Ottobre 2021

POMPILI, SEMINATORE DI SPERANZE E CERTEZZE

Pastore di una Chiesa concreta

chiesa

Il vescovo è un uomo che “sa vegliare con il suo popolo” con “un atteggiamento di vicinanza” e di coinvolgimento totale: e “il popolo sa riconoscere se il vescovo è un pastore”.

E’ molto facile per i reatini identificare questa figura, tracciata da Papa Francesco, con monsignor Domenico Pompili.

Si tratta di una presenza trasversale, riconoscibile in molti ambiti, sociali, economici, culturali: lo dimostrano le sue dichiarazioni o quanto di lui scrivono i giornali.

Per questo lo abbiamo invitato a commentare le frasi che abbiamo raccolto in varie occasioni, per uno sguardo a 360 gradi sulla nostra realtà. 

Il color porpora aleggia intorno alla figura di monsignor Domenico Pompili ormai da anni, alcuni cardinali dovranno prima o poi essere sostituiti: in molti si chiedono se una partenza sia ormai imminente.
“Sono sei anni che sono qui e ormai faccio parte del ‘paesaggio’ della piana reatina anche io” rassicura scherzando il prelato ricevendoci a Palazzo Papale. 

Con la sua presenza l’opera della Chiesa su questo territorio è diventata sempre più incisiva. Lo ha notato anche Massimo Palozzi autore dei nostri appuntamenti domenicali (su formatrieti.it) in cui vengono affrontati gli argomenti ‘caldi’ settimanali, trattando ad esempio il caso Lombardini e scrivendo come la politica sembri ‘totalmente a rimorchio dell’intraprendenza di mons. Pompili. A parte la diocesi, il territorio sembra aver smarrito ogni reale capacità propulsiva di fare sistema, persino di fronte a una condizione di paradossale vantaggio con il Reatino al centro di politiche mirate come non se ne vedevano da decenni’. Cosa replica a questa affermazione?
“Credo che nello specifico la vertenza Lombardini richiedesse un punto di incontro e noi come Chiesa ci siamo prestati ad essere ‘facilitatori’ del dialogo tra le parti - spiega - Non significa assumere ruoli impropri: condividiamo ogni esperienza del territorio. Nel caso di una tensione che coinvolge operai e quindi famiglie, rendendo più fragile il tessuto sociale, ci sentiamo chiamati in causa poiché corrisponde a ciò che la Chiesa è: non una casa chiusa su se stessa ma aperta nel farsi carico delle condizioni di un territorio già provato dal terremoto e dal Covid”. 

A proposito di sisma, durante l’omelia per le celebrazioni di questo quinto anniversario ha espresso un concetto: ‘il ponte più urgente da costruire nel nostro Paese si chiama Italia Centrale’. Parlava di ricostruzione ma, soprattutto di infrastrutture: un argomento che però rincorriamo da anni.
“Ritengo ci sia una congiuntura favorevole rispetto al post terremoto che, al netto delle restanti sofferenze, costituisce un grande volano per la ripresa economica e sociale. A ciò si aggiunga il PNRR, terapia d’urto dopo la pandemia, che ci mette nella condizione di poter osare di più. E’ verissimo che c’è molto disincanto quando si parla di infrastrutture ma a me sembra sia questa una delle radici dell’immobilismo del nostro territorio: una ‘non convinzione’ intorno alle grandi questioni che si tramanda di padre in figlio. Una terra, diceva mons. Chiarinelli, segnata da un’ipoteca contadina di chi si occupa solo del proprio benessere e non si cura di quanto accade all’esterno.

Una mia persuasione (comunicata al mio arrivo con quell’espressione aramaica che il vangelo ci proponeva quel giorno ‘Ephfatha’ che significa ‘Apriti!’) è che il nostro territorio, per definizione liminare, di confine, deve essere di congiungimento, luogo di contatto anche con altre realtà. Dobbiamo veramente valorizzare il nostro ruolo di ombelico d’Italia per essere il punto di raccordo di quattro regioni, il Lazio, l‘Umbria, l’Abruzzo, le Marche, e di collegamento tra città intermedie, Ascoli, l’Aquila, Terni. In questi ultimi tempi ho avuto modo di frequentare Ascoli, quale amministratore apostolico per la diocesi picena, ed ho compreso con quanta attenzione guardi a Rieti, in particolare ad Antrodoco, come snodo importante per arrivare a Roma. Noi abbiamo una vocazione di cui non ci rendiamo conto non cogliendo così i vantaggi di queste correlazioni, la più importante delle quali rimane con la capitale. Per questo è importante parlare di ferrovia. In questo ultimo periodo ci sono atti concreti, i 40 milioni per la progettazione sono stati determinati, rappresentano un fatto puntuale: fino a questo momento dal 1861 non era mai accaduto. La Ferrovia dei Due Mari va nella stessa direzione, i presidenti di regione Acquaroli e Zingaretti convengono sul fatto che si tratti di un asse strategico per collegare in perpendicolare il Tirreno all’Adriatico. Ci sono sempre i bastian contrari, ma ovunque si vada e si ragioni sull’importanza delle infrastrutture si scopre che ci sono delle opere non più semplici delle nostre, anzi. Se si pensa alla Foligno-Macerata che è l’asse che ha reso accessibile all’Umbria la litoranea adriatica, non si può non considerare le decine di chilometri nel nulla, eppure questo non ha scoraggiato nel realizzare un’autostrada a 4 corsie. Se lì è stato possibile, sebbene dopo un trentennio, perché qui non è nemmeno immaginabile metterlo su un tavolo senza suscitare l’ironia di qualcuno? I primi a doverci credere siamo noi, altrimenti vorrà dire che rimanere soli è una nostra scelta.” 

