Febbraio 2019

SALARIANDA

politica, viabilità

(di Massimo Palozzi) In un’intervista di qualche giorno fa al Corriere della Sera, Roberto Vecchioni ha dichiarato che oggi non riscriverebbe Samarcanda perché non crede all’ineluttabilità del destino.

Il brano rielabora un’antica fiaba persiana su un giardiniere al servizio di un principe che un giorno si imbatte nella Morte, traendone l’impressione che gli rivolga uno sguardo malvagio. L’uomo ne rimane terrorizzato e si fa quindi dare dal padrone un cavallo veloce per fuggire a Isfahan. Più tardi il principe incontra la Morte e le chiede conto delle minacce al suo servitore. La morte risponde che non si trattava di un gesto ostile ma di sorpresa, perché l’appuntamento con il giardiniere era in realtà a Isfahan.

Come Isfahan diventi Samarcanda nel corso della lunga trasposizione della leggenda e come il giardiniere si trasformi in soldato, qui poco importa.

Felici invece che l’insano proposito di non scrivere una delle sue canzoni più belle non gli sia passato per la mente nel 1977 quando la compose in morte del padre, vale la pena ricordare come la riflessione poetico-filosofica del professore brianzolo sull’argomento passi anche per un altro struggente motivo pubblicato venticinque anni dopo e ad oggi non “rinnegato”: Viola d’inverno. Sebbene di minor successo rispetto a Samarcanda, quel brano ne rappresenta idealmente l’altra faccia, più intima, quasi riservata, scritta in punta di penna fino al disperato addio alla compagna di una vita: “E dopo aver diviso tutto:/ la rabbia, i figli, lo schifo e il volo,/ questa è davvero l’unica cosa/ che devo proprio fare da solo”.

In attesa di risolvere l’appassionante interrogativo filologico sulla produzione musical-letteraria di Vecchioni e sulle sue congetture sul tema della morte, la tragica attualità di Samarcanda è invece del tutto palese considerando le condizioni della Salaria.

La contabilità degli incidenti e delle vittime è ormai fuori controllo ed assolutamente inaccettabile. L’ultimo aggiornamento fornito dal deputato del Movimento 5 Stelle Gabriele Lorenzoni è che i lavori di raddoppio nel tratto tra Rieti e Roma partiranno nel 2023, una data che realisticamente misura la complessità dell’opera ma che è ancora molto lontana e, soprattutto, per nulla certa, sia alla luce dei tanti precedenti (anche specifici, come la Rieti-Terni o la Rieti-Torano), sia per il fatto che mancano ancora così tanti dettagli tra studi di fattibilità, varianti e autorizzazioni che il progetto su cui si sta ragionando sembra più un abbozzo che un elaborato in fase pre-esecutiva.

Consola che ci sia un assenso di massima da parte di esponenti della maggioranza di governo M5S-Lega su un testo varato dal precedente esecutivo e presentato nell’agosto 2017 dall’allora ministro Del Rio all’indomani dei disastrosi terremoti dell’anno prima, che prevede cospicui finanziamenti ad Anas per intervenire in maniera decisiva sulla rete stradale del Reatino.

Preoccupa invece che l’intenzione della Regione (a guida Pd) di anticipare alcune opere come corsie di arrampicamento per il sorpasso di veicoli lenti in salita in direzione Rieti, due rotatorie e cinque svincoli per inversione di marcia, siano viste con diffidenza per il rischio che, una volta realizzate, impediscano un loro armonico inserimento nel futuro progetto definitivo che, secondo quanto annunciato da Lorenzoni, conterrà modifiche sostanziali rispetto a quello esistente.

Come insegna Voltaire, il meglio è spesso nemico del bene. Perciò, finché la Salaria non riceverà l’attenzione che merita, “Salarianda” continuerà ad essere la colonna sonora dei nostri viaggi sull’antica consolare (ci perdoni Vecchioni, ma non ci rassegniamo a dover pensare sempre e solo alla deprimente Canzone per un’amica di Francesco Guccini).

E non solo perché la fiducia nelle promesse dei politici non può essere illimitata, ma soprattutto perché, per rimanere in ambito cantautorale, a nessuno piace fare la parte dell’ingenua pastorella di Brave Margot di George Brassens, che aveva adottato un gattino orfano e quando si sbottonava la camicetta per allattarlo al seno credeva che tutti i ragazzi del paese accorressero per ammirare il micetto.

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