a cura di Francesco Pasquetti

Ottobre 2020

L'AVVOCATO DEL DIAVOLO

PREVENIRE E’ MEGLIO CHE CURARE (E soprattutto costa meno!)

Breve viaggio nelle opere pubbliche abbandonate della nostra città:

città

(di Francesco Saverio Pasquetti)

Premessa: gli intenti

Rieti, che splendida città!”. Accadeva poco più di un anno orsono, che ascoltassi tale espressione. Mi accingevo a presentare uno degli eventi musicali programmati presso il foyer del teatro Flavio, “Rapsoduo”, esibizione pianistica a quattro mani. Così, nel conoscerlo, si espresse con genuino entusiasmo Franco Venditti, regista RAI e papà della pianista (l’altro era il reatino Ruggero Russi) che di lì a poco si sarebbe esibita. Era entrato in città, giungendo dalla capitale, dalla porta “Romana” che, benevola, accoglie i visitatori con un motto beneagurante: “Ingredere omnia fausta ferens”, recita. “Entra portando cose buone”, letteralmente: in senso più lato, “buoni auspici”. Così, nell’attraversare l’omonima via e poi accedere a piazza Cavour per quindi attraversare il flumen Velinus, transitando sul ponte era apparsa al regista, alla sua prima visita in città, nella luce brillante di un terso tramonto primaverile, la splendida prospettiva del corso d’acqua tanto legato ai reatini, su cui dolcemente si adagiano, sul lato sinistro, le case storiche della città mentre gli alberi rigogliosi e la verdeggiante flora fluviale ravvivano la sua sponda opposta. La luce soffusa del sole oramai al tramonto cristallizzava - in un “quadro” da far invidia ai capolavori degli Impressionisti - la sagoma imponente del massiccio terminillese, quasi a completare, in un gioco di colori e di luci, un’istantanea pressoché perfetta nella sua bellezza. Così, quasi folgorato, l’esperto regista, certo non nuovo, anche per motivi professionali, allo studio ed al gusto per la fotografia, mi descriveva quest’approccio quasi fatato con una città che anch’io, nelle sue parole ammaliate, stentavo a riconoscere. “Chissà cosa avrebbe pensato - mi son subito detto - se invece di passare per ponte Romano avesse preferito la via più breve che dalla struttura assai più recente conduce sino a piazza san Francesco!”. Le travi sconnesse e scricchiolanti d’un legno oramai tristemente ammalorato, la lunga ed esteticamente orribile guida di gomma - con il suo olezzo di pneumatico che penetra, sgradito ospite, l’olfatto - gli avrebbero forse fatto cambiare idea - ho riflettuto di colpo, quasi atterrito -  come accade a colui che, ammaliato dalle forme sinuose di una splendida donna scorta di lontano, al suo avvicinarsi resti di colpo deluso da un aspetto trasandato, una scarsa pulizia, un odore sgradevole?  E chissà, riflettevo ancora, se la sua sensazione sarebbe stata la stessa ove, sporgendosi dal ponte, avesse notato le pietose condizioni dell’antica struttura che imperitura resiste, solo grazie al genio ingegneristico dei nostri gloriosi predecessori, ai flutti ed alla cove delle oche e dei germani, zeppo di erbacce, rifiuti e rami che su di esso si arenano di sovente! Bellissima, già. Peccato che la maggior parte delle opere che la adornano, soprattutto quelle di fattura più recente, vengano abbandonate a sé stesse e lasciate prive di ogni e più elementare opera di manutenzione, con inevitabile e progressivo degrado sino, a volte, alla rovina. Da lì nasce questo breve excursus cittadino: l’intento (la “mission” si direbbe oggi) neanche troppo recondito è quello di suscitare almeno una riflessione verso un problema oramai cronico di malagestione della cosa pubblica caratterizzata dalla totale assenza di ogni pianificazione manutentiva.

Alla prossima puntata, allora: protagonista proprio il fiume Velino.

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