Dicembre 2018

PERSONE & PERSONAGGI

SANTA BARBARA E LE ALTRE

Storie di donne (e non solo) unite da un ineluttabile destino

società

(di Massimo Palozzi) Il 4 dicembre si celebra come ogni anno la ricorrenza del martirio di Santa Barbara, patrona di Rieti (ma anche di Scandriglia, per restare in provincia, e di altre località e categorie professionali). Secondo la versione più accreditata Barbara nacque nel 273 a Nicomedia, in Turchia, e da bambina si stabilì in Sabina al seguito del padre Dioscuro che aveva ricevuto in dono dall’imperatore Massimiano una villa e vasti possedimenti come ricompensa per il suo valore militare.

Barbara era bella e per proteggerla dai pretendenti Dioscuro fece costruire una torre che divenne ben presto una vera e propria prigione allorché la ragazza decise di convertirsi al cristianesimo, religione alla quale era stata introdotta dalla madre.

L’uomo era un fervente pagano e ne rimase profondamente contrariato soprattutto quando, nonostante l’impegno profuso per dissuaderla, Barbara si dimostrò irremovibile nell’adesione alla nuova fede ancora illegale da professare. L’affronto era imperdonabile. Il padre la consegnò alle autorità che la sottoposero ad un processo durato due giorni senza risparmiarle atroci tormenti. La condanna a morte arrivò scontata e fu eseguita dallo stesso Dioscuro che, il 4 dicembre 290, uccise la figlia adolescente decapitandola con la sua spada. Subito dopo, riporta la tradizione, il cielo si oscurò e un fulmine lo incenerì.

Il corpo di Barbara venne sepolto nei pressi di Scandriglia e lì riposò fino alla fine del X secolo, quando i Reatini lo recuperarono per traslarlo a Rieti dove si trova tuttora, custodito sotto l’altare maggiore della cattedrale.

Dalla Sabina al Cicolano, una sventura per certi versi simile si abbatté tredici secoli più tardi su un’altra giovane donna. Beatrice Cenci era figlia del conte romano Francesco, nobile di rango ma dissoluto e violento, pregiudicato per vari reati, malato e inseguito dai creditori, che per evitare di pagarle la dote per il matrimonio la fece rinchiudere insieme alla seconda moglie Lucrezia Petroni nel piccolo castello di Petrella Salto, di proprietà della famiglia Colonna.

Quando vi si ritirò anche lui, la convivenza divenne impossibile a causa dei soprusi e degli abusi, forse anche di natura sessuale, cui la ragazza veniva sottoposta.

Falliti un paio di tentativi, con l’aiuto di Lucrezia, dei fratelli Giacomo e Bernardo e di altri due complici, Beatrice riuscì infine a liberarsi del padre, che venne trucidato il 9 settembre 1598 nel corso di un cruento agguato.

I congiurati cercarono maldestramente di far passare l’omicidio per un incidente simulando una caduta accidentale. I sospetti non tardarono però a farsi strada e le diverse inchieste portarono infine all’ammissione di colpevolezza da parte di tutti gli indagati, compresa Beatrice che inizialmente aveva negato ogni coinvolgimento, salvo poi confessare dopo aver subìto il supplizio della corda.

Al termine di un processo rimasto nella storia anche per evidenti difetti procedurali, i fratelli Giacomo, Beatrice e Bernardo e la loro matrigna Lucrezia furono condannati alla pena capitale. Degli altri due imputati, uno era morto sotto tortura e l’altro eliminato per evitare ulteriori rivelazioni contro i Cenci.

L’11 settembre 1599 nella piazza di Castel Sant’Angelo a Roma, di fronte ad una folla oceanica (c’era anche Caravaggio tra gli spettatori accalcati) che rumoreggiava per ottenere un atto di clemenza che non arrivò mai, i rei vennero giustiziati. Il boia decapitò dapprima Lucrezia e a seguire Beatrice, mentre Giacomo morì mazzolato e squartato. A Bernardo giunse invece il perdono di papa Clemente VIII che, in ragione della sua giovane età, commutò il patibolo in detenzione, pur essendo costretto ad assistere a tutte le esecuzioni.

In quell’Italia turbolenta e spietata, una sorte analogamente crudele era toccata cinquant’anni prima ad un’altra fanciulla, la cui vicenda umana e poetica fu svelata solo nel Novecento da Benedetto Croce (che fra i tanti meriti aveva anche quello di essere il mentore del critico letterario reatino Domenico Petrini fino alla sua prematura scomparsa, avvenuta ad appena 29 anni nel 1931) e poi ripresa in un lavoro teatrale di Dacia Maraini del 1998.

Isabella Morra era figlia di Giovanni Michele, barone di Favale, in Basilicata, e come il padre era appassionata di studi classici. Quando il genitore emigrò a Roma e poi a Parigi, Isabella rimase con la madre nel paese natio nei pressi di Matera, sotto la custodia dei fratelli che, come non era inusuale ai tempi, la reclusero nel castello di famiglia dove si dedicò alla poesia, da sempre uno dei suoi principali interessi.

La giovane aveva nel frattempo allacciato una relazione (in realtà una semplice corrispondenza letteraria senza alcun coinvolgimento amoroso) con il barone Diego Sandoval de Castro, poeta di una certa reputazione, il quale era però sposato con un’aristocratica napoletana.

La notizia giunse alle orecchie dei fratelli che, per lavare l’onta e ripristinare l’onore perduto (ma molto più probabilmente perché spaventati dall’emancipazione della sorella che a 23 anni aveva avuto l’ardire di scrivere poesie in forma epistolare), assassinarono dapprima la povera Isabella con il suo precettore e poi lo stesso Sandoval. Il cui nome, sulle orme di Pierfranco Bruni, evoca quello di un’altra donna dal destino segnato.

Nel 1966 la cantautrice, poetessa, pittrice e scultrice cilena Violeta del Carmen Parra Sandoval, conosciuta semplicemente come Violeta Parra, pubblica quella che è probabilmente la sua canzone più famosa: “Gracias a la vida”, un inno alla vita e alle gioie che essa riserva anche nelle piccole cose. Ad ascoltarla, si ha l’impressione di una confidenza in musica intima e tenera e dunque in stridente contrasto con la tragica fine dell’artista che a distanza di pochi mesi, nel febbraio del 1967, si suicida sopraffatta dalla depressione non avendo ancora compiuto cinquant’anni.

“Gracias a la vida”, “Grazie alla vita” nella traduzione dallo spagnolo, è stata interpretata da numerosi cantanti, spesso nel solco di una dolorosa continuità. In Italia fu riproposta da Gabriella Ferri, morta nel 2004 in circostanze mai del tutto chiarite, forse suicida, forse vittima di un incidente domestico, e da Andrea Parodi, raffinato cantautore sardo già leader dei Tazenda, ucciso dal cancro nel 2006 a soli 51 anni.

La canzone non ebbe subito successo. La notorietà planetaria arrivò soltanto in un secondo momento,  grazie alla cantante argentina Mercedes Sosa che la incise anche in un disco evocativo e percorso di inquietudini. Sul retro del vinile compariva infatti “Te recuerdo Amanda”, un nostalgico brano di Victor Jara, altro cantautore dalla drammatica biografia. Con Violeta Parra Jara era uno degli interpreti principali della Nueva Canción Chilena e al contempo uno degli intellettuali politicamente più impegnati nel Cile degli anni Sessanta e Settanta. Esponente di primo piano del Partito Comunista insieme allo scrittore premio Nobel Pablo Neruda, era molto vicino a Salvador Allende, eletto presidente nel 1970 e rovesciato dal colpo di stato guidato dal generale Augusto Pinochet l’11 settembre 1973, proprio il giorno della morte di Beatrice Cenci (come avrebbe detto Ferdinand De Saussure, tout se tient).

Anche con Jara il fato fu inesorabile. Morì cinque giorni dopo il golpe a soli 41 anni, travolto dalle purghe dei militari e avendo patito feroci sevizie, compreso lo sfregio della frattura delle dita delle mani con le quali componeva e suonava l’amata chitarra.

Giusto quest’anno, a luglio, i suoi assassini sono stati condannati per uno dei delitti eccellenti e più efferati commessi sotto la dittatura di Pinochet.

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