Giugno 2019

SUONARE INSIEME, DAL" FARE SISTEMA" AL "DIVENTARE SISTEMA"

Un caffé concreto e creativo con Rino Panetti

formazione

( di Stefania Santoprete) L’incontro avviene in un bar della città. Un tavolo appartato per scambiare quattro chiacchiere su Rieti e... non sappiamo cos’altro, dove il flusso del confronto potrà portarci.
Rino Panetti è un esperto in processi di innovazione e cambiamento profondo, management, leadership e creatività; vanta un’esperienza pluridecennale come facilitatore, consulente di Direzione e formatore in primarie organizzazioni sia private che pubbliche, di ogni dimensione. Tale biglietto da visita non può che ‘stuzzicare’ l’interesse, sapendo quanto il suo ruolo sia richiesto ed utile in molteplici situazioni. Non smettiamo quindi di tentare di ‘rubare’ la sua visione della realtà. Recentemente ha proposto ai nostri lettori online 10 pillole creative dal titolo “Ec... Citazioni” (Leggi qui)

Rino, si parla spesso di ‘mettere a sistema’, ‘fare sistema’... termine abusato e forse poco compreso?

Innanzitutto diciamo che le parole pesano. Per “fare sistema” una collettività non ha che un modo: diventare sistema! Se prima non diventi sistema, non hai alcuna speranza. Fare sistema non è qualcosa che si tira fuori quando fa comodo; non funziona. Diverse volte mi avrai sentito dire ‘uniamo i puntini’. Ma questa espressione è in realtà una semplificazione pericolosa per il “diventare sistema”. In un sistema, non tutti i puntini hanno la stessa rilevanza. Mi spiego meglio.

Un Sistema è composto da diversi elementi (i puntini), tra loro interdipendenti, con un obiettivo comune. Sono quindi tre le caratteristiche di un sistema e ognuna ha la sua rilevanza. Innanzitutto: senza obiettivo comune non può esserci sistema. Tu vedi un obiettivo comune nella nostra città? Cominci a comprendere ora la differenza tra “fare sistema” e “diventare sistema”? Ma non è tutto.

Le interdipendenze tra i vari elementi sono altrettanto importanti. Mio figlio suona lo xilofono nell’orchestra delle scuole reatine. Ha studiato tantissimo, come tutti gli altri. Eppure, durante il concerto per venti minuti non fa nulla: sacrifica il suo personale “massimo” per il bene dell’intero sistema (ossia dell’orchestra). In un sistema (pensa ancora all’orchestra) se tutti puntano al loro ottimo locale, il risultato complessivo sarà un disastro. Se non capisco come influenzo te, pensando solo a me stesso, ti metto nei guai. Se tutti i singoli puntano al proprio ottimo non avremo il massimo risultato. Nella nostra città, siamo disposti (individualmente, tra i vari “club”, le varie componenti e forze) a sacrificare il nostro bene “locale” per il bene complessivo? Comprendi ancora meglio ora la differenza tra “fare sistema” e diventare sistema”? Ma ancora non è tutto.

Pensa ora a un gruppo jazz: improvvisa creando cose nuove, qual è la chiave? L’ascolto reciproco mentre suonano. Se prendi gli stessi musicisti e li fai suonare in stanze differenti, avrai solo confusione: la creazione nasce quando ci si ascolta profondamente. L’ascolto genera comprensione e, questa, porta fiducia; la fiducia a sua volta porta collaborazione e idee.Suonare insieme è diverso da suonare contemporaneamente! Io francamente a Rieti vedo poca capacità di suonare insieme. Questo dovremmo invece generare nella collettività: obiettivo comune, sacrificare un po’ del proprio tornaconto ed ascolto profondo, capendo i collegamenti. Invece noi lo interpretiamo con un ‘Si fa ciò che dico io!’ non può funzionare”.

