Agosto 2019

STORIE

TUTTI QUELLI DEL MANICOMIO

Viaggio nel mondo dei fantasmi del vecchio Ospedale Psichiatrico di Rieti

sanità

(di Stefania Santoprete) La redazione di Format ha avuto il privilegio di visitare in anteprima la mostra realizzata dal dottor Manlio Paolocci all’interno della Direzione della Asl, in quello stesso padiglione che per anni ed anni fu sede dello smantellato Manicomio. L’idea nacque nel 2011 dall’allora direttore Gianani, fu poi ripresa dalla dottoressa Figorilli ed infine sollecitata dall’attuale direttrice Marinella D’Innocenzo che intende ospitarla in maniera permanente. Un viaggio che in modo originale il dottor Paolocci ha strutturato in una introduzione ed 8 capitoli, come si trattasse di un libro, poiché la storia stessa della psichiatria è divisa in varie ere e momenti storici. Paolocci è stato, infatti, il dottore storico del manicomio di Rieti partendo da quell’epoca in cui, più che spazio di cura, veniva inteso come luogo di ricovero dei malati di mente. Potremmo dire che ne ha seguito personalmente l’evoluzione, dapprima trasformandolo in ‘ospedale psichiatrico’ e poi conducendo il cambiamento necessario per arrivare alla legge Basaglia del 1978 ed abbandonando per sempre il concetto dei ‘Sepolti’.

Si parte dalla storia dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale 'San Francesco' esistente sin dal 1923 come ricovero di Mendicità, quale succursale romana dell’Ospedale Santa Maria della Pietà e diventato in seguito ‘Autonomo Manicomio Umberto I’. Nel 1947 si completa il trasferimento di tutti i pazienti nella nuova sede sorta alla periferia della città, all’interno della ‘Villa San Basilio’ dove rimase fino al momento della chiusura nel dicembre 1999.

 

53 anni di vita e circa 900 persone accolte. Provenivano dalla provincia di Rieti, Terni, Roma. Alcuni di loro appaiono in una sorta di collage, in cui le fototessera si sovrappongono smarrendo l’individualità e divenendo un unicum, liquefatto in mille rivoli sedimentati nelle corsie, nelle sorveglianze, nei luoghi di contenzione, sui pagliericci o tra le sbarre: è lì che li seguiamo mentre la nostra espertissima guida ci illustra una quotidianità fortunatamente lontana da noi ma vissuta e probabilmente sofferta in questi edifici, oggi restaurati e indirizzati a nuove attività sanitarie. Ogni volta che il dottore pronuncia un nome sorride, indulgente, descrivendone i vezzi, le manie, gli aneddoti: è come assistessimo ad un esperimento alchemico capace di richiamare indietro, dalla nebbia che li ha inghiottiti, questi ‘fantasmi’ di ieri: Renato, l’omino che scrisse sui muri ‘Viva Manlio Paolocci’ (ancora visibile) e che, una volta ricoverato in una casa di riposo, si allontanò senza più essere ritrovato, oppure Domenico che, una volta dimesso, prima di costruirsi una sua baracca, occupò la cappella e ne fece la sua dimora, dormendo e cucinando autonomamente. Chissà se oggi avremmo definito alcune patologie da ‘manicomio’? La riflessione emerge davanti ad uno dei quadri dedicati agli psicofarmaci in cui possiamo osservare molti dei medicinali ormai presenti, solitamente, nelle nostre case: Valium, Serenase, Noan... Non a caso accanto a queste storie figurano i quadri dedicati ad Alda Merini e Vincent Van Gogh. All’epoca la psichiatria stessa, prigioniera del pregiudizio dell'organicità, procede per esercizio classificatorio: disturbi, sintomi, comportamenti vengono minuziosamente attribuiti a questa o a quella patologia, salvo ricorrere poi sempre alle stesse cure di carattere sedativo. Superata l’epoca dei metodi curativi, che derivavano dalla legge del 1904, quali ‘bagno o doccia fredda’, la ‘malario-terapia’ (iniezione di vaccino per provocare una febbre altissima capace di 'spossare' il paziente) si arriva all’elettroshock, uno dei quadri (sempre realizzato artigianalmente) che più suscita interesse e ribrezzo. In mostra si osserva un primordiale rudimentale apparato elettrico, corredato da elettrodi da applicare alle regioni temporali, da un salvadenti per proteggere il paziente dalla provocata crisi convulsiva epilettica. Stessa perplessità che oggi suscita l’‘insulino-terapia’: cura praticata, a cicli, mediante l’induzione di un coma per mezzo di iniezioni di dosi sempre crescenti e la sua interruzione a distanza di tempo, con l’introduzione di glucosio. Erano questi purtroppo, all'epoca, i mezzi a disposizione dei dipendenti, suore e infermieri, che rivediamo ritratti in momenti di lavoro o di relax, insieme a tutti i loro strumenti di lavoro. Materiale che il dottor Paolocci, rimasto estremamente legato a questa lunga esperienza professionale, ha gelosamente custodito finora nella sua abitazione, raccogliendo nel tempo anche piccoli oggetti estremamente umili, suscitando perplessità in chi lo circondava. E’ il caso della bellissima esposizione di stantuffi, presente nel quadro n° 47, meticolosamente raccolti e talora ceduti a malincuore di chi ne era in possesso. A cosa servivano? Ad aprire porte e finestre, ovviamente non dotate di maniglie proprie.

