a cura di Massimo Palozzi

Aprile 2021

IL DOMENICALE

RIETI E I DIFFICILI CONTI CON LA STORIA

storia

di Massimo Palozzi - Lunedì si è aperto a Minneapolis il processo contro il poliziotto bianco accusato della morte dell’afroamericano George Floyd il 20 maggio scorso. A seguito di quel tremendo episodio (il filmato con il ginocchio premuto sul collo della vittima per oltre nove minuti ha scioccato il mondo) un’ondata di proteste si era levata negli Stati Uniti sotto lo slogan “black lives matter”. La rabbia della comunità nera era esplosa in una serie di iniziative eclatanti, tra cui l’abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo insieme a quelle di personaggi storici ritenuti responsabili del genocidio delle popolazioni indigene e di aver introdotto la segregazione razziale in America. Manifestazioni simili si erano estese in altre parti del mondo. In Italia il fenomeno aveva ancora una volta investito la figura di Indro Montanelli, notissimo giornalista e scrittore scomparso nel 2001.

A Montanelli sono intitolate strade e scuole. A Milano portano il suo nome gli antichi giardini pubblici dove una statua lo immortala intento a lavorare con l’inseparabile macchina da scrivere sulle ginocchia. Ma se già in vita era stato parecchio divisivo, gli onori tributati alla sua memoria non sono certo serviti a placare gli animi delle frange più turbolente dell’antagonismo. Quel monumento è stato infatti preso di mira e imbrattato da chi reputa immorale la celebrazione di un uomo che negli anni Trenta, durante la guerra coloniale in Eritrea per la quale era partito volontario, comprò letteralmente dalla famiglia una ragazzina locale per farne una cameriera-concubina. A giudizio dei critici si trattò di un vero e proprio atto razzista di pedofilia e riduzione in schiavitù. L’interessato (e con lui molti simpatizzanti) sostenne invece che erano i costumi dell’epoca e che la fanciulla fu sempre trattata con rispetto, al punto da chiamare Indro il figlio che ebbe più tardi da un altro uomo.

Come capita in questi casi, è estremamente complicato decontestualizzare le azioni dal milieu storico in cui avvennero. Montanelli visse a Rieti gli anni dell’adolescenza, frequentando dal 1921 al 1926 il liceo classico Marco Terenzio Varrone, che nel 2013 gli ha intitolato l’Aula Magna. E qui scrisse i suoi primi articoli per la rivista La Frusta, organizzando anche uno sciopero.

In città era giunto al seguito del padre Sestilio, preside dello stesso istituto (a Campoloniano gli è stata dedicata una via), ma non ne conservò un buon ricordo, tanto da non tornarci mai più. Nelle sue composizioni il capoluogo sabino viene del resto definito un “paesone opaco” e una “città banale”, molto provinciale e senza troppe possibilità di divertimenti.

In effetti un rapporto di reciproco amore non sbocciò mai. A Rieti crebbe perfino la leggenda secondo la quale Montanelli sarebbe stato il figlio naturale del principe Ludovico Potenziani, senatore del Regno, governatore di Roma e amico personale del duce. Sebbene la somiglianza tra i due fosse straordinaria, non vi sono prove della relazione adulterina con la madre Maddalena Doddoli, che le chiacchiere di allora descrivevano assidua frequentatrice della settecentesca villa a colle San Mauro, oggi trasformata in hotel di lusso.

La liaison venne in seguito ripresa con le cautele e i condizionali del caso nell’unica biografia del principe, scritta dallo storico Andrea Di Nicola e pubblicata dal Comune di Rieti nel 2002. Stando alla ricostruzione, il colpo di fulmine fra i due sarebbe scoccato nel luglio del 1908 in occasione di un raduno di velivoli a Pisa, al quale Potenziani aveva partecipato in qualità di presidente dell’Aero Club d’Italia. Alla manifestazione era presente anche la signora Doddoli che abitava poco distante, a Fucecchio, dove Indro nacque il 22 aprile 1909.

Sempre stando alle illazioni, proprio il nobile reatino si sarebbe adoperato per far assegnare al marito il posto da preside a Rieti (il più giovane d’Italia), così da avere vicino la donna che gli aveva rubato il cuore mentre il suo matrimonio con la contessa veneziana Maria Maddalena Papadopoli stava naufragando.

