Marzo 2018

RIETI MISTERIOSA

IN UN PALAZZO DI VIA GARIBALDI

Inverno 1927

storie

Rieti, Inverno 1927 in un palazzo di via Garibaldi.

La luce penetrava dall’antico lucernaio arricchito dallo stemma di famiglia. La bambina correva da una stanza all’altra, tutte collegate fra loro, saltellando allegramente. Fuori pioveva tuttavia le stanze con i soffitti affrescati davano un colore caldo agli ambienti. Il cielo era plumbeo e pesante ma a Rieti, in quella strada che da Porta d’Arci conduce all’antica piazza bastava affacciarsi da una finestra, anche quando il freddo pungente ti penetra nelle ossa e la nebbia avvolge tutto in una grigia coltre, per vedere uno dei panorami più belli di tutta la conca. Le finestre e i terrazzi della casa infatti si affacciavano sul fiume, sebbene questo non si vedesse. Anche quando il tempo era brutto, come in quella giornata particolare, un piccolo scorcio del paesaggio avvolto dalla nebbia bastava per farti tornare di buon umore, tanto era suggestivo. Anche oggi, seppure la vista non è più così libera come in quei tempi, affacciarsi sul fiume toglie il respiro. La città è ancora immersa nella assoluta bellezza del verde e dei monti che la circondano come in un abbraccio protettivo.

La bambina era felice di vivere in un posto così straordinario. Tutte le mattine, malgrado venisse costantemente rimproverata per questo, scendeva dai piani superiori lasciandosi scivolare sul passamano dell’antica scala. La rimproveravano tutti , la mamma , gli zii, i cugini, il nonno. Vivevano tutti vicini, chi nel palazzo di famiglia chi negli appartamenti di una palazzina confinante, ma era il palazzo il punto d’incontro di tutti i parenti, per la possibilità di contenerli al completo ed era lì che si svolgevano le “feste comandate” o si tenevano le riunioni di famiglia quando era necessario prendere delle decisioni importanti che, inevitabilmente, avevano una ricaduta su qualcuno dei numerosi membri. Ma la bambina non ascoltava nessuno, si divertiva moltissimo a scendere le scale in quel modo, fino al giorno in cui quel gioco pericoloso ebbe fine. Un giorno che segnò per sempre la sua vita.

Come al solito infatti si arrampicò sul passamano dell’ultimo piano per scendere al piano inferiore. Il palazzo era stranamente silenzioso malgrado il brutto tempo avesse costretto quasi tutti in casa. Forse il freddo pungente che penetrava seppure le finestre fossero sigillate con cura ( ma erano così grandi e alte che il freddo passava comunque), aveva impigrito tutti. Probabilmente stavano sotto le pesanti coperte non avendo il coraggio di affrontare una giornata uggiosa come quella. Solo il cugino, di poco più grande, era in piedi in attesa che il cielo si aprisse un po’; aspettava uno dei contadini dei numerosi casali della piana, che appartenevano alla famiglia … da sempre. Voleva a tutti i costi un gatto e in quel giorno piovoso (in realtà erano cinque giorni che pioveva incessantemente), sapeva che il vecchio Agostino sarebbe andato a prenderlo perché voleva essere assolutamente lui a scegliere il gattino fra la cucciolata.

Quel giorno però doveva restare indimenticabile non per l’ arrivo del cucciolo, quanto per qualcosa di straordinario che di lì a poco sarebbe accaduto. Avevamo lasciato la bambina inerpicata sul corrimano eccitata per il consueto gioco. Solo che questa volta le cose precipitarono, è il caso di dirlo, improvvisamente. Non seppe mai perché ma quella volta dopo pochi secondi che aveva iniziato la discesa a cavallo dell’antico legno, perse l’equilibrio! In un attimo capì che era arrivata la sua fine, vide in un lampo i volti cari dei parenti scorrerle davanti agli occhi, sentì il cuore in gola, la testa girare, il terrore invaderla! Cercò di aggrapparsi a qualunque cosa, non sapeva più dove si trovasse, il soffitto, le scale, il lucernaio , nella caduta tutto si confondeva, gridava con tutto il fiato che aveva in corpo ma chi poteva fare qualcosa per lei?! Udì nella testa i rimproveri della madre , del nonno, per quel gioco stupido e fatale che non avrebbe mai dovuto fare!

Nessuno riuscì a capire come, ma … in qualche modo riuscì ad aggrapparsi al ferro battuto che sosteneva il corrimano. Urlò di nuovo impazzita dalla paura! Il palazzo sembrava deserto, sentì che le forze le stavano mancando, ancora un attimo e si sarebbe lasciata andare, sarebbe precipitata nell’atrio dove c’era la rimessa dell’amatissima carrozza che veniva attaccata al cavallo di famiglia, Frida. Urlò "Mamma aiuto ! Aiuto!" Ma chi poteva sentirla? Forse sarebbero accorsi tutti al suo ultimo grido seguito dal tonfo del suo corpo. Era terrorizzata si teneva disperatamente al ferro dipinto di nero. Immaginò i suoi parenti accorrere quando ormai era troppo tardi, vide scorrerle davanti i volti della sorellina, quelli delle cugine amatissime, tutti a piangere disperati al suo funerale. Ecco ora avrebbe lasciato la presa e il buio eterno l’avrebbe inghiottita per sempre!

Improvvisamente, un frate vestito di nero apparve sopra la sua testa , con le braccia protese verso di lei sembrava volesse afferarla per trattenere la sua caduta. La bambina lo guardò stupita e atterrita nello stesso tempo, sì, perché il frate era avvolto da una luce flebile e aveva il volto quasi trasparente. Riuscì a vedere solo i suoi occhi buoni e sentire la sua voce che diceva pacatamente: "Resisti. Resisti oggi non è il giorno della tua morte". La bambina strinse ancora di più le manine intorno ai fregi preziosi, il frate continuava a guardarla ma ora taceva e piano, piano si dissolse, come faceva la nebbia. La bambina sentì gridare il suo nome, era suo cugino che le diceva di lasciarsi andare che era proprio sotto di lei e l’avrebbe presa lui. Sfinita mollò la presa e cadde sul cugino che rovinò a terra insieme a lei attenuando la caduta Sentì un dolore fortissimo al polso, sentì il ragazzo sotto di lei lamentarsi, guardò in alto, il frate era di nuovo vicino ma questa volta fluttuava a metà altezza fra il soffitto e l’ultimo piano. Ora sorrideva, la bambina questa volta vide un volto senza occhi , senza naso, con la sola bocca. Arrivarono gli altri parenti, la mamma, la zia, il nonno, gridavano tutti! La bambina sanguinava da un braccio e dal naso, il cugino era dolorante ma non si era ferito. La bambina non riusciva a parlare, indicava con la manina insanguinata in alto, la mamma la teneva tra le braccia e piangeva disperata dallo spavento. "Sant’Antonio mio mi hai fatto la grazia! Sant’Antonio mio mi hai fatto la grazia!" La bambina capì solo in quel momento chi fosse quel frate.

La bambina era mia madre.

Per tutta la vita ebbe il polso bloccato: nella caduta si era spezzato e in quei tempi  non sapevano cosa fosse la fisioterapia. Dopo quell'episodio era diventata devota di Sant'Antonio e sin da piccola mi portava a San Francesco a pregare.

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