a cura di Massimo Palozzi

Dicembre 2020

IL DOMENICALE

PRESAGI

città

 

(di Massimo Palozzi) - Com’era facile prevedere (e ci si perdoni la battuta scontata), la fine di questo surreale 2020 ci ha privato anche delle previsioni di maghi, indovini, fattucchiere e oroscopisti. Troppo cupa è del resto l’atmosfera che ci circonda e poco incline all’ottimismo l’umore collettivo per l’anno che sta per arrivare.

In realtà questa settimana ha riservato diversi avvenimenti suscettibili di intensi presagi. Come interpretarli resta una faccenda complicata. Per intanto vediamoli.

In un anno normale il Natale sarebbe stato l’evento principale di cui parlare. Tutto sommato, lo è stato lo stesso. Anzi, forse di più, perché l’impossibilità di rispettare la tradizione ci ha fatto apprezzare come non mai il duplice spirito della festa, religioso e consumistico. Nell’omelia della Messa di mezzanotte anticipata al tardo pomeriggio, il papa ha voluto ricordare l’essenza del messaggio legato alla nascita di Gesù, citando l’etimologia di Betlemme “casa del pane”. Il villaggio della Natività in Palestina è indissolubilmente legato a quello in terra reatina dove nel 1223 la straordinaria intuizione di San Francesco fissò per sempre il prodigio nella plastica bellezza del presepio. Proprio Greccio senza la rievocazione storica ha rappresentato la sintesi più triste delle privazioni indotte dal Covid, perché non è mancata soltanto la parata con i figuranti nei loro costumi d’epoca. È mancata l’irripetibile alchimia data dalla mescolanza di sacro e profano, di soffio divino e arte umana, in cui si incarna la speranza di ripartenza che ogni nascita e, su tutte, quella Nascita, è in grado di infondere. Un presagio negativo, dunque? Non necessariamente. Al netto dell’inevitabile sconforto, la pur diversa celebrazione della Natività ha infatti tramesso il senso di resilienza che dalla “casa del pane” si ricongiunge idealmente con le speranze della terra della carice, l’erba che cresce abbondante sui nostri pascoli e da cui secondo la versione maggiormente accreditata deriverebbe il toponimo Greccio.

