a cura di Massimo Palozzi

Settembre 2019

IL DOMENICALE

A PROPOSITO DEI COSTI DELLA POLITICA

politica

(di Massimo Palozzi) Il tema del taglio dei costi della politica è un evergreen che ha conquistato notorietà mediatica in maniera inversamente proporzionale alla sua realizzazione pratica. Da ogni schieramento la riduzione delle spese di funzionamento delle istituzioni rimbalza come un refrain a sottolineare un impegno sulla carta prioritario, preso in ossequio alla sensibilità che nel frattempo è maturata nel Paese, ma soprattutto (verrebbe da dire con il necessario disincanto) a causa dell’insostenibilità dei conti pubblici, la cui tenuta risulta da tempo gravemente minacciata tanto a livello centrale quanto a livello periferico. Basta guardare agli enti locali per capire che non esiste comune che non sia a rischio default: quello di Rieti, da anni in predissesto, non è insomma solo in questa avvilente compagnia di giro.

Il marcato disallineamento tra i pesanti interventi in materia di spending review e lo stato delle finanze pubbliche dimostra dunque il sostanziale mancato raggiungimento dell’obiettivo di contenimento e razionalizzazione della spesa, specialmente quella non obbligatoria ma legata a precise scelte politiche. Veniamo al punto.

Tralasciando il mare magnum delle consulenze, una delle voci di uscita meno considerate si riferisce alle parcelle e alle obbligazioni connesse, pagate per i tanti contenziosi che vedono le pubbliche amministrazioni come parti.

Solo per inquadrare il problema, qualche giorno fa il Comune di Casaprota e l’associazione Postribù hanno annunciato il ricorso al Tribunale superiore delle acque pubbliche per chiedere l’annullamento della determina del 10 giugno scorso con cui la Regione Lazio ha rilasciato al Comune di Roma, tramite Acea-Ato 2 spa, la concessione di derivazione d’acqua ad uso potabile per l’approvvigionamento idrico della Capitale dalle sorgenti del Peschiera nei comuni di Cittaducale e Castel S. Angelo e dalle sorgenti Le Capore in quelli di Frasso Sabino e Casaprota.

I dettagli dell’iniziativa sono stati illustrati nell’aula consiliare del Comune di Rieti davanti a una nutrita platea di amministratori sabini dagli avvocati Paolo Giangiacomo e Alessandro Iannelli, con quest’ultimo particolarmente al dentro della questione per essersene occupato anche quando era sindaco di Torricella.

Considerando i numerosi precedenti e i profili di dubbio che circondano l’annosa vicenda, nello specifico non si riscontrano a prima vista i presupposti per un’azione avventata né, tantomeno, per una lite temeraria. A non passare inosservato è che si tratta dell’ennesimo ricorso sulla stessa tematica. Analoga iniziativa l’ha presa infatti pure la Provincia nella sua veste di ente coordinatore di Ato 3, organismo che racchiude i Comuni del Reatino nei difficilissimi rapporti con la Regione Lazio e con Ato 2 (che rappresenta invece gli interessi di Roma).

Giusto il 13 settembre è stato per l’appunto conferito l’incarico a uno studio legale romano per assicurare la rappresentanza e difesa di ATO 3 nell’impugnazione dello stesso provvedimento del dirigente regionale che ha scatenato la reazione di Postribù e del Comune di Casaprota.

Da notare che questo affidamento è avvenuto appena sedici giorni dopo un altro atto con il quale la stessa Provincia/Ato 3 ha liquidato 91.564,67 euro a un avvocato reatino a saldo delle sue prestazioni professionali per il contenzioso aperto sulla medesima questione nel 2014 e conclusosi per estinzione della materia del contendere in virtù degli accordi raggiunti tra le parti sul ristoro per la captazione delle acque e la conseguente approvazione della convenzione per la gestione dell’interferenza idraulica del sistema acquedottistico Peschiera – Le Capore.

