Ottobre 2018

STORIE

SCRIVIAMO INSIEME LA STORIA DI DOMANI

Un gioco di squadra per scoprire un tesoro

archeologia

 

(di Stefania Santoprete) Il grande lavoro e le scoperte importanti fatte a Campo Reatino, sono oggi sommerse dalla vegetazione. Non basta scoprire un tesoro se poi non lo si valorizza e non si permette di fruirne. Solitamente questi compiti vengono svolti dalle istituzioni, ma trattandosi di un momento economico difficile per tutti, sempre più iniziative si rivolgono al crowfounding una tipologia di finanziamento tramite donazioni da parte di persone che decidono di investire piccole somme di denaro per sostenere un’organizzazione o un progetto. Cosa c’entra l’archeologia con il crowfounding?  Nel Regno Unito si è deciso di applicarlo alla ricerca archeologica con successo e, seppure italianizzandolo con ‘Adotta uno scavo’, altrettanto potremmo fare noi.

L’occasione per lanciare l’iniziativa è stato “Archeologia a Palazzo Colelli’ incontro a cui hanno preso parte il prof. Gianfranco Formichetti, il Sindaco di Colli sul Velino Alberto Micanti, Daniele Sinibaldi vice sindaco del Comune di Rieti, con il saluto iniziale di Daniela Acuti.

 

Il dott. Carlo Virili, archeologo del Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza, ha spiegato come l’adozione a distanza di un progetto, sia una cosa diversa da una fredda sponsorizzazione “Vogliamo trasformare Campo reatino in un’area fruibile? Con la donazione di 4/5 persone si fa un pannello. Vogliamo restaurare reperti di bronzo trovati a Paduli? Si addotta un’ascia, una spilla, un vaso. Vogliamo organizzare una gita per vedere un museo o stilare un progetto formativo per studenti? Il nostro obiettivo è coinvolgervi nella fase di valorizzazione e di fruizione. E’ assurdo parlare di ciò che riguarda il territorio nelle sedi accademiche, tra colleghi, e non confrontarsi ed affrontare questi temi di appropriazione della propria storia con le persone che qui vivono.”

Affinché la partecipazione anche economica (una piccola donazione annua) sia consapevole, si è passati alla prima fase: quella conoscitiva con un excursus affascinante del mistero che investe…

 

due millenni di storia della Piana di Rieti (ed appendice ternana) 

e che speriamo di poter presto continuare a sondare ed esplorare. Si è iniziato a scavare l’anno Zero del popolamento del territorio e lo si sta facendo in una zona di estremo confine con l’Umbria lungo uno dei bracci, detto di Cornello, del Lago di Piediluco.

 

Le moderne tecniche di indagine archeologia ormai si avvalgono di un’equipe multidisciplinare: a questa ricerca infatti partecipano diversi atenei che contribuiranno a delineare attraverso i vari reperti, ognuno per le proprie competenze, il tipo di vita, di economia, di ambiente degli ‘aborigeni’ di questa zona.  Il 28 febbraio di quest’anno La Sapienza è stata nominata ‘prima al mondo’, per la sezione antichità classiche, anche grazie allo scavo di Campo Reatino e all’attività iniziata a Paduli, superando l’Ateneo di Cambridge, di Oxford e di Harvard. Siamo quindi onorati di avere eccellenze ‘sul campo’.

Prima dell’età del bronzo, del 2000 a.C., gli insediamenti erano impossibili per la presenza del famoso Lago Velino. Intorno a quella data, il clima più secco, riduce il lago preistorico a lame stagnanti e piccole pozze: le terre emerse danno spazio al popolamento della Piana di Rieti con i villaggi dell’età del bronzo. Il problema della  ricerca è che, dei 40 siti archeologici della protostoria individuati grazie anche a precedenti studi, sono stati indagati scientificamente solo 2: Campo Reatino dal 2011 al 2016 e Paduli dal 2017: pochissimo, rispetto alla vastità dell’argomento e alle sorprese che ne potrebbero scaturire.

Gli archeologi rimangono immediatamente stupefatti dalla zona (nei pressi di Madonna della Luce, salendo verso Colli sul Velino): non è così consueto camminare su un terreno e trovare uno spillone, un rasoio, coltelli in bronzo, un’ascia, una spilla, una perla d’ambra… il saggio preliminare (indispensabile, dovendo centellinare i finanziamenti) non fa che confermare la straordinaria potenzialità di quella zona.

La quantità e la qualità di reperti recuperati ci parla di un insediamento con una lunga continuità di vita dove, con ogni probabilità, accanto alle attività quotidiane legate all’agricoltura, alla pastorizia a allo sfruttamento ittico del lago, si era sviluppata un’importante produzione metallurgica a partire dal XII sec. A.C.  E le perle d’ambra unite a materiale vetroso e manufatti in avorio ci dice che siamo in presenza di oggetti esotici frutto di traffici commerciali anche a lunga distanza, tra Europa e Mediterraneo orientale. Particolari condizioni ambientali hanno permesso l’eccezionale ritrovamento di un materiale rarissimo poiché deperibile: il legno, con il quale si costruiva, nelle immediate vicinanze dell’acqua, su piattaforme (non palafitte) per proteggersi dai suoli umidi.

