Ottobre 2017

RIETI PRESA AD ESEMPIO

Qui il primo progetto pilota Sprar

immigrazione

A pochi passi dalla Città, in un paese chiamato Cantalice è nato il primo progetto pilota in Europa degli SPRAR.*

Ancora oggi arrivano da tutta Italia a seguire da vicino quanto realizzato in questo Comune virtuoso. Su 40 ragazzi, 35 sono stati inseriti tra tirocini e borse lavoro. Alle otto di ogni mattina vanno a darsi da fare nella speranza di prendere un attestato, fare esperienza e poi andarsi a cercare un’opportunità. Questi processi non hanno mai avuto problemi sul territorio italiano, poiché si parlava di piccolissimi numeri in piccoli Comuni.

La regola iniziale si basava su questi requisiti: Comuni di massimo ventimila abitanti, progetti di trenta persone al massimo attraverso i quali creare microeconomia: aspetto non sottovalutabile. “In questi quindici anni abbiamo formato personale qualificato: psicologi, assistenti sociali, OSS, interpreti - spiega Federico Masuzzo presidente della Pegaso che ha gestito il primo progetto ed ha praticamente partecipato a scrivere le regole dello SPRAR - in un Paese in cui queste figure professionali non avevano grandi ambiti d’esercizio. All’inizio si affittavano piccoli appartamenti ai proprietari locali che potevano così far fronte al mantenimento di un figlio all’università o ad altre necessità. Si faceva spesa all’alimentari del paese, offrendogli altri nuovi trenta clienti settimanali, senza guardare al centesimo di differenza rispetto al supermercato. Insomma, si cercava di creare indotto acquistando sul posto ciò che necessitava. Il valore aggiunto era anche quello di scongiurare la chiusura delle scuole in questi paesini, ospitando in maniera mirata le famiglie con figli in una fascia d’età consona. Sono proprio loro la chiave di volta per l’integrazione: i bambini e... lo sport! Lanciate un pallone in mezzo ad una piazza e dopo tre minuti bianco nero giallo non sarà un problema.

Qui a Rieti abbiamo standard altissimi, anche nelle cooperative di più recente costituzione, avendo potuto usufruire dell’esperienza di operatrici serie e preparate. Le stesse che al momento opportuno fanno presente principi basilari come “non sistemare nella stessa casa nigeriani, cristiani e musulmani con un solo frigorifero” il risultato potrebbe essere una rissa violenta perché alcuni cibi ‘contaminano’ altri. Queste non sono regole scritte, scaturiscono solo dall’esperienza e dall’attenta osservazione.

Noi siamo presi come esempio in tutta Italia ed andiamo a fare scuola sulla buona accoglienza e le buone prassi.” Quindi principi giusti fin quando non c’è stata una ‘mutazione genetica’ dovuta al fatto che qualcuno ha fiutato il ‘business’ e a Roma sono nati palazzi con progetti da 800 persone. 

Non si parla di integrazione in questo caso, ma di ghetto. “Ed è oggettivamente impossibile fare un buon progetto ed integrare più di cento persone - spiega Masuzzo - non hai il tempo fisico per seguirle, le opportunità.” Con l’aggravante poi della mancata comunicazione ai cittadini che, svegliandosi si ritrovano dei perfetti sconosciuti in casa propria. Ma, terminate le disponibilità all’interno dei progetti SPRAR, subentrano le gestioni denominate ‘prima accoglienza’ affidate non più dal Ministero (che impone regole ferree e controlli stringenti) ma dalle Prefetture

I numeri sono assolutamente aumentati, eppure la possibilità di fronteggiare questa che ancora viene definita emergenza ci sarebbe. 

“Quattro mesi prima potremmo sapere chi sta arrivando, che età ha e perché sta partendo, grazie ad una ONG che si trova esattamente nel corno d’Africa e i cui dati vengono sistematicamente trasferiti al Ministero. Potremmo venire a conoscenza ad esempio che arriveranno 2.500 ragazzi dal Ghana senza troppa istruzione ma dediti all’agricoltura: ci sono aziende, anche al Nord, che necessitano in particolari mesi dell’anno di manodopera e per le quali giungono da tutto il mondo. Quindi, un’emergenza che, affrontata per tempo, potrebbe stemperarsi.”

