlando unicamente della consolare e dell’auspicio che le promesse sui lavori vengano mantenute. Sulla ferrovia nemmeno un accenno. Solo una dimenticanza o totale sfiducia sulla sua concreta fattibilità?

 

29-08-2021

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