 

 Il passaggio di ‘capitoli’ ci proietta in epoche diverse, dove appare evidente la sperimentazione di soluzioni alternative al manicomio tradizionale: ecco quindi gli infermieri ed alcuni dipendenti coinvolgere i pazienti in una terapia basata sul lavoro. Ricoverati, uomini e donne, prestavano la loro opera a fronte di un minimo compenso giornaliero, certamente inadeguato al lavoro svolto, ma che mandava avanti le numerose attività presenti nei laboratori (calzoleria, falegnameria, lavanderia, officina meccanica...), il bar, il forno, la cucina, la barberia, il vasto orto e l’azienda agraria. Appare la 'socio-terapia' con una serie di attività interne: tornei, feste danzanti, gite e soggiorni al mare, giochi e feste nel Parco, spettacoli teatrali eseguiti dalla filodrammatica guidata da una volontaria esterna, Ione Natali. Terapia questa utile per “... risvegliare i pazienti dalla apatia e dalla deprivazione sensoriale in cui per anni erano stati confinati” (Enzo Cirese, Anna Faraglia e Paolo Albanese ‘Dal Manicomio all’Ospedale, al Territorio’ 1989).

E pian piano eccoli apparire dalla felice mano del loro medico che, oltre valido professionista, è anche artista e li ritrae ora in un quadro, ora in una fotografia: attimi, istantanee di un vivere in bilico fuori e dentro i cancelli da cui, a volte, anche quando le barriere cadranno fisicamente, non ci si vorrà più allontanare, chiusi nelle proprie gabbie mentali. C’è Carlina che riemerge dal suo stato catatonico solo per imprimere le proprie labbra, in un bacio, sul quadro che la ritrae, Domenico ‘niru miciu’ che diventava più forte cospargendosi di cenere, ci sono le lettere d’amore di Principessa, cariche di sofferenza e poi la foto della felicità, quella insperata che arriva portata in dono dagli occhi di un visitatore e avvolge Maria Rita in una nuvola bianca da sposa, cucita proprio dalle stesse infermiere che l’accompagneranno all’altare il giorno delle sue dimissioni. E poi... la rivoluzione. Quell’idea che si solleva e monta nelle menti più ardite, veicolata da tante manifestazioni provocatorie realizzate anche a Rieti come il Presepe diverso del ’73 scandito da scene, composto da ricoverati e infermieri in una vecchia struttura muraria, un colpo allo stomaco per i visitatori che udivano le grida e i lamenti trasmessi da un altoparlante cui seguiva un messaggio di denuncia, un ‘j’accuse’ descritto dal nostro amato Ajmone Filiberto Milli come “Il Presepe dei ‘matti’ che catalizzò la coscienza collettiva”. Seguirono movimenti di idee, convegni, dibattiti legati alla nuova situazione ospedaliera psichiatrica italiana. Fino all’arrivo a Rieti, il 22 febbraio del 1980, dello stesso Franco Basaglia annunciato da un’estemporanea costruzione-scultura, fatta da letti di contenzione chiusi a gabbia ad imprigionare un manichino con le vesti ruvide degli ‘impropri’, portata in giro per la città su un carretto.
Sei mesi dopo Basaglia morirà, con la soddisfazione di sapere rimossi da parte dell’amministrazione provinciale i monumentali cancelli in ferro posti all’ingresso dell’Ospedale Psichiatrico.

Un lavoro immane quello che Paolocci consegna ai posteri.
Opere premiate, documenti, testimonianze, oggetti d’antiquariato di cui non si sarebbe voluto privare se non per una causa così nobile e preziosa. La selezione è stata difficile, tanto da dover completare la raccolta con 4 raccoglitori contenenti registri, diari, certificati, articoli di giornali (pagine di cronaca in cui ritroviamo la triste fine anche di Paolo Onito), i contenuti delle varie assemblee e le fotografie e gli scritti di ‘Tutti quelli che il manicomio” gruppo formatosi dal 1986 composto dagli ex dipendenti che sin d’allora si riunisce in un sabato di fine ottobre in un simpatico conviviale. Onorati di trovare in questi raccoglitori anche alcune pagine della nostra rivista a firma di Ajmone Filiberto Milli, Lucio Boldrin e di Stefania Santoprete.

Data ancora da stabilire per l’inaugurazione di questa interessante mostra che tutti dovrebbero visitare, soprattutto grazie al supporto della Guida ai quadri della Mostra, redatta per meglio spiegare ogni particolare.

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