a cura di Massimo Palozzi

Maggio 2020

IL DOMENICALE

TURISMO DI PROSSIMITÀ, CHE NON RIMANGA SOLO UNO SLOGAN

turismo

(di Massimo Palozzi) La “fase 2” è appena iniziata, ma la ripartenza stenta a prendere i giri. Le sofferenze del circuito economico sono ancora in attesa di risposte convincenti. Tra i tanti, settori come l’ospitalità e la ristorazione mostrano i segni più profondi della crisi. Arginarla non sarà semplice. Men che meno recuperare le perdite già accumulate e quelle prevedibili nel prossimo futuro a causa del fisiologico calo di avventori e delle nuove modalità di accoglienza dei clienti.

Per il turismo sono allo studio del governo misure come buoni vacanza e la cancellazione per sei mesi della tassa di occupazione del suolo pubblico dovuta da bar e ristoranti. Lunedì il vicesindaco e assessore alla Attività produttive del Comune di Rieti, Daniele Sinibaldi, ha chiesto alla Regione la concessione gratuita delle aree verdi ai bordi del Velino per aumentare la superficie a disposizione dei ristoratori sul lungofiume per il posizionamento di dehors, tavoli e sedie. L’iniziativa è sicuramente condivisibile, sebbene con qualche avvertenza. La mossa potrebbe infatti generare scompensi competitivi a danno degli esercenti inseriti in zone diverse della città, che non avrebbero l’opportunità di usufruire di spazi altrettanto ampi e suggestivi. Oltre all’eliminazione degli oneri sul plateatico, andrebbero allora previste analoghe facilitazioni per tutti gli operatori del comparto, almeno dove possibile. Ad esempio, i locali che affacciano su piazze, larghi e marciapiedi sufficientemente spaziosi dovrebbero potersi giovare di un ampliamento delle autorizzazioni per l’occupazione di suolo pubblico. Questo non risolverebbe ovviamente il problema, poiché bar, pub, pizzerie, agriturismi, pasticcerie, gelaterie, ristoranti e trattorie che sorgono in aree dove non è materialmente possibile l’estensione dei servizi molto al di fuori dell’esercizio, rimarrebbero comunque penalizzati. Si tratta tuttavia di una modalità amministrativa tesa ad aiutare una platea più vasta di piccoli imprenditori, per i quali qualsiasi contributo può rivelarsi prezioso, se non addirittura decisivo, insieme alla sospensione/annullamento di tributi come la Tari e l’imposta di soggiorno per le attività ricettive.

In tale scenario si inserisce il dibattito sull’immediato futuro del centro storico. In settimana la giunta ha deliberato il mantenimento della gratuità degli ormai ex parcheggi a pagamento fino alla fine dell’estate, dopo che il 31 marzo è scaduta la concessione alla Saba. Fanno eccezione le strisce blu di piazza Cavour, piazza della Repubblica, via Micaeli e via Porta Romana, che invece restano tariffate sulla scorta di un diverso atto concessorio.

Proprio per uniformità di trattamento, il Partito democratico ha chiesto che anche questi parcheggi vengano resi gratuiti. Il Comune non si è ancora pronunciato, ma è difficile che ciò possa avvenire, a meno che l’ente non si faccia carico di indennizzare dei mancati guadagni la società affidataria, volendo dare per acquisito un accordo in tal senso della controparte, che scontato non è. L’operazione viene poi resa improbabile sia dall’esborso richiesto alle già esangui casse municipali, sia principalmente dal calcolo piuttosto complicato degli incassi presunti cui la Saba rinuncerebbe.

Sul medesimo presupposto, favorire cioè il ritorno delle persone in centro, Italia viva ha chiesto al sindaco di riaprire al traffico la parte ricompresa nella Ztl. L’attuale amministrazione di centrodestra fin dal suo insediamento non ha mostrato di nutrire una particolare simpatia per le limitazioni alla circolazione veicolare e il momento eccezionale che stiamo vivendo a causa del coronavirus potrebbe spingere a compiere quei passi che finora non si è avuto il coraggio di fare.

In tempi di emergenza, deroghe e provvedimenti transitori sono senz’altro ammessi, sebbene stravolgere un assetto urbanistico ordinato potrebbe rivelarsi poco lungimirante. Quindi, se risultasse dimostrato (anche raccogliendo i pareri degli operatori commerciali della zona) che la riapertura alle macchine agevolerebbe l’afflusso di clienti, perché no. Rimane il dubbio che un centro storico libero, con vie e piazze magari abbellite e occupate dai tavolini dei bar e dei ristoranti, potrebbe in realtà fare da attrattore a vantaggio pure degli altri negozi che si dedicano alla vendita di diverse tipologie merceologiche. Del resto, la gratuità dei parcheggi in striscia blu consentirebbe di lasciare senza aggravi l’auto proprio a ridosso della zona attualmente interdetta, in un periodo dell’anno oltretutto assistito dal clima. Ne risentirebbero i residenti, privati di molti posteggi, avendo peraltro già pagato per l’intero anno senza godere del servizio e senza che il Comune abbia fatto chiarezza: una questione seria, che potrebbe in parte retrocedere nella scala delle priorità ricorrendo a una sosta oraria per non aggiungere almeno la beffa al danno e per consentire comunque una fruizione a rotazione dei parcheggi nel cuore antico di Rieti.

