a cura di Massimo Palozzi

Ottobre 2020

IL DOMENICALE

SUB IUDICE

società

(di Massimo Palozzi) La (buona) notizia della settimana è il dissequestro dopo quattro mesi del teatro Flavio Vespasiano. La revoca della misura cautelare non significa ovviamente la conclusione del procedimento penale, che farà il suo corso chiarendo ruolo ed eventuali responsabilità dei soggetti coinvolti. Intanto però la restituzione alla città del suo gioiello rappresenta un indiscutibile passo in avanti.
Il clamoroso provvedimento era stato preso a giugno dal Tribunale dopo la verifica di mancanze sul piano della sicurezza antincendio e a seguito dell’autorizzazione in deroga concessa dal sindaco Cicchetti per l’utilizzo della struttura “nel superiore interesse della collettività”. Una motivazione che non ha convinto gli inquirenti e che ha portato al blocco del teatro per una vicenda che si trascina dal lontano 2009.
Le concomitanti restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19 hanno in un certo senso attutito l’urto della mancanza di disponibilità del Flavio. Pesano comunque il danno di immagine e un vulnus sostanziale alle residue attività concesse, che dovrebbero ora ripartire di gran carriera in vista dell’imminente Reate Festival.
Stessa sorte l’ha avuta il PalaMalfatti, precipitato suo malgrado in circostanze analoghe. L’impianto, di competenza della Provincia, è stato posto sotto sequestro pochi giorni dopo il teatro a causa di carenze simili in materia di prevenzione degli incendi. In attesa di capire chi avrebbe dovuto ottemperare alle prescrizioni di legge, il territorio reclama il pronto ritorno alla fruibilità di una struttura sportiva di primo livello, sigillata per quelli che ad alcuni appaiono meri cavilli, ma cavilli non sono.
Il dissequestro del teatro segue di un paio di settimane quello delle Officine Varrone di largo San Giorgio. In quel caso il fermo si è protratto per quasi sette anni e il via libera è arrivato solo dopo la sentenza della Corte d’Appello che ha prosciolto gli indagati e revocato la misura disposta in primo grado dal Tribunale. Col senno di poi, viene da pensare che una maggior prudenza avrebbe evitato tante inutili tribolazioni alla città e alle persone finite nell’inclemente circuito processual-mediatico.
Un altro giudice, il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, si sta invece occupando di una partita di ben più ampia portata. Il Comune di Casaprota e l’Associazione Postribù sono mobilitati da tempo contro la “Concessione di derivazione dalle sorgenti del Peschiera e Le Capore” rilasciata dalla Regione Lazio a favore di Roma e di Acea Ato 2 Spa il 10 giugno 2019. Lo scorso 23 settembre era fissata la terza udienza per l’esame della richiesta di annullamento, con relativo presidio in piazza degli attivisti che denunciano l’iniquità di un sistema che garantisce a Roma le forniture idriche a spese del Reatino.
Secondo i ricorrenti il pregiudizio sarebbe duplice, sia sul versante ecologico sia su quello economico. Sostiene ad esempio Postribù che la concessione “priva del diritto all’acqua potabile tutti i comuni della provincia di Rieti, vietando loro di approvvigionarsi dal sistema acquedottistico Peschiera-Capore, e sta aggravando il disastro ambientale sul fiume Farfa, come testimoniano i continui repentini abbassamenti del corso d’acqua causati dalle improvvide manovre idrauliche di Acea Ato2 Spa”. In effetti, l’estate appena trascorsa ha messo in luce forti carenze nella distribuzione dell’acqua in molti centri della provincia, dovute ai mutamenti climatici, ai prelievi sempre più massicci, al disastroso stato delle condotte e a modalità di sfruttamento delle risorse naturali ormai troppo sbilanciate.
Il provvedimento regionale venne adottato a valle dell’approvazione avvenuta a ottobre 2018 della Convenzione sull’interferenza d’ambito tra Ato 2 (che riunisce i Comuni dell’area romana, Capitale compresa) e Ato 3, che raggruppa i Comuni reatini più qualcuno della provincia di Roma. Il patto, di durata trentennale, prevede una compensazione di sette milioni di euro all’anno per i primi due e di sette e mezzo per i successivi 28, fino al 2047.
L’intesa risolveva una partita ultraventennale, con tutti i limiti dei compromessi e qualche licenza sul lato strettamente giuridico. Sul piano formale, la determina regionale emanata per permettere lo sfruttamento dei bacini reatini ha prorogato infatti una concessione scaduta nel 1996, dopo la quale si è consentito ad Acea di prelevare e rivendere l’acqua in un contesto sostanzialmente deregolamentato. Inoltre, il rinnovo decorre dal 2001 per quanto riguarda il Peschiera (lasciando quindi un buco di cinque anni) e si estende a Le Capore, nonostante per questa sorgente non ne sia mai stata stipulata una in precedenza.
Al di là dei tecnicismi, che pure sono dirimenti quando si va di fronte a un Tribunale, permane il tema della congruità dell’entità del ristoro economico riconosciuto a Rieti. L’accordo fu approvato con il voto contrario di sei Comuni, compresi Castel Sant’Angelo e Casaprota, sul cui territorio si trovano le sorgenti del Peschiera e delle Capore, mentre il sindaco di Rieti uscì dall’aula non partecipando alla votazione. Ancora oggi quello di Casaprota ce l’ha con i colleghi che votarono a favore, rei a suo parere di non aver sostenuto la battaglia per l’acqua reatina contro le mire romane. Al punto da aver avviato una trattativa su proposta della stessa Acea per chiudere il contenzioso in sede extragiudiziale.
Sempre a proposito di limitazioni, il Comune capoluogo continua ad essere alle prese con il piano di riequilibrio votato a giugno 2013 dal Consiglio per porre rimedio al megadebito accumulato negli anni precedenti. Se non è scattato il commissariamento è unicamente per la cura lacrime e sangue concordata con gli organismi di controllo, a cui l’amministrazione dovrà ancora a lungo rispondere puntualmente soggiacendo a tutte le verifiche del caso. Una condizione del genere non comporta soltanto aliquote fiscali particolarmente onerose per i cittadini, ma una vera e propria messa sotto tutela dell’ente, i cui margini di manovra risultano di conseguenza oltremodo ristretti nel governo della cosa pubblica.
Per concludere questa carrellata, non si possono dimenticare le peripezie del progetto TSM 2, Terminillo Stazione Montana, giunto alla seconda redazione dopo la bocciatura della prima e da mesi in attesa di un pronunciamento definitivo da parte della Regione Lazio. L’articolato prevede una serie di profondi interventi per migliorare la dotazione impiantistica della montagna e potenziare l’attrattività turistica connessa soprattutto agli sport invernali. I soldi in ballo sono tanti (venti milioni di euro iniziali di parte pubblica e una trentina a carico dei privati, peraltro ancora da trovare tra i potenziali investitori), così come tante e asperrime sono state le polemiche tra favorevoli e contrari. Senza tornare sul merito della disputa, è solo il caso di osservare come anche questo dossier sia da tempo sub iudice, sebbene non al vaglio di una corte ma di un organismo tecnico-burocratico.
Delle vicende ricordate solamente alcune sono sovrapponibili. Tutte sono però legate dal sottile filo rosso della precarietà che accompagna le questioni collettive più importanti, insieme alla sensazione che i destini del territorio siano in larga misura eterodiretti invece che autodeterminati dalla classe dirigente locale.

 

11-10-2020

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