Marzo 2020

SABINE CORAGGIOSE

L’8 marzo celebrato nell’antico ricordo di donne risolute e pacificatrici

storia

(di Massimo Palozzi)  Del “Ratto delle Sabine” tutti conoscono grosso modo la trama. Per quanto avvolto in un alone di leggenda, rappresenta d’altronde uno degli episodi nodali dell’epopea romana. Meno noto è forse l’epilogo di quella vicenda, che nella ricorrenza dell’8 marzo assume invece un valore altamente simbolico.

Si narra che a metà dell’ottavo secolo precedente la nascita di Gesù, il mitico Romolo avesse costruito una città sulle rive del Tevere, tracciando il confine del primitivo nucleo sul colle Palatino. Un confine considerato sacro, tanto da non esitare ad uccidere il gemello Remo per aver osato attraversarlo in armi.

Il giorno della fondazione di Roma venne tradizionalmente fissato al 21 aprile del 753 avanti Cristo. La data è una convenzione, resa per così dire ufficiale sette secoli più tardi dall’erudito reatino Marco Terenzio Varrone, sulla base dei calcoli effettuati dall’amico astronomo Lucio Taruzio, al quale aveva chiesto di studiare l’oroscopo di Romolo.

La questione dell’esatta datazione non deve però distogliere dal fatto che nella contingenza la sostanza fosse un’altra: per poter prosperare e generare una discendenza, gli originari abitanti avevano bisogno di donne. I diversi contatti tentati con i vicini per allargare la comunità si erano risolti in un nulla di fatto e lo stallo pareva condannare il neonato insediamento a una rapida estinzione. Romolo pensò allora di ricorrere a uno strattagemma. Il 21 agosto del suo terzo anno di regno organizzò i Consualia, dei giochi solenni in onore del dio Conso. Alla festa vennero invitate le popolazioni del circondario, tra cui ovviamente i Sabini. Non fu difficile attrarre gli ospiti. Curiosi di vedere la nuova città e ignari di essere caduti in un tranello, arrivarono a frotte, comprese molte giovani nubili. A un segnale convenuto, i Romani li attaccarono, catturando decine di ragazze provenienti in larga parte da Cures, il maggior centro sabino dell’epoca, nell’odierna area tra Passo Corese e Farfa.

Il numero delle fanciulle rapite non si seppe mai con esattezza. Plutarco ne stima circa ottocento. Di sicuro (stando almeno all’annalistica ufficiale) non furono prese donne sposate, ad eccezione della sola Ersilia, che diventò la moglie proprio di Romolo, ma di cui si ignorava il precedente matrimonio.

Un ulteriore elemento che la storiografia un po’ agiografica ci ha tramandato è che nessuna di loro subì violenza né si vide costretta alle nozze con i sequestratori. Furono anzi lasciate libere di scegliere se restare e a tutte vennero riconosciuti i diritti civili e di proprietà. Le condizioni erano insomma assai meno dure di quelle immaginate in un primo momento. Fu così che, passata l’iniziale ritrosia, con il tempo l'ira delle giovani sabine andò placandosi per trasformarsi in trasporto verso i nuovi compagni, complici anche le attenzioni ricevute nei giorni successivi al trauma del rapimento.

L’affronto era comunque intollerabile per i loro padri. I popoli che avevano subito l’onta del ratto intimarono il rilascio delle donne, ma Romolo oppose un netto rifiuto, rilanciando la trattativa con la controproposta di accettare la creazione di legami di parentela con la sua gente. Era un’offerta evidentemente irricevibile e presto venne organizzata la reazione. Gli offesi scatenarono una guerra feroce contro i Romani, i quali tuttavia sconfissero con una certa facilità dapprima i Ceninensi e a seguire gli Antemnati e i Crustumini.

Gli ultimi ad attaccare furono i Sabini: di carattere pugnace, meglio organizzati sul piano militare e dotati di indubbie capacità strategiche, riuscirono a conquistare il Campidoglio, grazie soprattutto al tradimento di Tarpea.

In verità questa figura mitologica nulla incarna dello spirito dell’8 marzo, ma la sua condotta così poco edificante contribuirà senza volerlo a magnificare la risolutezza delle donne sabine e sarà ampiamente riscattata dalla loro nobiltà d’animo.

Tarpea era un vergine vestale, figlia del comandante della rocca. In cambio di alcune armille, i preziosi bracciali d’oro che i Sabini portavano all’avambraccio sinistro, accettò di aprire al nemico una porta della cittadella fortificata. Non poté in ogni caso godere del frutto della sua corruzione perché gli invasori, condotti dal re Tito Tazio, la travolsero gettandole addosso, oltre ai monili pattuiti, i loro scudi, uccidendola in un drammatico contrappasso sotto il peso degli oggetti con cui l’avevano ricoperta.

Una volta conquistato il cuore della città, i Sabini impegnarono i Romani in un durissimo scontro passato alla storia come la battaglia del lago Curzio. I due eserciti si schierarono ai piedi dei colli Palatino e Campidoglio, nel luogo dove poi sarebbe sorto il Foro. Il Curzio in realtà non era un vero e proprio lago, ma un ristagno di acqua fangosa causato dalle forti piogge. Il nome va fatto risalire al focoso comandante sabino Mezio Curzio che, preso dall’impeto dello scontro, per poco non finì inghiottito dalla melma insieme al suo cavallo.

Nel corso del combattimento lo stesso Romolo rimase ferito da un pietra, mentre l’esito sembrava volgere a favore dei Sabini. A quel punto intervennero le donne che, come ci ricorda Tito Livio, si gettarono tra gli opposti schieramenti sotto una gragnuola di proiettili, supplicando da una parte i mariti (Romani) e dall’altra i padri e i fratelli (Sabini) di evitare uno spargimento di sangue tra uomini che erano ormai diventati parenti.

Con l’interposizione dei loro corpi, le coraggiose sabine misero fine alla battaglia. Colpiti da quel gesto, i belligeranti accettarono di stipulare un trattato di pace che sancì anche l’unificazione dei due popoli. La capitale venne stabilita a Roma, mentre i Romani, in onore dei nuovi alleati, presero il nome di Quiriti dalla città di Cures.

Come proseguì la storia è risaputo. La Festa della Donna costituisce quindi una buona occasione per fermarne un fotogramma e tributare il giusto omaggio a quelle che per amore della pace e della famiglia (d’origine e acquisita) seppero mettere a repentaglio la loro stessa incolumità pur di fermare la più orrenda delle stragi.

 

08-03-2020

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