Qual è il nostro punto di forza? Una piccola città come la nostra sembra averne diversi per affermarsi

“In realtà temo che continuiamo a porre la questione nel modo sbagliato. Quali sono le collettività che si affermano? Oggi vincono le collettività che sanno apprendere meglio e più velocemente delle altre. Natura, sport, Francesco, Terminillo, ecc. sono solo la superficie. Per trasformarle in autentici punti di forza, occorre agire da quel più profondo livello. Le collettività vincenti hanno questo in comune. A me non sorprende il fatto che non riusciamo a capitalizzare in modo duraturo i nostri “tesori”. Come dice Otto Scharmer, uno dei miei maestri, c’è questa inabilità a vedere, apprendere e creare collettivamente. Pensa se lo insegnassimo ai nostri giovani, agli imprenditori, agli amministratori, anziché propinare l’ennesimo corso “tecnico”. Talvolta invece assisto ad eventi sulla conoscenza e sull’apprendimento imbarazzanti”.

Affrontiamo la superficialità nelle analisi che crea scontri sterili quotidianamente

“Pensa a cosa accade davanti ad un fatto negativo (il 107° posto nella recente classifica de Il Sole 24 Ore è solo un esempio): dapprima sale l’irritazione, plausibile, ma subito dopo subentra l’attribuzione delle colpe ed è la fine di ogni possibilità di approfondimento. Chi supera questa fase, arriva al ‘mancanza di…’ molto superficiale perché lascia intendere erroneamente come io sia a conoscenza di quanto servirebbe.... E’ questo in realtà il modello sbagliato nell’ affrontare un ‘problema’ (parola che dovremmo cancellare, esistono solo opportunità). Un dato come questo non si genera in tre anni, vuol dire che ognuno ha messo del suo non soltanto ad alto livello ma fino a me: liquidarlo con l’attribuzione di responsabilità non crea le basi per risolvere il problema. Nel pensiero creativo occorre invece sospendere il giudizio, guardare con occhi nuovi, con mente e cuore aperto.”

Ti hanno mai chiamato ad uno dei famosi ‘tavoli’ locali?

“Talvolta, ma finora i miei impegni non mi hanno permesso di contribuire come avrei voluto. Per questi tavoli ci sono metodi precisi: ci deve essere un progettista/facilitatore dell’iniziativa, il quale segue una struttura e alla fine produce un risultato. La mia passione mi ha portato a formarmi con i massimi esperti di questi temi: Otto Scharmer e Peter Senge del MIT di Boston, Martin Gardner e altri. Li ho rincorsi in giro per l’Europa, ho avuto la fortuna di co-tradurre loro libri per una importante casa editrice italiana e di applicare queste metodologie in realtà anche sfidanti, come l’ultima: un’Organizzazione di oltre 40mila dipendenti appartenente a Finmeccanica. E sai una cosa: funziona! Ne ho la prova da almeno 15 anni. Solo che non basta la buona volontà”.

Ti capita mai viaggiando di incontrare città simili alla nostra, guardare alle loro iniziative e pensare ‘avremmo potuto farlo anche noi?’

“Mi ripeto: le collettività che oggi vincono (ma anche gli individui e le aziende) sono quelle che apprendono meglio e più velocemente delle altre. Lo fanno quando diventano sistema. E bisogna anche essere pronti al fatto che un sistema prima di migliorare peggiora. Inoltre, devi essere capace di gestire l’ordinario ed avere sempre uno scampolo di risorse (emotive, di tempo, economiche) per investire sul futuro e lì entra in campo la visione e l’armamentario di cui parlo. Per gestire l’ordinario abbiamo a Rieti validi amministratori, ma Peter Drucker ci ricorda che ogni amministratore dovrebbe avere due ‘budget’: oltre l’ordinario, a cui è destinato il 95%. occorre un 5% (non solo economico, ma di tempo, risorse) che tu dedichi al futuro. Nei momenti di crisi devi cercare di ridurre il primo senza mai erodere quel 5%, altrimenti superata la crisi non riparti. La collettività ha invece la tentazione di andare ad attingere proprio al budget più esiguo per le urgenze”.

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