Ottobre 2018

SALUTE

QUEL CORPO PIENO DI SIGNIFICATI E 'IL CORAGGIO DI GUARDARE'

prevenzione

In un mondo che sembra governato, anche negli aspetti più intimi dell’esistenza, da mezzi esterni (come i media e i modelli culturali ad essi connessi) il peso, le forme corporee e le preoccupazioni per l’apparenza in genere sono diventati gli strumenti di ancoraggio di molti, sorta di salvagenti  per rimanere nel mondo. Mai come in questa epoca il corpo è diventato, luogo intimo ed estraneo allo stesso tempo, il teatro dove si gioca la partita dell’identità.

Abbiamo sempre meno familiarità con noi stessi vediamo il corpo e la nostra immagine come un oggetto che non ci piace mai abbastanza, che si può e si deve perfezionare. Sono comparsi anche se in misura ridotta disturbi alimentari maschili, assenti fino a 10 anni fa, con espressioni nuove della patologia e disturbi infantili con forme purtroppo estremamente severe e difficili da trattare, coinvolgendo bambine già dagli 8/10 anni.
Il disturbo alimentare si esprime simbolicamente attraverso il corpo, ma è evidente che non è il corpo ad essersi ammalato, anche se ne paga conseguenze molto importanti; è come se la persona sostituisse l’esperienza della sofferenza con la comparsa dei sintomi, delegando alla malattia, come se fosse altro da sé, il duro ed insopportabile compito di parlare o di tacere al mondo un dolore psichico muto e molto spesso rimasto inascoltato. Prevenzione è fornire, tutte quelle informazioni, a livello nutrizionale, culturale, psicologico ed esistenziale che servano da contrasto all’idea di controllo e perfezione che caratterizza la patologia.  
“Aiutare gli obesi, gli anoressici, i bulimici e le persone che soffrono di disturbi alimentari a guardarsi, ad amarsi un po’, a vivere coscientemente la loro vita è un atto di amore, un amore profondo a cui come Chiesa e come Scuola non possiamo sottrarci “– ha spiegato Nazzareno Iacopini direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Salute che ha organizzato il corso di formazione “Il coraggio di guardare”.  Siamo così venuti a conoscenza dell’esistenza della ‘Casa delle Bambine che non mangiano’ come lo chiamano, ovvero Palazzo Francisci di Todi, il Centro per Disturbi del Comportamento Alimentare di Todi diretto dalla dottoressa, psichiatra e psicoterapeuta, Laura Dalla Ragione. “La casa dove l’anima torna ad abitare il suo luogo” così è stata presentata dalla  dott. De Santis, che ha parlato della solitudine e della disperazione di ragazze il cui tempo è un eterno presente occupato dal rituale, senza spazio per i sogni. “Noi accogliamo la loro interiorità restituendo la speranza. Sanno di essere capite e non giudicate. Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa, Disturbo da Alimentazione Incontrollata (Binge Eating Desorder): il disturbo alimentare è un modo per manifestare un disagio ritenuto troppo poco dignitoso per poterlo comunicare verbalmente.” A palazzo Francisci si recupera uno spazio di identità attraverso i piccoli gesti, le piccole cose, fino a tornare a prendersi cura di se stesse. La struttura si trova all'interno di un antico palazzo di Todi circondato da un parco di alberi secolari, dove una equipe di personale specializzato (psicologi, pediatri, nutrizionisti psichiatri, fisioterapisti, infermieri, dietiste) svolge un programma integrato che affronta in maniera intensiva la patologia. Persone capaci di parlare per delle ore o sedersi a pranzo accanto alle ospiti, rispettandone i tempi. E’ questo il messaggio: non vergognarsi di chiedere aiuto. Se ne esce. Oggi ci sono strutture all’avanguardia per portare chi ne ha bisogno definitivamente lontano da un problema che è comunque molto più dignitoso di altri e che colpisce chi ha riempito il corpo di significati, nella convinzione che tenendone sotto controllo il peso  sarà meglio accettata, come ha ben spiegato la nutrizionista  dott. Ingrid Palazzetti. "Il percorso terapeutico è la rilettura della nostra vita, dando un senso alla sofferenza che si prova".

Ma ciò che ha colpito al cuore i ragazzi presenti è stato il coraggio ed il racconto di Michela passata da una chiusura a riccio, cronicizzando il problema, alla volontà di far capire, a chi si trova in quella che era la sua condizione, che c’è una possibilità di uscita.

Michela è arrivata a pesare poco più di venti chili, ricoverata in ospedale è stata alimentata con sondino. Una volta a casa tutto però è tornato come prima, non avendo rimosso le cause del disagio, fino a quando è passata dalla ‘sensazione di ‘voler sparire’ a quella di ‘sentirsi importante’.
Vi mostriamo la sua testimonianza 

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