Ottobre 2019

RIETI CON LE STELLETTE, VENT’ANNI FA L’INGRESSO DELLE DONNE NELLE FORZE ARMATE

sicurezza

(di Massimo Palozzi) Giusto vent’anni fa, il 20 ottobre 1999, veniva approvata la legge delega n. 380 per l’istituzione del servizio militare volontario femminile. I primi bandi di reclutamento furono pubblicati l’anno successivo, ma quel provvedimento segnò una svolta epocale per il nostro Paese, ancor più dell’abolizione della leva obbligatoria avvenuta nel 2004.

La rottura con il passato sul piano culturale era tale che ancora oggi sopravvive un’irrisolta incertezza lessicale per definire le appartenenti alle forze armate: secondo i puristi si dovrebbero chiamare soldate (soldata al singolare), sebbene nessuno usi questi termini preferendo magari i lemmi soldatessa/soldatesse, che però non suonano benissimo nemmeno loro.

Questioni linguistiche a parte, timidi tentativi di arruolare elementi di sesso femminile erano stati fatti nei decenni precedenti. La Polizia aveva aperto le sue porte alle ragazze nel 1959, ma l’equiparazione di genere per l’accesso ai ranghi di Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di Finanza venne resa effettiva solo allora.

Per Rieti quel fatidico 1999 non coincise unicamente con l’opportunità per le donne di vestire la divisa. Il marzo dello stesso anno la Scuola Interforze per la Difesa Nucleare, Biologica e Chimica (che il maggio 1994 aveva preso il posto del Battaglione NBC “Etruria”, basato dal 1967 nella caserma “Verdirosi” in piazza Marconi) era infatti assurta al rango di “Polo Interforze per la Difesa NBC”, benché i prodromi fossero stati tutt’altro che favorevoli.

Timori molto pesanti per il paventato disimpegno da Rieti delle gerarchie militari avevano anticipato l’insediamento della Scuola, coinvolgendo i più alti livelli politici. Manco a farlo apposta, all’epoca il senatore democristiano Manlio Ianni, recentemente scomparso, faceva parte della Commissione Difesa del Senato, di cui era stato anche presidente per qualche mese sul finire della precedente legislatura. E dal canto suo, il deputato Msi-An Guglielmo Rositani aveva fatto del mantenimento di una significativa presenza dell’Esercito un prioritario cavallo di battaglia.

Interrogazioni parlamentari e iniziative di varia natura accompagnarono così il transito da una realtà che garantiva l’afflusso di centinaia di giovani chiamati per la naja e che con la loro presenza alimentavano l’economia locale in maniera sensibile, portando uno straordinario valore aggiunto di cui si temeva la scomparsa.

La storia ha dimostrato che non solo la nuova tipizzazione ha garantito un salto di qualità, facendo della Scuola reatina un polo di eccellenza sotto il profilo tecnico, ma che la città ne ha continuato a beneficiare pure in relazione all’indotto economico.

Questo aspetto è stato non a caso evidenziato nell’incontro con la stampa locale di qualche giorno fa voluto dai vertici militari. Nell’occasione il comandante della Scuola, generale Emilio Corbucci, insieme al colonnello Francesco Venettilli e al maggiore Riccardo Colantoni, hanno presentato l’articolazione dei corsi di specializzazione erogati in tema di contrasto ad aggressioni di natura nucleare, chimica e batteriologica. Analogamente hanno illustrato le diverse tipologie di intervento nei più diversi quadri operativi, non solo bellici ma anche in campo civile, sottolineando il carattere internazionale delle attività svolte all’interno della “Verdirosi” e nella cittadella “Nubich”, allestita presso l’aeroporto “Ciuffelli” a Quattro Strade. L’incontro ha fatto emergere un quadro di forte impegno da parte di donne e uomini altamente preparati e motivati, in un contesto di sfide mutevoli che richiedono prontezza di risposte e adattamento ai nuovi scenari, come del resto condensato nello storico motto “A nuova offesa nuova difesa”.

Accanto a questo, gli alti ufficiali non hanno tuttavia mancato di evidenziare come la Scuola porti in città un migliaio di corsisti all’anno da ogni parte del mondo, generando un movimento economico stimato in quasi sei milioni di euro, che ne fa una tra le prime “aziende” del territorio.

A distanza di vent’anni molta strada nell’integrazione in un mondo tradizionalmente maschile è stata dunque fatta: seguendo le orme di colleghe transitate dalla Polizia, nel 2017 tre donne ufficiali provenienti dal Corpo Forestale dello Stato sono state ad esempio promosse al grado di generale dei Carabinieri.

E proprio a proposito di Forestale, analoghi dubbi e perplessità erano sorti quando nel 2016 il governo ne ha deciso l’accorpamento ai Carabinieri. Tanto per i Forestali quanto per l’Arma è stato difficile digerire sul momento quell’operazione decisa a tavolino, che al di là delle (importantissime) questioni di merito, incideva sull’identitario senso di appartenenza e sullo spirito di corpo che per i militari rappresentano vere e proprie ragioni di vita. Ancora adesso, nonostante la sentenza della Corte costituzionale dello scorso aprile che ne ha sancito la legittimità, sono aperti grandi interrogativi sui benefici auspicati dai promotori della riforma con riguardo alla razionalizzazione dei servizi di prevenzione e cura del patrimonio naturale italiano.

Per la nostra piccola realtà è stato comunque importante l’aver scongiurato il pericolo che la gloriosa Scuola di Cittaducale, fondata agli albori del secolo scorso, venisse soppressa come effetto collaterale della legge Madia. Al pari dell’esperienza vissuta con l’Esercito, ciò che davvero rileva è il mantenimento di una istituzione che continua a formare personale specializzato nella protezione e valorizzazione dei territori, a prescindere dal colore dell’uniforme e dal sesso di chi la indossa.

 

16-10-2019

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