Marzo 2020

SALUTE

"PER NOI #IORESTOACASA NON VALE E LA NOSTRA VITA NON  È PROTETTA"

Un'infermiera racconta

storie

Modena, Novembre 2003….un infermiera appena laureata si trova lontano dai suoi affetti più cari mentre si comincia a parlare di un nuovo virus in circolazione.

Era l’anno della SARS, sindrome respiratoria acuta grave da coronavirus, e lavoravo in malattie infettive da poco tempo , per mia scelta. Mi era stato proposto come primo incarico a tempo indeterminato l’oculistica, ma io volevo imparare e quindi feci cambio con un mio collega e andai lì dove camici e mascherine erano all’ordine del giorno.

Ricordo molto bene il periodo in cui ci fu l’emergenza SARS, che per nostra fortuna non toccò così duramente il nostro paese. Ci furono pochissimi casi isolati e noi eravamo prontissimi ad ogni evenienza. Avevamo un percorso dedicato per l accettazione del paziente con SARS, protocolli e dpi (dispositivi di protezione individuale) in abbondanza, non era ancora disponibile la soluzione disinfettante alcolica, quella che tutti voi avete acquistato anche a prezzi esagerati sotto il nome commerciale di amuchina, ma c era il lavaggio delle mani, quello che ogni persona dovrebbe fare quotidianamente per preservare se stesso e gli altri dalle infezioni in generale.

Ricordo il timore di essere in prima linea e soprattutto di farlo alle prime armi, la paura di non essere all’altezza, di non essere vicino ai miei cari e la paura che si potessero contagiare loro mentre io ero lontana. L unica cosa di cui non avevo paura era il mio contagio. Mi sentivo protetta nel mio posto di lavoro e aspettavo solo che tutto finisse per allentare un po’ la tensione.

MARZO 2020, un' infermiera ormai stanca, sfiduciata e delusa si trova a dover affrontare nuovamente il coronavirus.

Sono passati diversi anni e mentre il coronavirus è mutato ed è diventato più forte di prima io sono invece più debole e non pronta ad affrontare questa nuova emergenza. I motivi sono diversi, oggi ho una famiglia con dei figli per cui sono in pensiero non solo per il fatto che questo virus possa colpirli, ma che sia io la fonte del contagio. Perché oggi, diversamente da allora, io non mi sento protetta mio posto di lavoro. Non ci sono protocolli, non c’è una línea da seguire chiara, ma soprattutto non ci sono i dpi. Passo le giornate a dire a mio figlio di starmi lontano e mi rattrista non solo perché adoro le sue coccole, ma anche perché lui ne ha bisogno, soprattutto perché vuole sentirsi protetto da me in questo continuo susseguirsi di notizie in TV.

Siamo quelli a cui non tocca la quarantena se si è stati a contatto con un possibile caso proveniente dalla zona rossa, quelli a cui vengono negati i giorni di ferie, quelli per cui l’hashtag #iorestoacasa non vale, quelli a cui non rinnovano i contratti da anni, quelli che per lavorare anche solo qualche mese devono andare lontano da casa perché non fanno i concorsi, quelli che lavorano sempre, ogni giorno dell’anno sopra le forze con personale carente e che devono fare i salti mortali per accontentare tutti, quelli che prendono anche uno stipendio ridicolo per ciò che fanno e che spesso sono in prima linea non solo per l’emergenza e l’assistenza, ma anche a prendere gli insulti e le lamentele di chi dall' altra parte vorrebbe sempre di più mentre noi, non per colpa nostra siamo sempre di meno.

Quindi sì,  sono delusa dalla mia professione, l’amavo tantissimo, mentre oggi spero di riuscire a trovare altro per ritrovare un po’ di serenità e di   pace.

E sono incazzata perché quando vedo che oggi, di fronte alla paura, ci considerano eroi, vorrei ricordare a quelle persone che noi lo siamo ogni singolo giorno, anche quando vi lamentate di noi, anche quando ci vedete un attimo sedute dopo aver corso tutto il giorno e ci additate come fancazzisti, anche quando ci giudicate incapaci perché non arriviamo a coprire quel cratere che hanno creato anni e anni di tagli alla sanità. Ricordatevelo dopo che sarà tutto passato, che noi, i dipendenti pubblici che hanno lo stipendio assicurato e che sono entrati in un ospedale perché hanno studiato e vinto un concorso e non per i calci in culo, noi  eravamo lì in prima fila per tutti voi, per la vostra salute a discapito della nostra e della nostra famiglia.

10_03_20

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