a cura di Massimo Palozzi

Agosto 2019

IL DOMENICALE

SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI

società

(di Massimo Palozzi) Da martedì è attivo anche nel nostro capoluogo l’Ufficio Esecuzione Penale Esterna (Uepe) di Rieti e Viterbo. Si tratta di una struttura preposta a seguire il percorso riabilitativo di persone condannate a pene detentive lievi che, invece di essere scontate in carcere, vengono espiate attraverso progetti rieducativi mirati, sotto la supervisione di esperti.
Che sia partita un’iniziativa del genere è una buona notizia perché, come ha rimarcato l’assessore comunale ai Servizi sociali Giovanna Palomba, in questo modo i funzionari di servizio sociale saranno in grado di garantire interventi di maggiore prossimità nei confronti degli utenti in carico. Considerate la distanza e la difficoltà dei collegamenti tra i comuni del reatino e la sede centrale dell’Ufficio, è evidente l’utilità, in termini di minor disagio organizzativo per i destinatari dei programmi e le loro famiglie, di poter disporre di un luogo fisico presso gli uffici del Comune dove decentrare alcune delle azioni professionali riferite al reinserimento socio-familiare di persone sottoposte alle misure alternative alla detenzione e alla messa alla prova che vivono a Rieti e in provincia.
Inoltre, continua l’assessore, tale spazio potrà favorire l’incontro e il confronto con gli operatori dei servizi socio-sanitari dei Comuni del territorio che condividono con l’Uepe la gestione dei rei e delle loro famiglie, nonché con altri soggetti a vario titolo coinvolti, come ad esempio associazioni di volontariato e strutture del privato sociale.
L’Ufficio sarà in funzione ogni martedì dalle 9 alle 14,30, ospitato al piano terra del palazzo comunale nei locali dell’ex Segretariato sociale, trasferito a luglio nella nuova sede di viale Morroni.
L’apertura dell’Uepe segue l’approvazione lo scorso aprile da parte della giunta dello schema di convenzione con il Dipartimento di Giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia. L’accordo non comporta alcun onere aggiuntivo per il Comune, oltre alla messa a disposizione delle stanze. Ecco, se un appunto si può muovere al progetto, a suscitare qualche perplessità è proprio l’ubicazione degli ambienti dove si svolgono le attività e i colloqui collegati al trattamento socio-educativo.
L’Ufficio si trova in pieno centro, al pian terreno di Palazzo di Città, con affaccio diretto sul parcheggio di largo Alfani a pochi metri da via Pescheria. Vero che non guarda la più frequentata piazza Vittorio Emanuele II, ma è impossibile per chi transita in quell’area evitare di vedere suo malgrado chi entra e chi esce. E in una comunità piccola come la nostra, può capitare con una certa facilità di riconoscere qualcuno.
È un rilievo che non inficia minimamente la validità dell’iniziativa, ma una più delicata attenzione alla tutela complessiva della riservatezza dei soggetti presi in carico avrebbe messo un apprezzabile suggello sull’intera operazione, anche tenendo conto della limitata disponibilità di spazi idonei.
La salvaguardia della privacy costituisce d’altronde un principio di diritto (oltre che di civiltà) stringente e valido persino in ambienti particolari come quello carcerario. E seppure i processi sono pubblici e le condanne pronunciate senza censura, è altrettanto evidente che i tribunali non sono luoghi di passaggio, cosicché chiunque voglia assistere alle udienze deve farlo andandoci appositamente.

Rieti da questo punto di vista è una città strana. A gennaio dell’anno scorso destò giustificato scalpore il trasferimento dell’Azienda di promozione turistica dalla centralissima via Cintia alla ex sede del Genio civile in via Pennesi, di sicuro più nascosta e meno accessibile ai turisti di passaggio. Insomma, un’istituzione che necessita di ampia visibilità spostata in una zona semiperiferica e di contro un ufficio come l’Uepe, che tratta questioni delicatissime, lasciato in piena vista.
L’esigenza di tutelare la riservatezza dei cittadini è una delle più sentite in un’epoca in cui le meraviglie del mondo globalizzato nascondono spesso invisibili minacce. Quella delle fasce marginalizzate della popolazione lo deve essere in maniera particolare, anche per non vanificare il lavoro fatto sulle persone più fragili e a rischio.
Una inidonea allocazione degli spazi potrebbe addirittura collidere con l’etica professionale degli operatori, che nella preservazione della privacy dei soggetti seguiti conosce uno dei suoi punti fondanti. Lo sa bene lo stesso Comune che alla fine del 2017 ha inaugurato un servizio di recapito di pacchi alimentari a famiglie indigenti nel segno del più assoluto anonimato, in ossequio al quale vengono utilizzati mezzi privi di qualsiasi segno di riconoscimento. L’imbarazzo che provano coloro che sono costretti a questo tipo di sostegno è spesso superiore alla stessa condizione di difficoltà. Il pudore viene insomma anteposto al “primum vivere”, motivo per il quale la dignità va sempre assolutamente rispettata e protetta, se del caso andando al di là delle migliori intenzioni per evitare situazioni umilianti, ancorché involontarie.
Anche gli operatori della Caritas sono consapevoli di quanto sia importante aiutare il prossimo con gesti concreti mantenendo al contempo viva l’autostima di chi è rimasto indietro, a cominciare proprio dalla tutela della sfera intima di ciascuno. “Sono molte le persone che, per vergogna del loro stato, non vogliono far conoscere la condizione di miseria in cui vivono richiedendo la massima riservatezza” notava l’anno scorso
don Fabrizio Borrello, direttore della Caritas diocesana, a commento dei primi dati sulla situazione della povertà in provincia di Rieti.
Il diavolo, si sa, si nasconde nei dettagli. E sfugge persino alla pur occhiuta legislazione che sul piano nazionale ed europeo disciplina con puntuale acribia la  gestione dei dati sensibili e la protezione della privacy di individui e comunità.

Nella selezione della sede dell’Uepe non c’è nulla che violi le regole su cui vigilano attenti garanti a vari livelli. Né va svilito il merito dell’iniziativa che pone rimedio a una lacuna oggettiva. Nonostante certo pensiero che tenta di farsi dominante, nessuno ritiene poi che la scelta dei locali sia stata fatta con l’intento di mettere alla berlina i destinatari dei progetti di recupero. Allo stesso modo, trovare una collocazione più riparata da sguardi indiscreti all’interno del palazzo o di uno dei tanti edifici in uso al Comune avrebbe trasmesso il calore di un non richiesto colpo d’ala, un quid pluris in grado di esplicitare una sensibilità capace di umanizzare un’operazione che rimane fondamentalmente burocratica, ma che ha dei riflessi e dei risvolti che incidono a fondo sulla carne viva di chi ne è protagonista.


08-09-2019

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