Il secondo accadimento di questi giorni, tanto notevole da poter quasi essere definito storico, ha ovviamente coinciso con l’inaugurazione dell’ultimo tratto della superstrada Rieti-Terni, ora percorribile per intero tra i due capoluoghi. Il fatto che la via sia stata aperta in un frangente in cui sono vietati gli spostamenti tra le regioni farebbe pensare che l’opera non sia nata sotto i migliori auspici, ma evidentemente non è così. Nonostante il semilockdown, si sono presentati al taglio del nastro ben due ministri, un viceministro e svariate altre autorità, a riprova che si trattava di un passaggio davvero memorabile. Il rammarico per la mancanza della folla festante può allora considerarsi almeno in parte lenito dalla consapevolezza che la saldatura tra i due tronconi è molto più di una mera miglioria alla viabilità, non foss’altro per il tempo trascorso e i ritardi accumulati. A ripercorrere la genesi dell’infrastruttura sopravviene in effetti una deprimente sensazione di inefficienza, per non dire peggio. E a buon diritto la chiosa più appropriata suona quella del sindaco Antonio Cicchetti: “Un giorno di festa dopo 60 anni di attesa dovuta a sgambetti politici e ad impropri interventi della magistratura”. Sì, perché della Rieti-Terni si cominciò a parlare agli albori degli anni Sessanta del Novecento, soprattutto ad iniziativa delle amministrazioni comunale e provinciale del versante laziale. Grazie anche al lavorio dei parlamentari espressione della circoscrizione umbro-sabina, il secondo governo Rumor fece propria la proposta e il 20 gennaio 1970 il Cipe inserì la Civitavecchia-Viterbo-Orte-Terni-Rieti nel programma delle costruzioni autostradali. Si avviò quindi un periodo di fermenti politici indirizzati a riconoscere all’arteria il ruolo cruciale di volano di sviluppo per il Reatino, mentre analogo entusiasmo non si riscontrava sul fronte umbro, anche per il timore che parti del tessuto produttivo ternano avrebbero potuto essere tentate di trasferirsi verso Rieti, destinataria all’epoca dei benefici della Cassa per il Mezzogiorno. Il primo progetto di massima, conosciuto come “progetto Malaspina”, fu comunque varato dalla Provincia di Rieti alla fine degli anni Settanta. Al solito tira e molla politico e alle consuete lentezze burocratico-amministrative, con relativi ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, si accompagnarono fin da subito interventi delle associazioni ambientaliste, contrarie al tracciato e alla portata dell’opera. E quando nel 1985 iniziarono i lavori nel lotto Moggio-Sellecchia, il segretario nazionale del WWF Italia Fulco Pratesi presentò un esposto in quanto la zona risultava inserita tra quelle protette nella legge Galasso appena adottata. Accogliendo l’istanza, il pretore di Rieti Ugo Paolillo mise sotto sequestro il cantiere, insieme all’altro sul tratto Sellecchia-Terria. Il magistrato divenne il simbolo degli ecologisti ma si scontrò duramente con la classe politica reatina del tempo. I senatori Manlio Ianni (Dc) e Bruno Vella (Psi) chiesero addirittura al ministero di Grazia e Giustizia che Paolillo venisse trasferito per incompatibilità ambientale, ma la successiva ispezione non rilevò niente di irregolare e il procedimento disciplinare si concluse lasciando il giudice al suo posto. Sue dichiarazioni a difesa della tutela dell’ambiente fatta a mezzo di azioni giudiziarie contro il tornaconto personale per ragioni elettorali e di altro tipo nelle opere pubbliche, lo sovraesposero parecchio nel dibattito locale di allora e ancora gli devono essere fischiate le orecchie quando martedì il sindaco Cicchetti ha rievocato con rammarico “un magistrato solerte” che “nel timore di sconvolgimenti ambientali, riuscì a condizionare Anas e classe politica facendo ridurre da quattro a due le corsie di questa strada che nasce, pertanto, già vecchia”. Una delle conseguenze del sequestro fu infatti la profonda revisione del tracciato e la riduzione della carreggiata per evitare un impatto massivo sul territorio. A seguito di una poderosa variante, la superstrada venne di fatto spostata ai margini della Piana, cosa che obbligò allo scavo della lunga galleria Montelungo, non prevista nel progetto originario. Da quel momento sono passati oltre trent’anni per giungere alla conclusione dell’infrastruttura, durante i quali si sono manifestate vicissitudini di ogni tipo, l’ultima delle quali il fallimento dell’impresa incaricata della costruzione del viadotto sul Velino inaugurato qualche giorno fa. La storia della Rieti-Terni non è insomma particolarmente edificante, ancorché esemplare dell’andamento delle opere pubbliche italiane. Ora che è finita e finalmente percorribile per intero, quali scenari sarà in grado di aprire?

In attesa che il tempo dia come al solito il proprio responso, l’ultimo evento di enorme rilievo registrato in questa fine d’anno è l’avvio da oggi della campagna vaccinale in Europa. A Rieti si comincerà domani, con già in tasca la benedizione del viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri, andato in visita all’ospedale “de Lellis” la mattina di Natale.  Di certo si tratta della notizia più attesa di tutte, più della superstrada e in un certo senso del Natale come una volta (se non altro perché è il passaggio prodromico al recupero della sospirata normalità). L’inoculazione delle prime dosi di vaccino anti Covid può infatti costituire l’arma per debellare l’incubo che ormai da un anno tiene in scacco il mondo. Se un dubbio rimane non riguarda tanto la sua efficacia quanto la capacità di somministrazione all’intera popolazione in un periodo ragionevolmente breve. La rapidità con cui sono stati messi a punto gli agenti in grado di attivare la risposta immunitaria al coronavirus è inversamente proporzionale ai tempi di realizzazione della Rieti-Terni. Il che, per tornare al tema che ci siamo dati, lascia trarre presagi sicuramente meno foschi rispetto alla crisi scatenata dalla pandemia. Almeno questo è l’auspicio.

 

27-12-2020

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