a cura di Massimo Palozzi

Maggio 2019

IL DOMENICALE

SANITÀ, DANNATI GLI ULTIMI

sanità

(di Massimo Palozzi) Secondo lo sconvolgente studio pubblicato lunedì dal Sole 24 Ore, la nostra sarebbe il fanalino di coda fra le 107 province italiane per livello e qualità delle prestazioni sanitarie. Il giornale di Confindustria ha preso in esame 12 diversi parametri e quasi in ognuna delle relative tabelle Rieti si è classificata in fondo, tanto che l’aggregazione ponderata dei dati le ha assegnato proprio l’ultimissima posizione.

L’uscita del quotidiano economico ha avuto l’effetto di uno tsunami abbattutosi su un dibattito pubblico che di recente si era acceso sul tema, alimentato anche dall’inattesa presa d’atto quattro giorni fa, da parte della direzione generale della Asl, della decadenza retroattiva al 23 gennaio per raggiunti limiti di età del direttore sanitario, assunto appena il 21 giugno scorso.

A leggere le tabelle del Sole, la situazione si prospetta catastrofica. Lo shock è stato tale che di colpo le richieste per le quali sono da tempo mobilitati enti, associazioni e gruppi di pressione hanno rischiato di apparire fuori fuoco, se non addirittura anacronistiche. Di fronte a una simile enormità, la lotta per l’applicazione dei provvedimenti emergenziali emanati per sospendere il decreto Lorenzin in tema di riordino della rete ospedaliera nel cratere sismico ed evitare così il temuto ridimensionamento del laboratorio analisi, è stata sul punto di passare come la velleitaria aspirazione a dettagli di secondaria importanza in un contesto ormai degradato in maniera quasi irrecuperabile. Ma è stato solo un attimo, necessario alle varie sigle riunite a tutela della sanità locale per ribadire la giustezza delle proprie battaglie (forti anche di un diffuso consenso popolare concretizzatosi nella raccolta di oltre 19mila firme), prescindendo persino dall’accuratezza scientifica di quell’ultimo posto in classifica. Qualsiasi piazzamento, è il nocciolo del ragionamento, non sposterebbe infatti di una virgola l’urgente necessità di ridare slancio a servizi basilari penalizzati pure dai terremoti di tre anni fa.

A guardare la replica della Asl, le cose non starebbero invece così come rappresentate dal Sole 24 Ore. Dati alla mano, la direzione aziendale ha smontato (quasi) punto per punto le rilevazioni del quotidiano, segnalando come l’errore di fondo commesso dai redattori sia stato di non tenere conto di parametri fondamentali per una corretta interpretazione del fenomeno, a cominciare dall’indice di vecchiaia del territorio.

Banalmente, una provincia abitata da una maggioranza di persone adulte o anziane registra giocoforza una più elevata incidenza di malattie rispetto a zone dove il quadro demografico è diverso, con conseguente aumento del consumo di farmaci. Lo stesso vale per il tasso di mortalità, legato in maniera diretta al crescere dell’età media. Tesi, questa, condivisa dall’assessore regionale al ramo Alessio D’Amato.

Che la sanità a Rieti sia la peggiore su scala nazionale lascia in effetti spazio al dubbio, anche perché penultima e terzultima in questa classifica risultano rispettivamente Alessandria e Rovigo, vale a dire capoluoghi di provincia di due regioni, Piemonte e Veneto, non certo famose per casi di malasanità, ma anzi sede di assolute eccellenze in campo medico.

Al di là dell’ignominiosa collocazione, conta comunque la sostanza. L’indifferibilità di significativi interventi sull’intero sistema assistenziale reatino è nota da tempo (giusto mercoledì la Regione ha autorizzato l’avvio delle procedure per l’assunzione di otto nuovi primari) ma nemmeno i militanti più impegnati e gli osservatori più attenti avevano finora avuto contezza o anche solo sensazione di un simile (presunto) sfacelo.

Al netto di ogni riconsiderazione, spicca l’impietoso centesimo posto alla voce “Emigrazione ospedaliera”, che riporta il numero di residenti andati a farsi ricoverare fuori regione e non annovera quindi i reatini degenti a Roma, dato che avrebbe fatto ulteriormente peggiorare la performance. Male anche la 101esima posizione nel campo speculare denominato “Ricettività ospedaliera”, che conteggia i ricoverati accolti da fuori regione.

I saldi pesantemente negativi di questi due titoli collegati alla mobilità passiva, che solo nel 2017 è costata 74 milioni di euro, restituiscono l’immagine di un’offerta dei servizi erogati ai pazienti reatini evidentemente insoddisfacente, a fronte di una situazione tutto sommato buona nel rapporto tra medici di base e popolazione residente, dove Rieti si attesta nella parte alta della classifica al 24esimo posto.

In conclusione, hanno ragione gli analisti del Sole 24 Ore o i manager della Asl? Questa doppia lettura induce ad alcune riflessioni. La prima riguarda l’affidabilità dei dati e la loro elaborazione. Tanto gli autori della rilevazione quanto i dirigenti dell’Azienda sanitaria si basano su elementi che dovrebbero essere oggettivi ma che, a seconda di come li si interpreti, offrono uno spaccato diametralmente diverso della stessa realtà. Cosa francamente inaccettabile in astratto e tanto più nello specifico, considerando che si sta parlando del bene fondamentale di ogni persona: la salute. Non a caso, premessa invalicabile di qualunque indagine che voglia dirsi minimamente seria rimane l’assoluto rigore scientifico, pena esiti poco attendibili e diffusione di notizie buone solo a creare confusione.

La seconda riflessione riguarda le politiche messe in campo in questi anni. La sanità rappresenta la maggiore delle competenze regionali. L’attuale presidente del Lazio Nicola Zingaretti, fin dal suo primo insediamento sei anni fa, ha assunto il ruolo di commissario per il rientro dal debito accumulato in epoca precedente. Come da copione, gli interventi hanno seguito il classico schema taglio dei costi-aumento delle entrate. Sul primo fronte è stato bloccato il turn-over, sono stati diminuiti i posti letto e sono stati soppressi o riconvertiti ospedali (compreso quello di Magliano Sabina, cancellato dalla precedente giunta Polverini e poi trasformato in Casa della Salute). Per sovrappiù, il terremoto ha causato il crollo dell’ospedale di Amatrice (che prima di quel luttuoso evento si sarebbe comunque voluto ridimensionare) lasciando il “San Camillo de Lellis” unico nosocomio operante in provincia, con il presidio di Poggio Mirteto a dare un minimo supporto.

Sul piano delle entrate, gli interventi si sono invece concentrati sulla sola leva disponibile, attraverso l’inasprimento della tassazione, in particolare l’addizionale Irpef.

La missione sembrerebbe compiuta, tanto che si annuncia prossima l’uscita dalla gestione commissariale, ma a quale prezzo?

È chiaro che c’è qualcosa, anzi molto, che non va. I dati diffusi proprio nella settimana conclusiva della campagna elettorale per le europee hanno ulteriormente infiammato il dibattito con qualche cedimento alla propaganda che non ha fatto fare passi avanti ad una questione tanto gigantesca quanto dirimente.

Nel frattempo conservano tutta la loro attualità le rivendicazioni delle varie associazioni di tutela della salute, che realisticamente puntano ad ottenere risultati concreti a legislazione vigente, molta della quale poggia tuttavia su una decretazione d’urgenza seguita agli eventi sismici del 2016. Una strategia ragionevole che ha catturato l’adesione di ampie fasce della popolazione e l’attenzione delle istituzioni e delle forze politiche, culminata nell’audizione lo scorso 18 aprile del Coordinamento reatino Diritto alla Salute in commissione regionale Sanità, con la partecipazione del direttore generale della Asl Marinella D’Innocenzo e del sindaco Antonio Cicchetti.

Sul piano pratico, però, poco o nulla si è mosso, come denunciato dagli stessi attivisti. L’assemblea dei sindaci non è stata convocata (complice anche il fatto che oggi in provincia andranno alle urne i cittadini di ben 48 comuni su 73 per il rinnovo delle amministrazioni locali) e il previsto vertice con Zingaretti e l’assessore D’Amato è ancora in attesa di una data.

Il limite di questa impostazione sta forse nell’eccessiva dipendenza da una normativa emergenziale connessa al terremoto, che pure ha contribuito notevolemente al peggioramento di una situazione già seria di suo. Il crollo dell’ospedale di Amatrice (che ancora non si sa dove e quando verrà ricostruito) e i danni a quello di Rieti (per il quale è stata ormai individuata come soluzione migliore la riedificazione ex novo, invece di interventi per rendere antisismica una struttura risalente agli anni Settanta) rappresentano senz’altro un vulnus gravissimo all’intero sistema sanitario provinciale. Che già prima non godeva tuttavia di ottima salute. Vincolarsi troppo alle agevolazioni (absit iniuria verbo) conseguenti alle devastazioni del terremoto potrebbe risultare insomma rischioso e limitativo, mentre andrebbero adottate politiche di più ampio respiro capaci di riconoscere le problematiche di un territorio disagiato nel suo complesso per ragioni socio-economiche e per fattori orografici.

A nessuno sfuggono i rischi nascosti dietro al “benaltrismo” e meritano quindi appoggio incondizionato tutte le iniziative che riescano ad ottenere il massimo nell’immediato, contando sugli strumenti davvero disponibili. Il fine ultimo cui tendere rimane in ogni caso una seria riconsiderazione dei fabbisogni locali che porti ad adeguate coperture politiche e, in ultima istanza, finanziarie. Perché senza soldi non si combina niente.

 

26-05-2019

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