a cura di Massimo Palozzi

Aprile 2020

IL DOMENICALE

RICOSTRUIRE LA SANITÀ

sanità

(di Massimo Palozzi)   Fioccano le proposte per recuperare le strutture ospedaliere dismesse e accelerare la realizzazione di quelle finanziate. Insieme a tante vite e alla normalità di ciascuno, il ciclone Covid-19 ha forse spazzato via anche un’interpretazione ragionieristica della spesa sanitaria che, se era poco giustificata in tempi normali, in questo frangente ha mostrato tutta la sua insipienza.

Partiamo da quello che c’era. Fino a qualche anno fa in provincia sorgevano tre ospedali: il “San Camillo de Lellis” a Rieti, il “Francesco Grifoni” ad Amatrice e il “Marzio Marini” a Magliano Sabina. Nel 2002 si decise che Amatrice e Magliano andavano eliminati, insieme ad altri 26 nel Lazio. All’epoca presidente della Regione era Francesco Storace (centrodestra) e ancora non si parlava di “crisi”, ma da allora per i due plessi è stata una via crucis, tra minacce di chiusura, riconversioni, declassamenti e crolli.

Non che il “de Lellis” abbia avuto vita facile. Il nosocomio reatino nasce su un progetto del 1961 dell’architetto romano Giuseppe Nicolosi, allo scopo di sostituire l’ormai vetusto e impraticabile “ospedale vecchio” in pieno centro. Dopo mezzo secolo di onorata carriera ha iniziato però a non rispondere più in maniera adeguata alle mutate esigenze della popolazione, complici i danni causati dal terremoto che ne hanno accelerato il processo di obsolescenza. Nelle more della scelta operativa, a lungo oscillante tra ristrutturazione dell’esistente e costruzione di un nuovo edificio, sono così cresciute le mobilitazioni per sventare ulteriori ridimensionamenti nei servizi e nelle prestazioni: di questa lotta può essere preso a simbolo il destino del laboratorio analisi.

L’anno scorso la campagna di sensibilizzazione promossa da varie associazioni di volontariato ha permesso di raccogliere 19mila firme per urlare alla Regione il disagio di un comprensorio fortemente penalizzato già prima dell’emergenza coronavirus. Manca infatti il personale, a cominciare dai primari, e la mobilità passiva ha toccato punte preoccupanti. Nel complesso è l’intera offerta sanitaria a soffrire, tanto da far precipitare la nostra provincia all’ultimo posto in Italia nella classifica sull’“Indice della Salute” pubblicata a maggio dal Sole 24 Ore.

Con 189 milioni di euro, lo scorso luglio è arrivata l’ufficializzazione del finanziamento per l’edificazione di un nuovo ospedale. I fondi li ha stanziati la Regione Lazio come quota del riparto di quelli per l’edilizia sanitaria contenuti nella legge di Bilancio 2019.

Alla lieta novella non sono tuttavia seguiti significativi passi concreti e a tutt’oggi non si sa dove piazzarlo. Il sindaco Antonio Cicchetti si è espresso per il nucleo industriale, nei pressi dell’attuale, ma il processo decisionale risulta appena agli inizi.

La cosa suona tanto più inquietante se si pone mente alla durata biblica delle opere pubbliche, di cui nello specifico abbiamo un pessimo esempio proprio in casa.

A seguito delle scosse del 2016, è venuto giù pure l’ospedale di Amatrice. Subito la Germania promise una sostanziosa donazione per la sua riedificazione. Sembrava che dovesse essere pronto nel giro di pochi mesi e invece, a 1318 giorni dal sisma, la posa della prima pietra appare ancora lontana. Da qui l’ennesima sollecitazione da parte del consigliere regionale di Fratelli d’Italia Sergio Pirozzi, che di Amatrice è stato a lungo sindaco.

Ci sono d’altronde voluti anni solo per individuare il sito, tra mille polemiche e schermaglie politiche. Finalmente a gennaio la Regione ha illustrato il cronoprogramma dei lavori, che dovrebbero partire ad agosto e terminare in circa due anni. La configurazione sarà di “area disagiata”, con un pronto soccorso, due sale operatorie e un totale di 40 posti letto, 30 per acuti e 10 di riabilitazione. L’investimento ammonta a venti milioni di euro, sei dei quali elargiti, come si diceva, da un fondo di solidarietà del governo tedesco. Nota a margine, i progettisti sono di Bergamo, una delle città martiri del coronavirus.