Anche in quel caso ricorrevano probabilmente tutti i presupposti formali per dare mandato di adire le vie legali a due avvocati (al fianco di quello reatino ha agito un collega del foro di Firenze). Ma cavilli a parte, l’esito definito con un accordo, che non ha nemmeno richiesto la pronuncia di un giudice, non ha per niente aiutato a comprenderne fino in fondo le ragioni di partenza.

Più in generale, è la serialità di episodi simili ad avere buon gioco nel rinfocolare il sospetto (qualunquista quanto si vuole, ma piuttosto radicato) che le decisioni di promuovere o favorire l’instaurazione di controversie in sede giudiziaria vengano prese un po’ allegramente, tanto sono oneri imputati a carico della collettività.

La questione, ovviamente, riguarda l’intero panorama delle liti  in cui sono coinvolti gli enti pubblici (elettivi e non), consistenti di solito in minuzie che nella loro totalità alla fine gonfiano però i bilanci. I numeri in realtà ci dicono che non sempre si tratta di cifre esorbitanti: nel 2018 la Provincia ha pagato per patrocini legali 233.542,96 euro, mentre il Comune capoluogo 117.986,88 (fonte Presidenza del Consiglio).

Nonostante l’asciuttezza dei dati, il metro di giudizio del cittadino medio si basa tuttavia inevitabilmente sul confronto con lo stato dei servizi, che vivono oggi una condizione fissata dalla foto scattata nei Giardini di Ito, in viale dei Flavi, e allegata al comunicato con il quale lunedì il Comitato Gemellaggi del Comune di Rieti ha diffuso la notizia della visita del professore giapponese Takanori Kawamata dell’Università di Tokyo.

Considerati i legami con il Sol Levante, location migliore non poteva esistere, non fosse stato per quei giardini spelacchiati e con l’erba bruciata dal sole alle spalle dei sorridenti protagonisti: giardini ridotti peggio di quelli dedicati a Rieti dalla gemellata città di Ito dopo il passaggio del tifone Faxai una ventina di giorni fa.

La cosa, già di per sé piuttosto deprimente, stride ancor più se riconnessa con l’interminabile vertenza per il ristoro dell’acqua che dal nostro territorio rifornisce l’80 per cento dei romani: l’erba rinsecchita a fronte di una tale disponibilità di risorse idriche non è stata insomma il miglior biglietto da visita per celebrare i rapporti di amicizia con il Giappone, nati tanti anni fa proprio grazie alle gare sul Velino della Festa del Sole e finalizzati con il gemellaggio ufficiale del 1985.

In un sistema di garanzie e di bilanciamento dei poteri la possibilità riconosciuta a chiunque di ricorrere a un giudice costituisce ovviamente un principio basilare dello stato di diritto. Meno evidente, almeno per come filtra agli occhi dell’opinione pubblica, è la diligenza con la quale certe decisioni di spesa vengono assunte da chi amministra.

Delegare ai tribunali la risoluzione di controversie che dovrebbero invece essere risolte attraverso la mediazione, può in effetti apparire come la facile scappatoia per deresponsabilizzare figure investite di poteri esercitati in nome e per conto dei cittadini. Ciò anche al netto di tutte le attenuanti del caso, a cominciare dall’iperproduzione normativa, cui spesso si accompagna una tecnica redazionale involuta e foriera di testi confusi e contraddittori.

L’inclinazione alla disputa è per la verità un vezzo nazionale.  I casi di liti per questioni condominiali sono ad esempio alla base di più di due milioni di cause civili pendenti. Se, quindi, gli italiani non disdegnano di farsi causa pagando di tasca propria, ben si comprende la disinvoltura di amministratori e dirigenti pubblici nell’aprire o resistere a contenziosi giudiziari. Perché persino quando l’iniziativa viene subita si tratta non di rado dell’atto finale di un percorso che avrebbe potuto essere risolto in maniera transattiva prima della sfida a carte bollate.

Secondo una celebre definizione di Ralph Waldo Emerson, democrazia è l’arte di far opprimere il popolo dal popolo nell’interesse del popolo. Dinanzi a certe prove, sul concetto di oppressione non tutti i rappresentanti istituzionali dimostrano di avere le idee chiarissime.

 

29-09-2019

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