a cura di Massimo Palozzi

Giugno 2020

IL DOMENICALE

TERREMOTO, DIVAGAZIONI TRA IL SERIO E IL SERISSIMO

società

(di Massimo Palozzi) Cala oggi il sipario sui controversi stati generali convocati dal premier Conte per recepire idee e ascoltare proposte sulla ripartenza dell’Italia prostrata dall’epidemia. E finalmente cominceranno ad essere svelate le ricette elaborate nei nove giorni di conclave nell’esclusivo pensatoio di Villa Doria Pamphilj.

Particolarmente attese dalle nostre parti sono senz’altro quelle che avranno riflessi diretti o indiretti sugli interventi post-terremoto. Tutte le soluzioni di rilancio valide per l’intero paese attirano ovviamente le attenzioni locali. Non c’è dubbio, però, che il capitolo ricostruzione risulti determinante per risollevare le sorti del Reatino, sia in termini economici (con l’avvio dei cantieri e dell’indotto), sia in termini socio-pedagogici (con il ripristino delle scuole e la loro messa a norma per renderle fruibili in totale sicurezza), sia in termini di recupero degli spazi urbani e delle bellezze storico-architettoniche.

Già i primi filosofi greci attribuivano all’ammirazione del bello il compito di educare i giovani a una vita virtuosa e proba. Dopo di loro la coincidenza tra esperienza estetica e momento formativo trova collocazione nell’humanitas romana, che per Cicerone non è separabile dall’officium, il dovere contrapposto all’interesse privato, e in definitiva dall’honestum, ciò che è moralmente buono. Per Seneca le arti schiudono la strada alla virtus e conducono alla sapientia. Anche il cristianesimo apre alla contemplazione della bellezza come vagheggiamento del creato, tanto che in San Tommaso “bello” coincide con “buono” e con “vero”.

Pensieri del genere erompono oggi per antitesi osservando i luoghi più colpiti dal sisma del 2016. Non solo Amatrice, Accumoli, Cittareale e gli altri comuni nel pieno del cratere, ma la stessa Rieti, che ha tuttora (e chissà per quanto) il cuore del centro storico congelato in un eterno fotogramma. Qui, davvero, si vive quotidianamente il giorno della marmotta, titolo del film tanto evocato in questi giorni, nel quale il protagonista ogni mattina si trova a trascorrere la stessa identica giornata. Da troppo tempo, del resto, una passeggiata per piazza e dintorni si svolge nello scenario di desolate vetrine oscurate dai pannelli celebrativi del patrimonio culturale locale, alla base di antiche dimore evacuate per il rischio crolli. Prendiamo quello che fu lo storico bar Gengarelli al piano terra del settecentesco palazzo Capelletti. Chiuso ormai da tre anni e mezzo, spiccano le insegne che, potenza della pubblicità, resistono alle ingiurie della calamità naturale che ha colpito l’edificio e della stasi che ne ha finora impedito ogni soccorso.

CAMPARI, c’è scritto con i classici caratteri ma con colori diversi su ogni facciata: dorati sul versante lato via Garibaldi fronte via Pescheria, bianchi su fondo scuro ad abbracciare il foro intitolato al primo re d’Italia.

Le insegne richiamano il nome di una storica marca di liquori e dell’omonimo bitter. A leggerlo di sfuggita, senza dare al cervello l’opportunità di ricorrere alla giusta sinapsi, potrebbe diventare CAMPA RI, con il verbo staccato dalla sigla che una volta appariva sulle targhe automobilistiche e molti confondevano con Rimini, quando ancora la città romagnola non faceva provincia.

Campa Ri. Un’esortazione a vivere, se la si interpreta come un imperativo, o una constatazione necessaria, se letta all’indicativo presente. Un dubbio drammatico, qualora aggiungessimo un punto interrogativo, ma si tratta di un’eventualità da non prendere nemmeno in considerazione.