Esulando dai dettagli e al netto di sovvenzioni che arriveranno al comparto, per la prossima estate i principali amministratori locali si sono espressi per il cosiddetto turismo lento e di prossimità. Non è un’idea particolarmente originale, ma solo la realistica presa d’atto di una condizione che costringerà gli italiani a vacanze più sacrificate, quantomeno nel ventaglio delle scelte. Inoltre, dimentica il settore delle agenzie di viaggio, già pesantemente ridimensionato dal fai-da-te su Internet, le quali difficilmente si risolleveranno a breve, avendo perso anche il business delle gite scolastiche e dovendo addirittura restituire i soldi delle prenotazioni ricevute prima del blocco causato dall’epidemia.

Dal Trentino alla Sicilia, sindaci, assessori, rappresentanti di categoria hanno preconizzato vacanze riconfigurate sui divieti che nelle prossime settimane disegneranno la mappa degli spostamenti consentiti. Cancellati i viaggi internazionali e immaginando forti limitazioni ai movimenti all’interno della penisola, gli svaghi saranno, se non a chilometro zero, sicuramente a breve distanza. Ecco allora l’importanza di possedere ambienti naturali, borghi, percorsi e strutture alternative al classico turismo di massa. Ma soprattutto quella dell’attivazione di strumenti promozionali (finora sostanzialmente negletti) che inducano i nostri corregionali o vicini dell’Italia centrale a spendere i loro giorni di ferie nel Reatino. In caso contrario, ci ritroveremmo bloccati agli slogan senza ritorni pratici. Siamo pronti? Chi lo sa. L’idea di abbandonarsi al potere taumaturgico di un territorio incontaminato (e oggettivamente bello) appare al momento un po’ fideistica, tenendo conto che Rieti è circondata, Umbria a parte quanto a coste, da regioni e da comprensori dello stesso Lazio bagnati dal mare e con una almeno analoga offerta in termini di montagne, laghi e attrazioni storico-culturali. Anzi, spesso queste ricchezze sono assai più rinomate grazie ad abili campagne informative che invece da noi si sono a lungo sottovalutate e solo ora sembrano affacciarsi nelle intenzioni dei responsabili istituzionali.

Una boccata d’ossigeno potrebbe arrivare dalle seconde case. Nel Lazio ce ne sono 400mila, di cui oltre la metà a Roma, seguite dalle 61mila di Latina e dalla 42mila di Viterbo. Quelle dedicate alla vacanza sono in realtà una quota molto inferiore, circa il 60% (250mila in tutta la regione).

Dai dati dell’ultimo censimento Istat, in provincia di Rieti le abitazioni detenute da persone residenti sono 65.802, di cui 18.779 nel capoluogo, dove si concentra però una quota di seconde case inferiore al 20% rispetto a quelle stabilmente occupate, a differenza del resto del territorio, che registra un’incidenza su quelle residenziali compresa tra il 20 e il 30%. Da questo patrimonio immobiliare andrebbero sottratti gli edifici distrutti dal terremoto o inagibili per altri motivi. Risulta dunque difficile arrivare a un numero affidabile. Una stima non irrealistica potrebbe portare a circa 10mila seconde case in provincia e intorno a 4mila a Rieti città. Quelle destinate a villeggiatura, recuperando il senso proprio del termine, dovrebbero essere, come detto, un 60%. Ammettiamo pure che, a causa della mancanza di alternative, tutti questi alloggi ospiteranno i loro proprietari con le rispettive famiglie. Per una buona parte si tratterebbe comunque di reatini, che non farebbero altro che spostare i loro acquisti dal comune di residenza a quello dove sorge la seconda casa, neutralizzando in tal modo l’apporto economico complessivo in una sorta di partita di giro. Certo, se andassero in vacanza altrove, porterebbero i loro soldi fuori provincia. In ogni caso, non lo si può considerare un punto di svolta. Meglio andrebbe con romani, ternani, aquilani e via discorrendo, i quali avrebbero anch’essi con molta probabilità legami familiari con il territorio d’origine, ma questo poco influirebbe sulla dinamica virtuosa dei flussi economici verso il Reatino.

Scendendo nei numeri, potrebbero in concreto arrivare alcune migliaia di persone. Nel capoluogo molte meno, atteso che qui le seconde abitazioni sono spesso di proprietà di soggetti residenti in altri quartieri della stessa Rieti.

Nel 2018 la provincia ha totalizzato 57.082 arrivi, con 112.323 presenze, cioè notti trascorse nelle strutture ricettive. Parliamo quindi di alberghi, pensioni, ostelli, bed&breakfast, non di seconde case che, in effetti, seguono percorsi autonomi. Naturalmente il compendio è riferito all’intero anno. È evidente tuttavia quanto le stagioni di picco condizionino fortemente i bilanci finali.

Come si pensa allora di recuperare quella massa di turisti che, peraltro, era allettata in via prioritaria dalle manifestazioni culturali e ricreative che quest’anno non si terranno o si terranno in misura ridotta? Non basta insomma dire turismo lento e di prossimità. La prossimità deve essere infatti conosciuta da chi si vuole attrarre. Altrimenti, di lento ci sarà soltanto l’andamento degli affari.

 

10-05-2020

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