Aprile 2018

NEWS

VIOLENZA DI GENERE E LINGUAGGIO MEDIATICO

Incontro formativo del Centro Antiviolenza “Il Nido di Ana”

violenza

Si è svolta presso la Casa del Volontariato di Rieti una conferenza dal titolo “Linguaggio mediatico e violenza di genere: restituire dignità ed evitare l’emulazione”, a cura di Alessia Consiglio e Fabiana Maningrasso, giornaliste per il blog NarrAzioni Differenti.

L’evento di oggi fa parte di un percorso formativo articolato in sette moduli, iniziato il 17 febbraio 2018 e destinato a concludersi il 25 maggio 2018: tale percorso risponde al titolo “L’accoglienza congiunta. Come contrastare e prevenire la violenza di genere”. Un argomento di scottante attualità: basti pensare al numero dei casi di femminicidio di cui è piena la cronaca nera nazionale, ai vari scandali di natura sessuale in ambienti anche “insospettabili” come l’Accademia Svedese, l’ente che si occupa dell’assegnazione del premio Nobel per la letteratura, alla nascita del movimento #MeToo conseguente proprio ad uno scandalo riguardante la condotta nei confronti di diverse attrici di un celebre produttore di Hollywood, Harvey Weinstein.

In che modo questa tipologia di notizie viene trattata dai media, e con quali conseguenze sul lettore? Che tipo di narrazione viene promossa dal giornalismo mainstream? Cosa c’è da cambiare nel linguaggio giornalistico utilizzato per descrivere i casi di violenza di genere? A queste domande si è tentato di fornire una risposta durante l’evento di oggi, mediante l’analisi di numerosi articoli appartenenti a testate, cartacee e non, di tiratura varia – dal quotidiano locale ai grandi organi di informazione quali Rai, Sky e Ansa.

Il linguaggio che utilizziamo tutti i giorni per comunicare, raccontare fatti, esprimere noi stessi possiede un’influenza sulla realtà circostante che spesso non viene percepita nella propria capillarità; questo avviene persino quando comunicare in maniera efficiente un messaggio è di estrema importanza, come nelle campagne contro ogni tipo di discriminazione. Nel caso della violenza di genere, un certo modo di rappresentare la vittima, molto utilizzato nelle summenzionate campagne e in articoli di testate anche “blasonate”, la vede come ammaccata, sofferente, rannicchiata in un angolo buio, semi-svestita e con il volto nascosto fra le mani: ciò trasmette un’immagine non solo di debolezza, ma di vergogna. Come se l’atto subito dalla parte lesa fosse qualcosa di cui solo lei dovrebbe vergognarsi. Altre volte, seguendo questo trend, è l’articolo stesso nella sua componente testuale a “mettere da parte” la donna ferita o, il più delle volte, uccisa ponendo l’accento sulle ipotetiche motivazioni dietro il crimine commesso da parte di (ex) mariti, (ex) fidanzati e (ex) compagni. Si parla di “raptus”, di “gelosia folle”, di “passione incontrollabile”, di “troppo amore” – e, talvolta, si menzionano malattie mentali come la depressione, o condizioni economiche di disagio. Il tutto, per giustificare quello che viene proposto come il gesto insano di una persona altrimenti “tranquillissima” (a detta, di solito, dei vari ed eventuali vicini di casa della coppia) che realizza sempre troppo tardi l’irreparabilità del gesto. Della donna uccisa poco si sa e, sembrerebbe, poco si vuol sapere.

Insomma, si riduce ad una dimensione puramente emotiva e privata ciò che in realtà rappresenta il sintomo di un complesso intreccio di istanze socio-culturali, un miscuglio di retaggi del passato che ancora sopravvivono al giorno d’oggi, di motivazioni economiche, di (mancata) alfabetizzazione della popolazione italiana, di elementi biologici fraintesi. Durante la conferenza, si è fatta luce su queste dinamiche, spaziando dall’ambito giuridico (nominando gli ormai legalmente inesistenti concetti di “delitto d’onore” e “capofamiglia”) a quello antropologico (analizzando la dicotomia tuttora persistente tra la visione angelicata della donna e quella che invece la vede come lussuriosa tentatrice di poveri uomini inermi di fronte ad essa), passando anche per dati percentuali riguardanti la comprensione di un testo scritto da parte dell’italiano medio ed il modo in cui ciò si riflette sul taglio odierno prevalente degli articoli giornalistici in generale, e l’equivoco per cui la maggior parte dei delitti sarebbe da attribuire a un “raptus” (termine di poco valore, se utilizzato per descrivere atti criminali premeditati e preceduti da altri episodi di violenza da parte di colui che ne avrebbe sofferto).

Ciò che emerge è un quadro della situazione che desta preoccupazione: il linguaggio dei media è spesso violento, ammiccante, superficiale. Si punta a stimolare l’emotività e la curiosità del lettore tramite la pratica del cosiddetto “clickbait” (“esca da cliccare”, letteralmente), che vuole spingere a leggere notizie spesso dal contenuto estremamente povero presentandole come sensazionali e scandalose. La strategia dietro questa tecnica è semplice: si punta alle viscere di un pubblico ipoteticamente poco interessato ad analizzare i fatti e molto a commentare e giudicare sbrigativamente, il che sembra essere il trend dominante per le più disparate tematiche, dalla cronaca rosa alla nera, passando per la politica, la salute e così via. Ciò può ripercuotersi sulle nuove generazioni, che già in tenera età assorbono concetti ormai superati legati alle differenze di genere: a livello giuridico, uomo e donna hanno libertà di accesso a qualsiasi tipo di carriera essi vogliano intraprendere. A nessun livello, un individuo è tenuto a sopportare attenzioni indesiderate ed eccessive e qualsiasi tipo di violenza, fisica e psicologica, in base al sesso a cui appartiene. Molto è stato fatto, molto si è lottato, ma il cambiamento è ancora in divenire e anche gli studi in merito al linguaggio possono aiutare ad andare nella giusta direzione, verso una maggiore equità di trattamento e la completa conquista della pari dignità dei sessi.

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