Le parole, dunque. Nomina sunt consequentia rerum: i nomi esprimono la sostanza delle cose, si tramanda da Giustiniano passando per Dante. Allora vediamo. Uno dei due anagrammi di senso compiuto di Rieti è “irite”, fastidiosa malattia infiammatoria degli occhi (l’altro è “tirie”, aggettivo femminile plurale riguardante la città fenicia di Tiro). Non va meglio con l’originario Reate, le cui lettere rimescolate danno “etera”, prostituta dell’antica Grecia. E neppure l’etnonimo “reatino” suona tanto bene: “piccolo reato” sembra suggerire il lemma. La sorte, insomma, non ci favorisce sul piano linguistico. Usciamone con una piccola astuzia, scomponendo Rieti in due vocaboli latini: “i” e “iter”, “va’” e “percorso”. Oltre a suonare beneauguranti, rendono l’immagine positiva di un avvio senza indugi lungo un cammino che attraverso l’utile possa recuperare il bello e in ultima istanza il buono.

La scorsa settimana il Commissario straordinario alla Ricostruzione Giovanni Legnini è stato sentito alla Camera nel corso di un’audizione in Commissione Ambiente in cui ha espresso concetti importanti e impegnativi: “il centro Italia colpito dal sisma del 2016 affronta una doppia gravissima emergenza”, ha sottolineato riferendosi alla pandemia di Covid-19. “Abbiamo migliaia di opere pubbliche da realizzare, le procedure sono lentissime e lo stato di attuazione è molto basso. Le norme per accelerare la ricostruzione pubblica sono urgentissime. Se non le facciamo ora, quando?” Già, se non ora quando? L’ospedale di Amatrice, finanziato per il trenta per cento con fondi tedeschi, avrebbe dovuto essere costruito e inaugurato nel giro di pochi mesi, invece siamo ancora agli annunci. Secondo il cronoprogramma il cantiere dovrebbe partire ad agosto, sperando che il coronavirus, la burocrazia o qualche altro accidente non si mettano di traverso a ritardare ulteriormente l’avvio delle opere. Saranno poi necessari due anni per vedere la conclusione dei lavori.

“Occorre assolutamente fare qualcosa, perché altrimenti la ricostruzione di scuole, chiese, cimiteri, municipi, gli interventi per affrontare il dissesto idrogeologico, rischiano di vedere la luce tra anni, quando potrebbe essere troppo tardi”, ha continuato Legnini chiedendo ai deputati che lo ascoltavano norme di applicazione generalizzata della procedura negoziata alle opere sotto soglia comunitaria e l’attribuzione di poteri speciali al Commissario, delegabili ai presidenti delle Regioni e ai sindaci. In questo caso non generalizzati ma eccezionali, per sbloccare almeno le opere ferme e le procedure più complesse e critiche, in un quadro di iniziative che dovrebbero ricomprendere la stabilizzazione del personale di Comuni e Uffici speciali, la proroga dei contratti in corso e nuove assunzioni di figure tecniche. Chiesta pure l’introduzione di bonus specifici per la riedificazione nelle aree del cratere con soglie di spesa maggiorata, in alternativa al contributo in caso di danni lievi. Martedì il Commissario ha quindi reso noto di aver proposto a governo e Parlamento la proroga a fine ottobre dei termini per la presentazione delle domande di contributi per danni lievi in scadenza il 30 giugno, aggiungendo che entro una settimana, dieci giorni, dovrebbero essere sbloccati i pagamenti alle imprese per lo smaltimento delle macerie.

Questi punti sono stati affrontati anche nel faccia a faccia che lo stesso Legnini ha avuto giovedì con il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante il quale i due hanno stabilito di procedere in maniera unitaria con le rispettive strutture per superare insieme le maggiori criticità.

L’idea della semplificazione piace nella sostanza all’ex sindaco di Amatrice, ora consigliere regionale, Sergio Pirozzi, il quale però a maggio ha bocciato il nuovo orientamento paventato da Legnini, giudicando tardive e deboli le misure proposte sui poteri in deroga. Non meno critica la posizione del deputato di Fratelli d’Italia ed ex sindaco di Leonessa Paolo Trancassini, che da sempre rimprovera a governo e Commissari una gestione inadeguata della crisi.

Le scaramucce politiche fanno parte del gioco e nessuno dubita della buona fede dei rispettivi promotori. A volte prevale comunque l’impressione che decisori e attuatori dedichino più tempo a rintuzzarsi che non a risolvere i problemi, come se la storia non avesse insegnato niente: dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. E da Sagunto a Rieti è un attimo.

 

21-06-2020

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