Le tribolazioni di Amatrice non nascono però con il terremoto. Già nel 2012 la struttura aveva rischiato seriamente di chiudere in nome di quel riequilibrio dei conti che nel 2008 (governo Berlusconi IV) aveva portato al commissariamento della sanità regionale. Da cui siamo appena usciti, ma che si è caratterizzato per aumenti dei ticket, blocco del turn-over e tagli ai servizi.

La minaccia si era fatta concreta due anni più tardi, scatenando le vigorose proteste di abitanti e amministratori culminate con la clamorosa deliberazione dell’agosto 2014 per indire un referendum sulla secessione dal Lazio e il passaggio all’Umbria se il progetto non fosse stato ritirato. Pur nelle ristrettezze di bilancio, sussistevano in realtà tutti i requisiti per mantenere il “Grifoni”, visto che sorgeva in zona montana, a rischio sismico e idrogeologico (come disgraziatamente si è dimostrato), a 70 chilometri di distanza da Rieti e comunque in un’area dove nessun altro ospedale era raggiungibile in un’ora (la cosiddetta “golden hour”).

Le proteste e le pressioni ebbero effetto. La Regione guidata da Nicola Zingaretti (centrosinistra) abbandonò l’intenzione di sopprimerlo, lasciando operativo il nosocomio di Amatrice e addirittura potenziando quello del capoluogo. Memorabili le parole del governatore di quel settembre 2014: “Per voltare pagina stiamo costruendo una nuova sanità, più efficiente, con meno sprechi e più vicina ai bisogni delle persone. Con i programmi operativi 2013-2015, per la prima volta, si opera una spostamento di risorse dall’ospedale al territorio, attraverso la continuità dell’assistenza, la medicina d’iniziativa con la presa in carico dei pazienti cronici e il potenziamento dei presidi sanitari, nella garanzia dell’appropriatezza delle prestazioni”. Enunciazioni che, alla prova del Covid-19, non hanno purtroppo retto.

Altra storia interessante la racconta la vicenda dell’ospedale di Magliano Sabina, di cui la Uil ha chiesto in settimana la riapertura per dedicarlo a presidio Covid-19. Di contrario avviso il sindaco Giulio Falcetta, che rifiuta l’idea di limitarlo a funzioni di supporto per l’emergenza coronavirus, preferendone invece il rilancio come polo con competenze superiori rispetto all’attuale classificazione di casa della salute.

Nonostante l’ondata di proteste popolari, Magliano venne chiuso nel 2011 in attuazione del famoso (o famigerato) decreto 80 del 30 settembre 2010 sulla riorganizzazione della rete ospedaliera regionale, emanato dall’allora governatrice di centrodestra Renata Polverini la quale, peraltro, in campagna elettorale aveva promesso che il “Marzio Marini” non sarebbe stato toccato. Il provvedimento fu poi confermato dal Tar, che respinse il ricorso presentato dal Comune.

L’anno successivo il nosocomio venne trasformato in poliambulatorio ed infine, nel 2014, riconvertito in casa della salute, cioè in uno spazio condiviso dove aggregare medici e servizi sanitari altrimenti dispersi sul territorio.

Nel gennaio 2018 aveva suscitato una diffusa approvazione l’annuncio della Asl reatina di mettere a regime le nuovissime sale operatorie nel frattempo allestite, potenziando le prestazioni ambulatoriali e più in generale l’attività assistenziale attraverso un’integrazione con la Asl di Viterbo. Peccato che nel piano sanitario 2019-2021 varato mesi fa, la Regione abbia previsto il declassamento dell’attuale Punto di Primo soccorso a Punto di Intervento di assistenza.

Da questo rapido excursus emerge come le risposte finora date alla provincia da amministrazioni di ogni colore politico siano state deludenti se non addirittura scadenti. La frustata del virus cinese dovrà necessariamente portare ad un serio ripensamento anche su questo fronte.

 

05-04-2020

condividi su: