Giugno 2020

TERMINILLO

TERMINILLO, PRESENTATO IL MANIFESTO PER IL SÌ AL TSM2

politica

(di Massimo Palozzi) Ormai è diventato un derby. Da quando a ottobre la Provincia ha ufficializzato l’aggiornamento del piano “Terminillo Stazione Montana Turismo Responsabile” (in sigla TSM2), è scontro aperto tra favorevoli e contrari.

I primi a mobilitarsi sono stati i rappresentanti del fronte del no. Già a marzo avevano diffuso le loro ragioni, pubblicando uno studio ricco e articolato a cura di un cartello di undici associazioni ambientaliste (CAI Gruppo Regionale Lazio, WWF Delegazione Lazio, Salviamo l’Orso, Altura Lazio, FederTrek Escursionismo Ambiente, Italia Nostra Sabina e Reatino, Mountain Wilderness Lazio, Forum Salviamo il Paesaggio Rieti e Provincia, European Consumers, Inachis sezione Gabriele Casciani Rieti e Postribù). Di quell’iniziativa avevamo dato conto in un articolo, richiamato pure da un pezzo uscito l’altro giorno sul Fatto Quotidiano.

Oggi è stata la volta dell’ampio schieramento di forze che appoggiano il progetto. Nel corso di una conferenza stampa presso la sala convegni del Polo di Santa Lucia, diversi relatori hanno illustrato quegli argomenti anticipati nelle settimane scorse che avevano raccolto l’adesione trasversale di amministrazioni (in primis il Comune di Rieti), partiti, sindacati, associazioni imprenditoriali e di categoria, mondo del volontariato e federazioni sportive, in un esteso ventaglio di interessi coinvolti, dai maestri di sci ai proprietari di case.

A riprova che le tifoserie sono ormai divise da un profondissimo fossato ideologico, ieri è stata promossa una petizione online contro il TSM2, in risposta a un’analoga iniziativa di segno contrario lanciata ad aprile da Conflavoro. Mente proprio stamattina, nella sua rubrica sulla Gazzetta dello Sport, il celebre scalatore Reinhold Messner ha iscritto il proprio nome tra i critici alle linee di sviluppo immaginate per quella che una volta era la Montagna di Roma.

In questo clima di accesa antitesi si vive il conto alla rovescia verso l’ormai imminente sentenza sul futuro del vasto programma di interventi che dovrebbe ridisegnare il volto e l’identità stessa del Terminillo. Non fosse stato per la sospensione imposta dal Covid, probabilmente il nodo sarebbe già stato sciolto. La decisione finale spetta infatti alla Regione Lazio, che deve tornare a pronunciarsi sull’elaborato dopo la prima bocciatura di dieci anni fa e l’analogo giudizio negativo sulla Valutazione di Impatto Ambientale espresso nel 2015.

I critici affermano che la nuova versione abbia subito solo dei ritocchi estetici. Per i fautori è invece il frutto di un serio lavoro di revisione, che ha tenuto conto dei rilievi che portarono al precedente stop, salvaguardando il difficile equilibrio tra sostenibilità del carico antropico e vantaggi economici diretti e indiretti per il territorio.

In sintesi, il nuovo prospetto attualizzato prevede 10 nuovi impianti di risalita (oltre ai 7 esistenti), 7 nastri trasportatori non fissi in galleria, 37 chilometri complessivi di piste di sci alpino, 2 bacini di raccolta per impianti di innevamento programmato e 7 rifugi in bioarchitettura, con struttura amovibile in legno.

Se le osservazioni delle associazioni ostili all’idea stroncano il progetto in maniera netta sia sul piano naturalistico sia su quello delle ricadute monetizzabili, i favorevoli (compresa Legambiente) sostengono l’esatto contrario, nel nome di un ecologismo non fondamentalista in grado di coniugare lo sviluppo con la tutela delle risorse ambientali.

In un Manifesto di quasi 100 pagine, le 35 sigle che lo hanno redatto e sottoscritto tracciano i ritorni positivi derivanti secondo loro al comprensorio sciistico cha da Rieti abbraccia Cantalice, Leonessa e Micigliano. Di questa occasione, definita storica e irripetibile, beneficerebbero in prima battuta il turismo e le strutture collegate, a cominciare da quelle alberghiere. A goderne sarebbe poi a cascata la vitalità generale del Terminillo, con le attività sportive e d’inclusione sociale annesse.

La possibilità di recupero delle incompiute della stazione montana è l’aspetto che entusiasma di più il Coni, mentre Federlazio allarga lo sguardo su tutta la provincia, considerando il TSM2 una grande chance di rilancio, non solo per il massiccio appenninico, ma per movimentare un ciclo economico decisamente provato da anni di crisi e messo in ginocchio di recente dal terremoto prima e dall’epidemia virale poi.

Cgil, Cisl e Uil colgono invece nel business plan allegato al progetto un’opportunità unica per creare quasi 4.500 posti di lavoro (per l’esattezza ne sono stati stimati 4.458), in conseguenza di un investimento complessivo di circa 50 milioni di euro, di cui al momento sono disponibili i primi 20 di parte pubblica, messi sul piatto dalla Regione tra il 2009 e il 2012.

Gli avversari contestano una simile mole di nuovi occupati, che anzi sarebbero ridotti alla misera cifra di 17 lavoratori in più a tempo pieno e 87 stagionali, a fronte di un impatto monstre sull’ecosistema del Terminillo dal costo elevatissimo. Più in generale, sono messe in dubbio le ipotesi di redditività quotate dai progettisti che, a regime, dovrebbero portare a una decuplicazione dei turisti, soprattutto invernali, rispetto alle ultime stagioni. I 280mila sciatori all’anno auspicati potrebbero in effetti infrangersi sul muro di stagioni particolarmente avare di neve, in un trend peraltro destinato a peggiorare a causa dei cambiamenti climatici.

Curiosamente, gli opposti movimenti di opinione scesi in campo in forma tanto massiccia si pongono l’obiettivo di esercitare una pressione psicologica o, lato sensu, politica sui terminali regionali che invece dovrebbero valutare l’opera proposta con il metro esclusivo della sua compatibilità con le norme di settore. In una tale cornice, molto ha fatto discutere un mese e mezzo fa l’interrogazione della consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Silvia Blasi, il cui atto di sindacato ispettivo è stato ferocemente attaccato come un boicottaggio all’ipotesi di ammodernamento del Terminillo.

A questo punto la partita potrebbe concludersi con l’ennesima bocciatura, che metterebbe la parola fine a tutta l’operazione e ai sogni di gloria che la accompagnano. Oppure con l’approvazione della VIA, che con ogni probabilità darebbe la stura a una serie di ricorsi, il cui esito non è soltanto difficile da pronosticare in termini giuridici, quanto piuttosto in termini temporali. La variabile non è indifferente. L’incidente della storia portato dal coronavirus spinge infatti per un’accelerazione di ogni genere di opere, soprattutto se già finanziate e cantierabili, come accadrebbe qualora una pronuncia favorevole sulla Valutazione d’Impatto Ambientale andasse ad aprire la porta alla mobilitazione dei fondi che da un decennio giacciono inutilizzati tra le pieghe del bilancio regionale. E qui entra in gioco la terza opzione, che sebbene non sia stata molto presente nel dibattito pubblico, rappresenterebbe l’escamotage per uscire dall’angolo, risolvendo al contempo (accantonandola) la non irrisoria problematica legata al rastrellamento degli ulteriori 30 milioni di parte privata necessari alla realizzazione sistematica e complessiva dell’elaborato.

Il compromesso potrebbe arrivare dal via libera circoscritto alle opere non in conflitto con la vigente normativa territoriale e paesaggistica, che consentirebbe di procedere subito con una parziale esecutività del progetto, limitatamente all’ammodernamento degli impianti esistenti. Certo, significherebbe rinunciare (almeno per il momento) alla grandeur di un piano davvero ambizioso, ma proprio per la sua imponenza particolarmente esposto alle insidie dei mille cavilli del nostro sistema delle regole. Al contempo, vorrebbe comunque dire lo sblocco di investimenti che vantano una sicura copertura finanziaria (quella regionale) per muovere l’economia del bacino terminillese e anche un po’ l’indotto attraverso la ripartenza di qualche cantiere e di qualche attività collaterale.

Rimane aperta l’eterna questione dell’innevamento artificiale, centrale in tutto questo discorso. Nel progetto i relativi costi attesi a regime (2022/2025) sono quantificati in circa mezzo milione di euro all’anno, mentre secondo i calcoli del fronte del no ammonterebbero a più del doppio, senza parlare delle difficoltà di ordine tecnico e dell’incidenza sull’habitat di portare l’acqua in quota per far funzionare i cannoni.

A questo punto non resta che aspettare. La parola passa alla Regione, sulla quale grava il non invidiabile compito di dirimere una controversia decennale tra chi sostiene il TSM2 come volano di sviluppo e chi invece lo ritiene una nuova occasione di spreco di soldi pubblici e di scempio paesaggistico.

 

08-06-2020

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