a cura di Massimo Palozzi

Giugno 2019

IL DOMENICALE

SPERIAMO CHE DURI

L’esistenza spesso effimera delle manifestazioni culturali a Rieti

manifestazioni

( di Massimo Palozzi) Si chiude oggi la quarta edizione del Rieti Sport Festival. L’edizione della maturità, verrebbe da dire, non solo per numero di eventi e rinomanza degli ospiti, ma per la scelta della location, caduta quest’anno sul centro storico invece che sul periferico parco di viale Fassini come per le tre volte precedenti.

L’indiscutibile successo della formula proposta (piccoli campi da gioco disseminati nelle piazze e celebrità a gogò a fare da ghiottissimo contorno) va ascritto tutto a merito dell’ideatore della rassegna Stefano Meloccaro, volto noto di Sky e instancabile animatore di ogni appuntamento, e del patron Sergio Battisti, deus ex machina dell’intera organizzazione.

Il doveroso riconoscimento ai due principali promotori del Festival scopre però il lato debole dell’eccessiva personalizzazione delle manifestazioni che si allestiscono a Rieti, dove per eccessiva personalizzazione deve intendersi il limite costituito dalla pressoché totale dipendenza dallo spirito d’iniziativa di alcuni benemeriti, senza che il versante istituzionale della Città riesca ad appropriarsene per dare loro continuità. Come insegna la piccola storia locale, una sorte non di rado effimera finisce purtroppo per diventare la ricorrente conseguenza di una tale mancanza di strategia.

Partiamo da una delle kermesse più longeve, amate e radicate nel sentimento collettivo: la Festa del Sole, che in questi giorni compie cinquant’anni. Da quell’ormai lontana estate del 1969 non c’è stato luglio che non sia stato associato al Palio della Tinozza e alle altre gare sul Velino, tanto da trasformare la Festa in una tradizione cresciuta nel tempo e tipizzatasi come tratto distintivo della reatinità con risvolti persino internazionali (basti pensare ai gemellaggi con la giapponese Ito e la francese Saint-Pierre-lès-Elbeuf). Eppure non tutto va come dovrebbe. L’organizzazione viene da sempre curata da un Comitato, il cui presidente Renato Buccioni, già nel 2015, al momento del rinnovo delle cariche, aveva posto pesanti interrogativi sulla possibilità di continuare almeno fino all’edizione del 2018, quella del Cinquantenario. Alla fine il mezzo secolo di storia è stato degnamente celebrato, nonostante fosse sfumata l’ipotesi sulla quale si era lavorato (e che rimane di attualità) di creare un soggetto giuridico incaricato di assumere la conduzione della complessa macchina organizzativa che il Comitato fa sempre più fatica a sostenere.

Altra perla che dal 1971 e per oltre quarant’anni ha dato lustro a Rieti è il meeting internazionale di atletica leggera, nato da un’idea di Sandro Giovannelli e a lui indissolubilmente legato. Per lunghi anni ai vertici dell’Associazione internazionale delle federazioni di atletica, il manager reatino classe 1936 ha saputo rendere la sua creatura uno straordinario catalizzatore di campioni e di conseguenti record.

L’ultima edizione si è disputata nel 2015. L’anno successivo è stata annullata ufficialmente a causa del terremoto, sebbene i più fossero convinti che le reali motivazioni risiedessero nelle carenti coperture economiche, come accaduto nel 2017 quando il meeting è saltato per l’insufficienza degli stanziamenti. Raggelante suonò all’epoca l’epitaffio del sindaco Cicchetti, il quale riconobbe con molto realismo che il livello stellare del meeting reatino era stato reso possibile solo dall’elevata posizione di Giovannelli in seno alla IAAF, grazie alla quale si riusciva ad ottenere la partecipazione non solo degli sportivi del momento, ma anche di televisioni e di sponsor. Passata quella fase, sul meeting sembra calato il sipario. L’edizione dell’anno scorso non si è tenuta senza nemmeno un comunicato ufficiale ad annunciarne la soppressione. Nel frattempo, la IAAF ha declassato la manifestazione che, per come si sono messe le cose, difficilmente tornerà agli antichi splendori e forse non tornerà più tout court.

Sullo stesso solco si muove la vicenda del Concorso lirico Mattia Battistini, fondato dal maestro Maurizio Rinaldi nel 1979 insieme all’attrice Franca Valeri e di cui fu direttore artistico per tre lustri fino alla prematura scomparsa avvenuta il 2 maggio 1995.

Il Concorso, che si svolgeva ogni anno al teatro Flavio Vespasiano, era dedicato a giovani interpreti italiani (l’unico nel suo genere ad essere riservato a sole voci originarie del paese del bel canto) e da esso uscirono diversi virtuosi che hanno poi mietuto successi sui palchi di tutto il mondo.

Con il venir meno del contributo diretto del Maestro Rinaldi si estinse quell’esperienza, la cui eredità è stata in parte raccolta proprio quest’anno dalla prima edizione del Concorso internazionale New Opera Talent, ospitata sempre al Flavio un mese fa. Se doveva essere il segnale del riannodarsi di un filo, la proposta ha certamente funzionato, se non altro come viatico verso un modello comunque assai difficile da eguagliare.

Il Premio internazionale di danza “Città di Rieti” fa invece dal 1991 del nostro capoluogo una piccola capitale dell’arte tersicorea, con il Comune capofila e l’apporto di altri enti pubblici, istituzioni ed aziende private. A differenza degli esempi citati finora, si tratta di una dimostrazione concreta di come la gestione “civica” di un evento rappresenti la formula migliore per assicurargli un’esistenza duratura.

Vita breve ebbe infatti anche il Festival internazionale Arte Multi Visione, che dal 1994 al 1998 trasformò il centro storico in un fantasmagorico set per gli artistici giochi di luce dei maestri delle immagini.

Nel giro di poco, il festival inventato da Alberto Tessore raggiunse risonanza internazionale, attirando ogni anno a Rieti un centinaio di artisti provenienti dai quattro continenti, fino a che insormontabili difficoltà finanziarie ne decretarono l’improvvisa fine. Come nelle premesse, l’iniziativa di un singolo non fu in grado di resistere alle molte spese e alle gravose incombenze di natura logistico-organizzativa.

Per tornare allo sport, qualche seria tribolazione l’ha sperimentata persino la Coppa Carotti. La prima edizione della cronoscalata lungo i tornanti del Terminillo risale al 1966, benché già da anni si organizzassero gare automobilistiche su quel tracciato.

La corsa viene storicamente organizzata dall’ACI di Rieti ed è valida sia per il Campionato italiano sia per quello europeo nella categoria Velocità Montagna. Nonostante l’impegno di un ente pubblico come l’Automobile Club, nel 2012 e nel 2016 non è stata disputata per mancanza di fondi, ad ulteriore riprova del fatto che mantenere nel tempo manifestazioni di alto livello non riesce facile addirittura per soggetti istituzionali che dispongono di budget e articolazioni organizzative ben più consistenti rispetto ai singoli, per quanto dotati di estro, fantasia e buona volontà.

Lo conferma in qualche misura per antitesi la parabola finora ascendente di “Rieti Cuore Piccante”, fiera mondiale del peperoncino che dal 28 agosto al primo settembre celebrerà la sua nona edizione.

Anche in questo caso si deve tutto o quasi all’intuizione e all’intraprendenza di Guglielmo Rositani che, smessi i panni del politico e rispolverate le sue origini calabresi, ha voluto coinvolgere un gruppo di collaboratori nell’ennesima avventura, mettendo Rieti al centro di una rassegna che, sebbene non imperniata su un tipico prodotto locale, ha riscontrato in breve tempo un vasto successo di pubblico e di critica.

Rositani, quattro volte deputato e membro del consiglio di amministrazione della Rai (solo per citare i principali incarichi ricoperti nel corso della sua lunga carriera politica), è conosciuto anche per aver portato in città tra gli anni Novanta e Duemila ben venti edizioni consecutive della Festa Nazionale del Secolo d’Italia, organo dei partiti in cui ha militato: il Movimento Sociale prima e Alleanza Nazionale poi. Un’impresa notevole, inevitabilmente terminata quando l’ex parlamentare ha abbandonato i ruoli di dirigente politico che gli consentivano di gestire l’evento da protagonista.

Va da sé che una festa di partito non può rientrare nel novero delle possibilità concesse alle istituzioni locali, ma è solo per citare l’ennesima manifestazione nata a Rieti e vissuta più o meno a lungo solo per il carisma (e i contatti personali) di una ristretta cerchia di appassionati animatori.

La quantità e varietà delle iniziative ripercorse induce ad un certo giustificato ottimismo circa le capacità propositive dei reatini nel creare eventi di spessore, capaci di attrarre consensi e partecipazione popolare. Meno rassicurante risulta invece il carattere provvisorio e troppo legato a singole personalità di tutte queste idee messe in campo con caparbietà ma con il destino segnato dal rischio di esaurirsi prematuramente se non supportate da un contesto maggiormente istituzionalizzato, che trascenda le opzioni individuali per farsi incubatore e coordinatore delle idee messe in campo.

Ovviamente non è sempre possibile ereditare gli asset frutto delle posizioni apicali raggiunte da qualcuno nei rispettivi ambiti professionali, ma è un peccato che neppure ci si provi.

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