a cura di Massimo Palozzi

Marzo 2019

IL DOMENICALE

SALARIA KILLER E KILLER DELLA SALARIA

sicurezza, viabilità

(di Massimo Palozzi) La notizia dell’arresto del giovane automobilista alla guida della macchina che si è scontrata lunedì a Borgo Quinzio con una moto, causando la morte di un centauro romano, segna un salto di qualità nella (purtroppo) ricca casistica di incidenti gravi avvenuti lungo la Salaria.

L’applicazione della legge del 2016 sull’omicidio stradale per un sinistro avvenuto in provincia di Rieti rientra d’altronde nell’inevitabile procedere degli eventi, così come la caratterizzazione sempre più marcata della Statale 4 come arteria killer.

Inutile qui ripercorrere la lunghissima scia di sangue che ha seminato di lutti la Salaria, oramai contrappuntata da lapidi commemorative. Ed altrettanto sfiancante sarebbe ripetere per l’ennesima volta l’urgente necessità di mettere mano a lavori di adeguamento per rendere la via meno insidiosa.

Detto questo, non si può tacere sulla condotta di guida irresponsabile di tanti che la percorrono giorno e notte.

Alzi la mano chi non ha sfiorato almeno una volta l’incidente a causa di manovre azzardate e velocità fulminee tenute da auto che sfrecciano come se fossero in pista.

Forse occorrerebbe ripensare con un filo di autocoscienza la definizione di “Salaria killer”: sarà mica che i veri killer, anche solo potenziali, sono quei guidatori che conducono i loro mezzi in maniera scriteriata e imprudente, spesso in violazione del codice della strada?

Studi accreditati (oltre al buon senso) dicono che velocità meno sostenute riducono drasticamente il rischio di incidenti. Così come l’utilizzo di cellulari e smartphone lo fanno aumentare in maniera esponenziale. Stanchezza e distrazione sono tra i fattori che maggiormente incidono sull’indice di sinistrosità, per non dire della guida sotto l’effetto di alcol o stupefacenti.

Un comportamento prudente e consapevole è quindi la prima tutela contro gli incidenti. Più e meglio delle norme che disciplinano la circolazione e che, nello specifico, non sembrano sortire grandi effetti. Anche perché spesso sono pensate (almeno quest èil sentire corrente) piuttosto per fare cassa che non per prevenire le tragedie.

Il telelaser a Ponte Buita, su un tratto in discesa, nascosto da una curva, con un limite di 50 all’ora,appare come un facile mezzo per i Comuni del circondario di incamerare i soldi delle contravvenzioni e non certo un presidio di prevenzione per salvare vite. Magari non è così, ma è quello che viene percepito nella communis opinio (e comunque le leggi, anche se difficili da accettare, devono essere sempre rispettate).

Entrano in gioco a questo punto i doveri dei legislatori e dei regolatori che, nel nome del superiore interesse pubblico, sono chiamati a irreggimentare i fenomeni di rispettiva competenza con l’obiettivo del massimo contemperamento delle esigenze di tutti, se necessario anche andando controcorrente. Il problema è come divulgare l’utilità di certi provvedimenti.

Secondo un principio base della comunicazione, quando solo pochi afferranno il senso del messaggio, la colpa non va ricercata nell’incapacità dei destinatari ma nella scarsa chiarezza espositiva di chi lo invia.

Se dunque, come avviene sulla Salaria, le disposizioni sui limiti di velocità risultano spesso trasgredite e rispettate obtorto collo solo nei punti dove vengono piazzati gli autovelox, dando tra l’altro origine a spettacolari file al rallentatore che si formano nelle aree vigilate e ripartenze a tutta birra con effetto yo-yo, significa che la maggioranza dei cittadini non solo non le approva ma nemmeno le comprende, subendole come una fastidiosa coercizione, da forzare a rischio della multa o, peggio, della propria e dell’altrui incolumità.

Qui si aprirebbe un più ampio discorso di natura filosofica che si trascina dalla notte dei tempi sul valore e la funzione delle leggi. Che in un mondo ideale dovrebbero essere nient’altro che la traduzione in codici normativi di condotte condivise e ritenute utili al corretto sviluppo delle relazioni umane in un consorzio civile ordinato.

Si tratta di un tema dirimente sul senso delle regole: per alcuni aiutano a vivere meglio contribuendo ad armonizzare le attività collettive, anche a costo di qualche rinuncia e sacrificio individuali. Mentre per altri rappresentano solo un impiccio, un ostacolo da rimuovere, eventualmente con ogni mezzo.

Non andiamo oltre perché sull’argomento sono sorte persino religioni e correnti politiche e perché potrebbe apparire ultroneo rispetto al contesto di partenza, ma in fondo di questo di tratta.

Tornando alla Salaria, c’è stato un tempo in cui negli stessi luoghi dominava un altro killer, meglio noto come il “mostro di Nerola”.

In questi giorni ricorre proprio il settantesimo anniversario della condanna all’ergastolo di Ernesto Picchioni per una serie di delitti compiuti nel secondo dopoguerra all’altezza del km 47 della vecchia consolare.

Picchioni era nato nel 1906 ad Ascrea e successivamente si era trasferito in Sabina, in un cascinale lungo la Salaria nei pressi di Nerola. Di professione contadino, era solito qualificarsi come venditore di lumache.

Nel 1944 commise il suo primo omicidio per rapina ai danni di Pietro Monni, un avvocato di Roma. Ne seguirono altri (fu processato per due, ma se ne sospettavano almeno sedici) messi a segno con una tecnica tanto rudimentale quanto efficace. Cospargeva la strada di chiodi e quando la vittima di turno forava e si fermava, Picchioni fingeva di offrirle assistenza invitandola in casa dove la assassinava a colpi di fucile o di mazza ferrata.Se necessario,finiva il lavoro sgozzando i malcapitati con un coltello e, dopo averli derubati, faceva sparire i corpi seppellendoli in un terreno lì vicino.

L’ultima aggressione del serial killer, quella che gli risulterà fatale, risale al 1947, quando con le solite modalità uccise Alessandro Daddi, un dipendente del Ministero della Difesa che da Roma era diretto a Contigliano a trovare la madre in sella ad un “Cucciolo”, avveniristica bicicletta a motore della Ducati.

Nell’Italia degli anni Quaranta il bicimotore era una vera rarità e il fatto che Picchioni, poco dedito al lavoro e intemperante frequentatore di osterie che viveva di espedienti, ne possedesse uno con cui circolava tranquillamente per il paese, suscitò interrogativi e sospetti, presto confermati dalla confessione della moglie che svelò ai carabinieri le terribili azioni del marito.

Il cadavere di Daddi fu rinvenuto nel suo podere insieme a quello dell’avvocato romano.

In altri terreni vennero successivamente trovati anche i resti di un tredicenne e di un uomo anziano, ma gli investigatori non furono in grado di attribuirgliene la morte.

Il 12 marzo 1949 la Corte di Assise di Roma condannò il “mostro della Salaria” a due ergastoli e 26 anni di reclusione.

La sua irascibilità si manifestò anche in carcere a Civitavecchia, quando tentò addirittura di assalire papa Giovanni XXIII durante una visita pastorale. Picchioni fu quindi trasferito nel penitenziario di massima sicurezza di Porto Azzurro, dove morì nel 1967.

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