Accantonate insinuazioni e dicerie, c’è invece un’altra vicenda meno nota ma di sicura fondatezza storica che a Rieti i moti popolari scatenati dall’omicidio Floyd richiamano alla mente. Fin dal Cinquecento, l’Accademia del Tizzone svolgeva in città un’intensa attività culturale e nel 1724 aveva fatto costruire il teatro dei Condomini con ingresso in via del Corso, l’odierna via Terenzio Varrone, e palcoscenico rivolto verso via Pennina (l’allora Costa di Piazza). Tra il 1765 e il 1768 fu riedificato per decreto del Consiglio comunale sotto la direzione dell’architetto Giuseppe Viscardi. Seguendo l’uso del tempo, il teatro venne realizzato in legno e poteva contenere circa 700 spettatori, quasi un decimo della popolazione di Rieti. Già ai primi dell’Ottocento cominciò tuttavia ad affacciarsi l’esigenza di dotarsi di un nuovo impianto più solido e importante, sulla scia delle maggiori città italiane. Negli anni Trenta si decise quindi di costruirne uno nuovo in muratura. Venne perciò formata un’apposita Deputazione presieduta dal gonfaloniere Basilio Sisti per esaminare le due proposte avanzate. La prima, non approvata, prevedeva il riuso del vecchio sito, mentre la seconda ipotizzava la costruzione ex novo su una porzione dell’orto Stoli in piazza del Leone, l’attuale piazza Oberdan. La spesa stimata per l’esecuzione del progetto ammontava a 10.000 scudi (per il teatro dei Condomini settant’anni prima ce ne vollero appena 1.380) e subito partì una sottoscrizione per l’acquisto delle 100 azioni emesse, con la pronta adesione di vari esponenti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia. Ciononostante l’operazione non andò a buon fine in virtù dell’opposizione del canonico Ferdinando Ricci, che la giudicava dannosa e inopportuna per la presenza da un lato del Seminario (primo ad essere aperto in Italia il 4 giugno del 1564 dopo il Concilio di Trento, se si esclude quello minore di Larino, in Molise, inaugurato a gennaio) e dall’altro delle Maestre Pie Venerini, lì insediate con il loro oratorio e i loro piani educativi dalla metà del Settecento. I maligni sospettano che in realtà la contrarietà fosse unicamente dettata dall’egoistica preoccupazione del religioso, impensierito dal disturbo che i lavori gli avrebbero arrecato. Superando l’insistenza delle autorità cittadine, le sue riserve ebbero in ogni caso la meglio e nel 1839 il Delegato Apostolico negò definitivamente il permesso a costruire il teatro in piazza del Leone.

Solo nel 1853 fu conferito un nuovo incarico all’architetto Vincenzo Ghinelli e proprio lui individuò l’area in via Garibaldi, chiamata all’epoca via degli Abruzzi. La società per azioni costituita allo scopo iniziò la raccolta dei 25.000 scudi necessari, ma anche in questo caso l’impresa si interruppe, stavolta per colpa dell’Unità d’Italia. Il progetto rimase comunque alla base di quello definitivo a cura dell’architetto Achille Sfondrini al quale era stato affidato nel 1867 dal Comune, nel frattempo subentrato a causa del costo elevato dell’opera che dal 1859 aveva reso necessario il soccorso finanziario della Cassa di Risparmio.

L’urgenza di realizzare il nuovo teatro venne infine resa evidente dalla legge del 1882 che chiuse per motivi di sicurezza quelli in legno, ponendo termine all’avventura del teatro dei Condomini. Oggi la sua gloriosa tradizione continua ad essere coltivata, almeno nel nome, dal Piccolo Teatro dei Condomini, delizioso salotto per veri appassionati in via di Mezzo.

La prima pietra del nuovo teatro fu posta il 16 dicembre 1883. Il cantiere procedette speditamente e già nel 1885 la struttura era stata completata. Più tempo richiesero invece le decorazioni degli interni (l’atrio venne abbellito dall’artista reatino Antonino Calcagnodoro e da Guglielmo Ballester) e solo il 20 settembre 1893 il teatro poté essere inaugurato con la rappresentazione del Faust di Gounod e della Cavalleria Rusticana di Mascagni. A quello stesso anno risale la rampa di collegamento con la sottostante piazza Oberdan, conosciuta come “Pincetto”, dove nel Medioevo si trovava una porta della cinta muraria.