Qual è l’eccezionalità di tutto questo? “Il preservarsi di materiale grazie a particolari condizioni. Non si rinviene tutto questo in scavi comuni - spiega Virili - men che mai il legno. Se non si tratta di Pompei o di luoghi che hanno congelato il deposito e non ha preso aria, tutto il mondo del legno scompare. Consideriamo il fatto che in un mondo preindustriale quasi tutto è fatto in legno, persino le stoviglie.”

Ci riempie di orgoglio poter partecipare attivamente alla riscoperta delle nostre radici più lontane per poter riscrivere la Storia di domani, per giungere a risultati dall’ enorme valore, attesi non solo in ambito nazionale. Lo si può fare coinvolgendo privati cittadini, scuole, associazioni.

Non vi sfuggirà il senso dell’importanza di questo lavoro: per troppo tempo i grandi tesori presenti in zona sono stati fagocitati da altri studi condotti soprattutto altrove. La dott.ssa Anna Maria Sestieri la più grande esperta di protostoria italiana definisce il ‘ripostiglio di Piediluco’ come l’incunambolo della metallurgia etrusca!

Se lo scavo di Paduli può rappresentare il ‘prima dei Sabini’ a Campo Reatino cerchiamo di capire le ‘origini dei Sabini’, trasportandoci al 900 a.C. “Un’esperienza di archeologia pubblica eccezionale - sottolinea l’archeologo - Debbo dare merito al prof. Formichetti non solo di aver iniziato questo percorso, ma  anche di averlo portato avanti, fuori dal Comune, attraverso il Rotary con due Convegni che hanno sintetizzato  le nostre ricerche.”

 

Se Paduli è un abitato, Campo Reatino è una necropoli, un’area funeraria. Altro titoletto

Per 5/6 anni i materiali rinvenuti non sono stati portati da nessuna parte, non a Copenaghen (come altri), non a Perugia, ma a Rieti nel Museo Archeologico. Ora è tempo di farli uscire dai magazzini e metterli nelle vetrine: il ritorno dei soldi pubblici è nel percorso di valorizzazione che ne consegue. Lì troverete anche un pezzo eccezionale: una scodella come copertura dei vasi cinerari con una decorazione raffigurante degli omini. A noi oggi sembra scontato, in realtà è la nascita di un fenomeno artistico in cui per la prima volta vengono rappresentati degli esseri umani su dei vasi. “Il simbolo che abbiamo scelto per il nostro scavo è un’urna a forma di capanna. Oltre a farci capire la fattezza delle abitazioni di cui troviamo resti, il suo significato è notevolissimo. Molti autori vedono dietro l’emergere di questo tipo di rappresentazione, un passaggio epocale nell’economia e nella società del mondo antico: il passaggio tra una proprietà dei mezzi e dei beni di produzione comunitari a quelli privati, stigmatizzando per certi versi la nascita della proprietà privata. Questo tipo di esibizioni rarissime (su 10 tombe una sola è un’urna capanna ) esprimono un tipo di società che stava cambiando con la volontà da parte di alcuni di rappresentarsi come ‘qualcosa in più’ rispetto agli altri. L’abitante di Paduli gestiva il metallurgo o l’approvvigionamento d’ambra, ma la terra era in comune, così come il bestiame o i beni ricavati. Passano tre secoli e la società inizia a cambiare. Da qui si parte per arrivare alle grandi tombe etrusche: mettere nella morte l’esibizione del grande potere nella vita.”

Reperti simili a quelli di Campo Reatino furono rinvenuti dal Gruppo Archeologico Sabino, negli anni ’70 (di cui faceva parte l’attuale assessore Formichetti) nel quartiere Borgo, alla Cavatella, durante la costruzione della scuola.

All’epoca però la Sovrintendenza se ne disinteressò completamente, così come avvenne per l’area industriale in cui si stava realizzando un’azienda, in cui furono rinvenuti oggetti in bronzo.

Che ci sia stata una frequentazione Sabina di VI, VII sec anche a Rieti centro,  è testimoniato dagli scavi di Palazzo Aluffi in via Cintia (ex Caserma Carabinieri). Questo ha cambiato completamente prospettiva: Rieti non è più una città romana. Su quella che sarà l’area forense quindi esisteva già una ‘casa’ con tutto il vasellame necessario. Resti di capanne e più di 3mila frammenti di manufatti ceramici databili attorno all’VIII sec. a.C. posti ad una profondità di quattro metri sotto il piano di calpestio! Come ripete sempre Lorenzetti “Sembra che la Città di Rieti o la Sabina siano sempre un’occasione mancata per tutto. Anche lì è tutto fermo, lavori e strategie di musealizzazione. E’ ora di riappropriarci di una Sabinità vera, scientifica. Fa molto comodo in un’ottica romano-centrica dire che ci sono mille ‘Rome’: c’è anche un passato glorioso locale.

Tutti insieme dovremmo andare verso un’unica direzione, provando a ragionare congiuntamente, costruendo un rapporto diretto con i finanziatori privati. Con ‘l’adozione’ premiamo un’idea che ritorna però a noi in senso circolare. Parte proprio da ‘Napoli Novantanove’ l’iniziativa ‘Adotta un monumento’ diretta alle scuole, (Iniziativa a cui hanno già aderito in passato il Liceo Artistico ‘Calcagnadoro’ e la scuola “Sacchetti Sassetti” n.d.r.) modello da replicare.”

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