Cosa accade invece? Sbarca una nave, partono i fax ed i Prefetti, nonostante le resistenze, vengono esortati a prendere ulteriori ospiti. Arrivano al casello alle tre di notte (affinché la notizia non si diffonda) e le cooperative trovandosi nella condizione di essere le uniche a potersi prendere carico di queste persone, arrivano con il loro pulmino, senza avere avuto precedenti informazioni per una loro sistemazione: famiglie? Donne? Uomini? Non c’è neanche l’identificativo!” A che titolo poi? Sappiamo che attualmente manca ancora il Bando di Gara della Prefettura.

In molti puntano il dito su questi trentacinque euro a persona che spetterebbero alle Cooperative, come vengono impiegati? “2,50 pocket money, 5 euro al giorno per la spesa, casa, bollette, corso di italiano, 2 cambi stagionali d’abbigliamento (nel nostro caso pari ciascuno a 300 euro), il contratto wi-fi, più tutto il personale che li segue (psicologa, assistente sociale, autista, manutentore di casa). Se fai una buona gestione ciò che rimane è poco. Siamo tenuti ad una rendicontazione stringente.”

Grande rilevanza lo ha avuto anche il numero dei migranti giunti
“Ricordate che le percentuali si rispettano solo nell’ambito degli SPRAR. Dunque, se ogni paese in Italia decidesse spontaneamente di aderire ad uno dei progetti SPRAR, a quest’ora non parleremo di ‘quote imposte dall’alto’. Non solo! L’accoglienza dei rifugiati potrebbe costituire una notevole possibilità di ripresa per i piccoli comuni italiani: a loro andrebbero 500 euro per ogni profugo o minore non accompagnato ospitato, da destinare senza vincoli a iniziative e servizi a beneficio di tutti i residenti.” 

Cosa non ha funzionato tenendo conto degli ultimi episodi avvenuti a San Francesco e che hanno alimentato il clima d’allerta?
“Ogni mese prima ci si sedeva ad un tavolo in Prefettura e si concertava come fronteggiare le emergenze. Ci si coordinava e consigliava. Occorre anche un grande lavoro ‘dietro le quinte’ con Digos e forze di polizia che sanno così a chi riportare determinate informazioni. Serve esperienza necessaria per fronteggiare le situazioni più a rischio e soprattutto la capacità di evitare si creino momenti di tensione.”
“Chi arriva allo Sprar è colui che sbarca da paesi in guerra, la sua storia (redatta insieme ai nostri interpreti e operatori) deve essere presentata ad una Commissione. Fino a cinque anni fa operava una sola commissione a Roma che riceveva soltanto dieci persone al giorno per 5 giorni, per fare 200 persone al mese: pochissime rispetto ai numeri presenti.

Due anni fa ne sono state insediate altre 5 (Milano, Torino, Bologna, Bari e in Sicilia) ma i giorni e le ore lavorative sono rimaste le stesse; fatta la debita proporzione capirete come non ci sia volontà di abbreviare i tempi d’attesa! La media per la conseguente chiamata è di otto/dieci mesi, la risposta arriva dopo 3/5 mesi. Se c’è un diniego hai tempo per un ricorso. In questo modo si parcheggiano . persone motivate che, il più delle volte, vorrebbero destinazioni diverse dall’Italia. Delle tremila persone che ho ospitato in questi anni, neanche cento si sono fermate tra Rieti e provincia una volta esaurita la pratica per lo status. Il migrante deve purtroppo aspettare il riconoscimento di rifugiato nel Paese dove è sbarcato.”

Stefania Santoprete

*Sprar:

Il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati costituito dalla rete degli enti locali che per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i
servizi dell’asilo. Sistema di accoglienza organizzata con un progetto costruito da un Ente gestore (ad es. Cooperativa, Chiesa, Associazioni) in partnerariato con il Comune.

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