L’intitolazione a Flavio Vespasiano non fu tuttavia pacifica. Alcuni propendevano per il compositore reatino Giuseppe Ottavio Pitoni, attivo a cavallo tra il Seicento e il Settecento, ma essendo considerato troppo clericale, prevalsero le tesi dei sostenitori dell’imperatore nato a Falacrine, nei pressi di Cittareale, il 17 novembre del 9 d.C. e morto a Cotilia il 23 giugno 79 dopo un decennio di regno.

Negli anni Novanta del secolo scorso il teatro è stato sottoposto ancora a un profondo restauro e dal 2005 è rimasto chiuso per oltre tre anni per interventi di adeguamento alle norme di sicurezza e antincendio, la cui incompletezza ne ha determinato il sequestro disposto dalla magistratura dall’11 giugno al 7 ottobre 2020.

Con un concerto dell’Opera studio dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia e l’esibizione di quattro cantanti lirici, la sera del 10 gennaio 2009 era stato comunque inaugurato davanti a una platea di notabili, tra cui il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, che peraltro giocava in casa essendo reatina la moglie Maddalena Marignetti (Maddalena è un nome che ricorre spesso in questa narrazione). Nell’occasione il teatro aveva dimostrato tutta la bontà della sua essenza architettonica, consacrata nel 2002 con l’aggiudicazione della prima edizione del premio nazionale per l’acustica da parte del maestro Uto Ughi. A conferma delle eccelse qualità performanti, pure il presidente di Santa Cecilia, Bruno Cagli, lo aveva definito il migliore al mondo per la resa del suono e della voce.

Ad appena cinque anni dal debutto, il teatro rimase gravemente danneggiato dal terremoto del 1898 che provocò il crollo della cupola e della facciata. Il dipinto di Giuseppe Casa che ornava la volta con il trionfo di Flavio e Tito andò perduto. A seguito dei lavori di ripristino, nel 1901 la nuova copertura venne decorata da una spettacolare tempera di Giulio Rolland raffigurante il medesimo tema. La scena prende il via dall’Arco di Tito a Roma. Con lo scettro e le insegne imperiali, Flavio Vespasiano si erge fiero su una quadriga tirata da cavalli bianchi. In piedi accanto a lui il figlio Tito, autore della conquista di Gerusalemme. E come da prassi, in corteo viene esibito il bottino di guerra raccolto dopo il saccheggio della città, tra cui la Menorah d’oro, il tradizionale candelabro a sette bracci simbolo della religione ebraica.

Alla caduta del nazifascismo la questione dell’intitolazione ritornò di attualità (ed eccoci al punto). Con i segni dell’olocausto ancora vivissimi, l’esaltazione dei distruttori di Gerusalemme apparve un abominio agli occhi del sindaco socialista Angelo Sacchetti Sassetti, il quale pretese il cambio del nome in favore del musicista Pitoni (cui è dedicata la via laterale al teatro), minacciando le dimissioni in caso contrario. Insieme alla cupola da oscurare, sarebbe dovuto sparire anche il sipario, dove erano riprodotte le medesime scene. La giunta respinse però sia l’ultimatum sia le dimissioni e alla fine lo stesso sindaco abbandonò l’idea.

Il prezioso sipario ha anzi subito di recente un delicato restauro realizzato dall’Accademia di Belle Arti dell’Aquila e finanziato dalla Fondazione Varrone. Il 21 settembre 2019 il tendaggio è stato presentato al pubblico nel suo ritrovato antico splendore. L’opera consiste in una tempera su tela di 13,40 x 7,60 metri dipinta da Calcagnadoro nel 1910 e ritrae per l’appunto la presa di Gerusalemme per mano dei Romani agli ordini del generale Tito, anch’egli imperatore dalla morte del padre nel 79 fino alla sua, che lo colse sempre nella villa di famiglia ad Aquae Cutiliae nell’81 d.C.

Oggi si celebra la Pasqua tanto dei cattolici quanto degli ebrei. Nonostante i diversi significati che le due religioni attribuiscono alla solenne ricorrenza, l’auspicio è che perlomeno certe dispute possano considerarsi definitivamente superate.

04-04-21

condividi su: