Febbraio 2021

STORIE

SANPA: UNA STORIA ANCHE REATINA “L’EROINA CHIAMAVA E NOI CI SENTIVAMO INVINCIBILI”

storia, storie

di Stefania Santoprete - Grazie a Netflix e alla docu-serie che  racconta la controversa storia della comunità di recupero di San Patrignano fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978, a Coriano, in provincia di Rimini, i ragazzi di oggi sono entrati in contatto con uno dei periodi più difficili vissuti dai loro coetanei di allora. Una generazione perduta. Quella che a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80 aveva poco meno di venti anni. Una generazione decimata dall’eroina. L’eroina spacca le vene e si espande nelle famiglie distrutte ed inermi... sembra un mondo lontano ma non lo è: perché Muccioli non c’è più ma i drogati ci sono ancora. Meno riconoscibili forse, ammantati da posizioni di riguardo, travestiti da business men, persone insospettabili accanto agli adolescenti, le nuove prede, alle prese con le sostanze psicoattive di sintesi, raggruppate nel termine generico di “nuove droghe” e reperite sui mercati “criptati” di Internet. 

Rieti non è immune da tutto questo, così come non lo fu in quegli anni maledetti che vi raccontiamo grazie a uno dei pochi ‘sopravvissuti’: anche lui uno dei ‘figli’ di Muccioli.

“Ti si blocca la crescita con una sostanza. Rimani fermo a 18/20 anni mentre il mondo scorre, le persone crescono, costruiscono quel futuro davanti al quale tu sarai in perenne ritardo. Ma in quel momento tu sei forte della tua gioventù, nulla ti spaventa, scambiarti una siringa, essere fermato dalla polizia, le nottate di caccia per placare l’astinenza… Roma, Napoli, i vicoli, gli incontri… In realtà sei un vegetale, questa sostanza ti fa viaggiare nel nulla: scendi in una catalessi dove il mondo non esiste più, ma... nemmeno tu e non ne sei consapevole. E quando ti risvegli, se sei così tanto fortunato da poterla raccontare, da non essere rimasto sotto ad una ‘pera’ fatta male, vedi i ragazzi che all’epoca avevano vent’anni come te, oggi avere un lavoro, un mutuo, una macchina una famiglia. Li guardi abbracciare un figlio e ti domandi dove sia ora tuo figlio, dove eri tu... ma il mondo ormai è andato. Non ho ricordi molto nitidi perché la mia memoria è stata corrosa dalla sostanza ed è un peccato perché è la vita stessa che se ne va...

 

La mia prima volta

Un Campari con un gin. Non si inizia mai sparati, c’è un iter da percorrere. Come tanti miei coetanei che oggi non ci sono più: una gioventù bella, tutti amici, alti con capelli lunghi, giovanottoni, sembravamo eterni, che non dovessimo mai morire: siamo sopravvissuti in 4. Gli anziani ci dicevano ‘Non passate lu ponte che ve roinate, remanete ecco” non capivamo cosa volessero dire, che in realtà il quartiere era inteso come un muro a difesa, grazie ai suoi valori, i suoi principi, i personaggi che nei luoghi di lavoro ti tenevano comunque d’occhio. C’era però nell’aria un profumo strano di platani, quel sole che batteva riscaldando quel muretto dove si appartavano alcuni “Cosa fanno? Perché si nascondono? Io non ho paura!” Una sorta di sfida lanciata attraverso i gesti e subito raccolta da me e da chi c’era prima di me. Scopri che l’alcool ti fa provare l’ebbrezza, avere quel pizzico di coraggio per provarci con una ragazza e vincere la timidezza. Poi arriva la canna che accomuna “Dai suoniamo, ci buttiamo sopra questo prato e sentiamo i fili d’erba... è bello!” Posso dire che quando accade c’è un malessere interiore che ti spinge, anche quando credi di farlo per libera scelta, ma il modo di ‘svoltare’ la giornata non è quello: sono i rapporti con le persone, parlare, farsi stimare, avere dignità, prendersi delle responsabilità, non deviare, cercare di sfuggire, sottrarsi… E dunque sono passato agli spinelli poi al cilum con più sostanze e poi ai colli di bottiglia…sempre più hashish sempre più stordito.

 

Il gradino

Il salto nel vuoto. Che facciamo? Siamo arrivati fin qui, voglio andare oltre. E’ sempre l’aspetto intrigante di chi dice “Non si può fare” e tu la vuoi a tutti i costi. C’è tutto un gioco psicologico a tenderti la trappola. E’ il gruppo stesso a muoversi all’unisono, si vive in simbiosi. Ero in piscina a Rieti, il mio amico si apparta con un personaggio assai ‘chiacchierato’ e quando torna non vedo più nei suoi occhi la canna, ma qualcosa di diverso. Lui dice “Lascia stare” ed io mi sento escluso, messo da parte, non considerato: gioca con il mio orgoglio ferito che rivendica ‘se abbiamo fatto tutto assieme voglio fare anche questo’. Si tirano così altre persone nella rete, facendotela sudare, facendotela provare una sola volta: non ti basta, non capisci nulla, all’inizio dai solo di stomaco, poi vuoi comprendere… La terza volta la provi e la quarta la vai a cercare: sei caduto.

 

Lei è la tua Eroina

Sei caduto lei è la tua Eroina, per questo si chiama così: non esiste più nulla intorno. Non esiste mamma che piange, papà che si dispera, case vendute per correrti dietro, attività commerciali perse... Niente. La mattina ti alzi e non stai bene, ti fanno male le ossa, sei come un malato terminale e sai che solo usando quella sostanza avrai almeno la forza di farti una doccia (altrimenti non puoi toccare neanche l’acqua), stai male con te stesso e sei consapevole che puoi essere qualcuno solo in quel mondo dove qualcuno ti riconosce e ti può dare importanza. Il resto del mondo ti ha escluso perché tu l’hai fatto per primo, oggi do ragione a tutti: ero io un buon esempio di vita? Avrebbero dovuto darmi una pacca sulla spalla e dirmi vieni a cena?

In quegli anni 80 muoversi era semplicissimo, ritornavano da Roma sull’autobus con la siringa sull’orecchio, il laccio emostatico al braccio e il Diabolik tra le mani per disimpegno. A Porta Cintia come scendevi avevi la tua bottega di spaccio dietro all’Ars con i clienti che aspettavano: coltellino e carta argentata aperta con cocaina ed eroina “Tu quanta?” “Diecimila lire” e spezzettavi. Ognuno a farsi una pera dove voleva.

Da lì è scoppiato tutto, dalle siringhe scambiate, dal sangue infetto... Aids, morti. Una vita fatta di dolore, sofferenza, lacrime, famiglie distrutte. E tu sei anestetizzato. Non fai entrare nessuno perché capisci tutto tu, hai l’ardire di entrare in qualsiasi ragionamento sia pure scientifico per dire la tua. Parli e non ascolti niente di ciò che dicono: hai ragione tu, stai nel giusto.

Esisti tu e lei, lei ti quieta. Non hai orari, luoghi, appartenenza, amici. Lei ti dice ‘Sto a Roma... sto a Napoli...” e tu corri, come ci arrivi non importa. Passi sopra a tutti e tutto.

 

Il mio ‘No, ora basta!”

Lo ricordo perfettamente perché ancora il dolore è troppo forte. Uno zio che mi ha dato tutto il benessere di cui poteva disporre e che io ho messo in mezzo ad una strada “Non me ‘mporta gnente, basta che la smitti dde fa ‘sse cose. Tu me fa morì de ‘nfartu”. Una mattina si sente male, ma io sono troppo preso dal mio malessere per lasciare il letto, mi sono disinteressato di quanto stesse avvenendo girandomi dall’altra parte. Qualcun altro lo accompagna in ospedale ma sarà ormai tardi e mia zia lo scoprirà solo dopo avermi trascinato da lui. Un’ unione portata avanti da dopo la guerra, sempre insieme... troppo il dolore davanti a quel corpo senza vita coperto da un lenzuolo bianco, lei si getta a terra e si strappa i capelli. Ricordo le ciocche sulle sue dita e quell’urlo ripetuto ‘Me l’hai ammazzato!’.  Corro via. Mentre si compie l’ultimo atto della sua vita, io corro via; so dove  conserva i suoi soldi, gli ultimi rimasti, li prendo dopo aver rovesciato l’intera casa,  in testa un solo desiderio: imbottirmi di roba fino a farla finita.

Mentre cammino mi incontra una persona, mi vede così schizzato e mi chiama, costringendomi con la sua dolcezza a farmi parlare. Mi accompagnò al Sert dove curavano la droga con un’altra droga e quietatomi potetti ascoltarla, mi disse che aveva avuto anche lei in famiglia un’esperienza simile e per la prima volta sentì parlare di Vincenzo Muccioli. “Adesso però! - risposi - se debbo farlo lo faccio subito o mai più”. Lei e il compagno nell’attesa mi portavano ogni giorno a prendere il metadone, mi braccavano, sentivo che dovevo prendere quel treno altrimenti non l’avrei più raccontata.

San Patrignano

A marzo del ’94 entro a San Patrignano dopo dieci anni di rapporto con la sostanza. Dentro ci sono circa 2mila persone, tossici come me. Avevo bisogno di due operatori che mi sostenessero per reggermi in piedi, non ce la facevo a parlare né a tenere gli occhi aperti, ero in crisi d’astinenza. Il patto stipulato si basava sull’essere andato io a cercarli, io chiedevo aiuto e siccome ero un tossicodipendente che di promesse ne aveva fatte tante, ma avvezzo alle bugie (vero!) il loro compito consisteva nell’aiutarmi per la prima volta a mantenere quanto dicevo. Non essendo padrone della mia testa in quel momento, mi avrebbero prestato la loro, l’avrei poi riavuta indietro arricchita dal contatto con tutte le altre presenti. Come anche la docu serie spiega c’erano dei luoghi appartati dove portarci, ma era necessario. Un ragazzo a metà percorso vedendo immagini così forti, le nostre condizioni, sarebbe potuto andare in confusione. Si parla ancora oggi di catene e si pontifica: ma che catena era quella dell’eroina? Se mi tieni fermo quindici giorni, consapevole che mi serve per uscire da quella situazione e tra dieci anni sono questo di oggi, cosa mai sarà successo di grave? Vincenzo toccava troppi interessi, ti toglieva anche da certe ‘assistenze’, ti salvava con il lavoro, riacquistavi la dignità. Nella serie, fedele abbastanza alla realtà, si vede il dottor Boschini che io ho conosciuto, così come Walter (De Logu) o il dottor Moratti. Quest’ultimo spiegava molto bene le cose accadute dicendo “Se in un posto come San Patrignano che equivale ad una città, con negozi, scuole, semafori, pompe di benzina, autobus, taxi… se in una città così ci fossero stati 10 morti  dal 78 al 2020, sarebbero rilevanti rispetto a quanto accade in qualunque altro luogo?” Parliamo di tossici, ce ne vuole prima che riescano a metterci dentro radici così forti da non farci deviare. Io anche ho avuto reazioni pesanti, quando ho iniziato a credere nei valori di quel posto: guai a chi mi toccava quella famiglia, non apprezzavo chi sputava nel piatto dove mangiava.

 

Vincenzo per me

Il mantra era “se ti piace la pera, devi arrivare a farti piacere la mela nello stesso modo”: nella vita c’è tutto, non si può avere una bacchetta magica per cambiare luoghi, persone, bisogna cambiare ‘dentro’. Vincenzo e gli altri non hanno fatto altro che restituirmi la fiducia in me stesso “Tu sei capace, tu puoi fare questo. Puoi arrivare ad essere una persona stimata dagli altri ed avere un ruolo nella società.” Al mio fianco c’erano sempre due persone capaci di tirare fuori le mie parole, non professionisti ma ragazzi con la stessa mia esperienza, la felice intuizione di Muccioli: chi meglio di loro avrebbe saputo sbloccare una ‘capoccia ingrippata’? Certo ho avuto anche momenti di disperazione, manifestavo la volontà di andare via per sottrarmi alle regole e sapevano dove ‘colpirmi’: nell’orgoglio, con parole che non farebbero piacere a nessuno, molto dure relativamente a quanto stava avvenendo ai miei affetti a casa, mentre io perdevo tempo dicendo di volere andare via... ‘ma che cax di uomo sei?’ E allora ho reagito, mi sono fatto conoscere e alla fine sono diventato responsabile di un gruppo di 20 persone. Ciò che ancora faccio è quanto mi è stato consigliato “anche tra 20, 30 anni, la mattina quando vi sveglierete ripensate a chi eravate, non lo dimenticate mai, tenetelo qui, sulla spalla, con voi: altrimenti sarà facile ricadere”. Io sono ancora in contatto con i miei compagni di San Patrignano, i sopravvissuti, ogni tanto li sento al telefono, ma il mio sogno sarebbe quello rivederli tutti, per un attimo, dentro quella camerata.”

(continua) Se anche tu sei testimone di quell’epoca aggiungi il tuo racconto contattandoci

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