a cura di Massimo Palozzi

Gennaio 2020

IL DOMENICALE

SOSTIENE CICCHETTI

città

(di Massimo Palozzi) Sostiene Cicchetti che se i tecnici daranno parere positivo, la centrale per biogas di Vazia verrà realizzata. In caso contrario, non se ne farà nulla. Né lì né altrove.

L’uscita di questi giorni fa il paio con l’analoga postura assunta dal sindaco a proposito del sottopasso di viale Maraini per eludere i blocchi alla circolazione causati dal passaggio a livello: o lo scavo (pagato da Rete ferroviaria italiana con fondi statali per l’attuazione di una direttiva europea) o niente.

In entrambi i casi contro il Comune si è messa in moto una frenetica attività, poco o nulla bilanciata dai fautori di queste opere, sul presupposto che si tratti di realizzazioni molto invasive (soprattutto per il microcosmo locale), di dubbia utilità e comunque con margini di vantaggio addirittura inferiori ai danni e ai disagi che comporterebbero. E, cosa di non poco conto, in violazione di norme.

L’impatto sociale di una grande opera rappresenta il primo elemento di valutazione quando sono in ballo scelte politiche dirimenti. Su un punto siamo comunque tutti d’accordo: il principio di legalità. Che significa che a monte deve sussistere l’aderenza assoluta di qualunque iniziativa agli strumenti di disciplina degli interventi sul territorio.

Quello che colpisce in queste due vicende parallele è invece proprio la denunciata difformità dalle regole.

Per quanto riguarda il sottopasso di viale Maraini, uno degli argomenti portati per avversarlo è ad esempio l’esistenza di un filare di platani che potrebbe rientrare nella classificazione di alberatura monumentale, ai sensi di una legge del 2013. Se così fosse, la tutela accordata a questa tipologia di piante risulterebbe più forte di qualsiasi intervento, tanto da impedire l’apertura di un cantiere potenzialmente in grado di comprometterne l’esistenza, a prescindere dalla bontà dell’opera progettata. Detto per inciso, ad oggi nel capoluogo non è stato condotto alcun censimento, per cui per la loro storia secolare gli alberi di viale Maraini avrebbero i requisiti per essere dichiarati monumentali, ma formalmente non lo sono ancora.

La tecnica è collaudata: chi si oppone si appella anzitutto alla sostanza della questione, per poi sfruttare ogni appiglio legale possa servire allo scopo. È uno schema tipico, che infatti abbiamo visto replicato tale e quale in relazione al previsto impianto di trattamento dei rifiuti che la Enersi vorrebbe realizzare a Vazia.

L’ultimo provvedimento in ordine di tempo per rallentare un iter già di suo non proprio rapidissimo, è stata la revoca della concessione della superficie su cui dovrebbe sorgere la fabbrica, deliberata dal Commissario del Consorzio per lo Sviluppo industriale. Un cavillo legato al mancato pagamento degli oneri amministrativi da parte della società destinataria, che tuttavia sarebbe facilmente sanato se l’operazione si sbloccasse.

Soprattutto negli ultimi giorni c’è stata però la corsa a sposare la causa dei comitati per il no, alla quale si sono d’un tratto iscritti non solo le opposizioni e i sindacati, ma pure un importante partito della maggioranza, la Lega, e diversi esponenti della stessa area politica del sindaco Cicchetti. Silenti sono rimasti invece Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Gli abitanti della zona sono contrari tout court (e non si fa fatica a comprenderne le ragioni), confortati in questo da svariati precedenti, ultimo dei quali il recentissimo stop all’affine complesso immaginato a Borgorose. L’abbandono del progetto nel Cicolano è stato cavalcato da molti, compreso il sindaco leghista Mariano Calisse, che nella sua veste di presidente della Provincia ha messo pollice verso anche all’installazione reatina, sebbene con toni molto meno definitivi.

Il tema è senza dubbio divisivo e non alieno da condizionamenti emotivi. Il dissenso dei residenti si basa forse su timori infondati o sovrastimati, ma certo questo clima di confusione non aiuta, alimentato com’è dalla diffusione di informazioni talmente contraddittorie da rasentare l’insulto all’intelligenza.

Nessuno ragionevolmente vorrebbe un impianto di trattamento dei rifiuti nei pressi di casa sua. D’altro canto esiste la sempre più stringente necessità di gestire l’immondizia, dalla raccolta allo stoccaggio, dalla trasformazione all’eliminazione. Finora le discariche sono servite alla bisogna, ma hanno dimostrato tutte le loro pecche e i loro limiti, sia in termini di capacità e durabilità, sia in termini di inquinamento, sia in termini economici. Il riciclo e la differenziata che ne sta a monte servono proprio a recuperare lo scarto, con il doppio obiettivo di non lasciarlo marcire chissà dove e adoperarlo per produrre nuovi beni da rimettere in circolazione.

In una tale ottica il riutilizzo del materiale organico per generare energia sembra l’uovo di Colombo, tanto più per il fatto che il processo avverrebbe in condizioni di sicurezza ambientale e senza apparenti rischi per il contesto in cui si collocano le strutture e i macchinari.

L’atteggiamento di Antonio Cicchetti è dunque assai interessante da leggere, soprattutto dopo le molteplici defezioni delle ultime ore che lo hanno di fatto isolato e lasciato con il cerino in mano: sia nel caso del sottopasso di viale Maraini sia in quello della centrale a biogas di Vazia il primo cittadino ha assunto un profilo netto, anche se un po’ di retroguardia, nascosto com’è dietro competenze sovracomunali.

L’opposizione, Pd e Movimento 5 stelle in testa, gli rimprovera in realtà una certa opacità programmatica. Ma soprattutto non gli perdona la scelta di manifestare intendimenti così incisivi per la collettività attraverso dichiarazioni sui social o comunicati stampa, richiamandolo di conseguenza ad esprimersi attraverso atti formali e collegiali che coinvolgano l’intera giunta e la maggioranza che la sostiene. Corollario alla critica è l’esortazione a ricondurre il dibattito nel luogo naturale, cioè il Consiglio comunale, benché esso non sia l’autorità deputata a pronunciare il verdetto finale. Il rilievo appare fondato ed è auspicabile che il massimo consesso civico si pronunci con cognizione di causa e senza contingentamenti di tempo, potendo disporre di dati ampiamente validati. I corpi intermedi, inclusi i portatori d’interesse, hanno tutto il diritto di presentare le loro idee e le loro osservazioni critiche, ma poi la sintesi la deve fare il decisore, che spesso è anche regolatore.

Se confermata nelle sedi appropriate, la posizione del sindaco è dunque rispettabile. Magari non condivisibile, ma rispettabile. Addirittura apprezzabile se tesa ad evitare l’incertezza, il rinvio continuo, il rimpallo verso un eterno ed inconcludente prendere tempo. A patto però che venga sostenuta da elementi incontrovertibili.

Le notizie filtrate attraverso i media mostrano al contrario dati conflittuali ed inconciliabili. Con riferimento alla centrale di Vazia, persino la velocità e la direzione del vento danno risultati opposti, a seconda di chi li fornisca. Ma è sulla distanza minima dalle abitazioni che un impianto del genere dovrebbe rispettare in ossequio al Regolamento d’Igiene del Comune di Rieti (duecento metri), che vengono toccate le vette del più assoluto paradosso. Possibile che a cinque anni dalla presentazione del progetto ancora non si riesca a valutare se la presenza di scuole, del carcere e dell’ospedale (quello attuale e quello che dovrà essere costruito) sia in qualche modo ostativa a un insediamento industriale tanto particolare? Sul serio nessuno è in grado di prendere una fettuccia per calcolare se i duecento metri previsti dallo strumento regolamentare sussistano o meno?

Chiaro che la questione è complessa e sarebbe un errore banalizzarla. È però altrettanto evidente come non si possa imbastire un dibattito su una materia tanto importante basandolo su un terreno friabile come quello di evidenze scientifiche all’apparenza non certificate, nell’attesa delle determinazioni che usciranno dall’ennesima conferenza dei servizi convocata a metà mese.

Un ultimo esempio fa capire ancora meglio di cosa stiamo parlando. In un’intervista rilasciata in settimana al Corriere di Rieti, l’amministratore delegato di Enersi, Luca Acquaroli, ha difeso il progetto della centrale a biogas sostenendo (come fa da anni) l’assoluta innocuità sul piano ecologico dello stabilimento e dell’indotto. I rifiuti verrebbero infatti “digeriti” da batteri in ambiente anaerobico, cioè privo di ossigeno, senza fuoriuscite all’esterno né di esalazioni né di liquami. Anche l’impatto dei mezzi che dovrebbero trasportare la materia prima si ridurrebbe al minimo, posto che la centrale verrebbe quotidianamente alimentata da sei/sette tir, per un totale di circa 130 tonnellate al giorno.

Qui sorge allora un grosso equivoco da matematica di seconda elementare. La premessa è che l’impianto sarebbe tarato per smaltire la frazione organica dei rifiuti solidi urbani prodotti nella provincia di Rieti. Secondo il rapporto 2019 dell’Ispra, Istituto superiore per la ricerca ambientale, nel 2018 sono state prodotte nel Reatino 12.808 tonnellate di residuo umido, mentre immaginando un’attività di cinque giorni a settimana, nel nuovo complesso verrebbero processate 33.800 tonnellate di rifiuti all’anno, vale a dire una quantità superiore di oltre due volte e mezza. Calcolatrice alla mano, c’è qualcosa che non torna. La reale capacità produttiva dell’impianto di Vazia lascia insomma ritenere che potrebbe essere destinato ad accogliere rifiuti organici anche da fuori provincia, in antitesi a quanto finora sbandierato.

La questione di fondo rimane dunque la correttezza informativa, che si traduce nella sostanziale lealtà che dovrebbe sempre sussistere nei confronti della popolazione. Perché messa così la cosa ha tutto il sapore della camarilla, del detto e non detto per far passare un progetto sulla carta assai meno pervasivo di quanto possa risultare nella realtà. Al punto da travolgere le legittime proposte di mantenerlo per salvaguardare l’investimento, individuando una diversa collocazione.

In questo modo si perde però di vista il cuore della questione, su cui ci si dovrebbe invece confrontare: se cioè valga la pena, anche in termini economici, ospitare un impianto in grado di processare rifiuti provenienti da fuori provincia per almeno bilanciare un trend che vede l’indifferenziata reatina smaltita nella discarica di Viterbo con altissimi costi, una evidente inefficienza gestionale (che comporta pure un aggravio ambientale a causa di tutti i camion che percorrono centinaia di chilometri tra Rieti e Viterbo) e una sostanziale ingiustizia nei confronti dei vicini della Tuscia, i quali potrebbero avere le tasche piene di ricevere la nostra immondizia.

 

02-02-2020

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