‘I sogni e le utopie possono diventare costruzioni di strategie di futuro se solo si ha il coraggio di sposare, una volta per tutte, le innovazioni e le opportunità che la crisi climatica ed i vincoli ambientali stanno imponendo agli stessi processi economici’. Questo ha ribadito ad Amatrice, alla presenza del presidente Draghi: la necessità di una ricostruzione che sposi davvero la sostenibilità ambientale per rifondare comunità autentiche.
“Questa sorta di chiusura ha fin qui preservato delle sue bellezze naturali il territorio. Ora è il momento di condividerle. Se si vuole affrontare il tema del post terremoto è necessaria una nuova immaginazione del presente, tenendo conto che tra montagna e città c’è sempre stata correlazione inscritta nella vita delle persone.  C’è un enorme debito – pensiamo all’acqua potabile, all’aria pulita, al cibo di qualità, al legno degli arredi – che le città hanno maturato verso le aree interne e i loro piccoli insediamenti. È arrivato il momento di onorare questo “debito” con un progetto di reciprocità economica. È necessario alla transizione ecologica vedere riconosciuto il debito straordinario che avremo verso chi, riabitando i piccoli centri e i borghi, si prenderà cura di un’agricoltura di qualità, dei boschi, del mare, dei laghi, delle coste, del paesaggio ancora bellissimo dell’Italia. Non abbiamo bisogno di nuovi presepi, ma di piccoli centri attivi, a presidio di un territorio ancora straordinario e attraente per l’autenticità dei luoghi. Non riusciremo nello ricostruzione se ci limiteremo ad invocare il ritorno semplicemente degli amatriciani: erano già pochi prima. Dovremo basarci su un modello di sviluppo tale da indurre altri a vivere in questi territori: per le condizioni di qualità della vita, per le opportunità di lavoro senza pendolarismo, per un’offerta completa di servizi. Se facciamo questo, le case e gli edifici pubblici ricostruiti non saranno cattedrali nel deserto, ma diventeranno parte di questo processo. E’ proprio la fase post Covid a renderlo ancora più credibile: ci siamo resi conto che le grandi concentrazioni di persone non sono esattamente il modello più adeguato per affrontare questa inedita sfida della pandemia, fin qui tenuta sotto controllo ma che si ripresenterà in forme molteplici anche in futuro. E’ impensabile vivere sani in un mondo malato. I territori partiti svantaggiati nella fase in cui a prevalere erano criteri di ordine quantitativo (soldi, popolazione, attività) sono diventati in questa nuova condizione in cui l’aria è più importante del Pil, luoghi appetibili. Ora si tratta di trasformarli in territori di elezione, in cui la gente possa tornare a vivere”. 

Non è un caso che sia stato proprio lei a lanciare il progetto ‘Cuore blu’ il primo esempio in Italia, e persino in Europa, di una realtà polifunzionale dedicata all’acqua. Un centro di eccellenza per promuovere ricerche e studi sul tema delle acque, da affiancare a un polo documentario ed espositivo sulla gestione sostenibile della risorsa idrica e la sua valorizzazione attraverso lo sviluppo turistico.
“E’ un modo per ribadire la vocazione di questa terra. Qui abbiamo una concentrazione di risorse idriche importantissime, ne hanno disegnato il paesaggio e caratterizzato la storia, anche in modo negativo a volte. Abbiamo pensato al monastero di Santa Chiara quale ‘Cuore Blu’ della Valle Santa: fondato ai primordi del francescanesimo, affaccia sul Velino dove il fiume attraversa la città di Rieti, diventando immagine del valore naturale, storico, economico, civile e spirituale delle acque per la vita degli uomini”. 

Lei è ormai presidente della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali per i prossimi 5 anni, questo avrà ricadute anche sulla nostra provincia?
“E’ importante che la Chiesa oggi sperimenti nuovi linguaggi per arrivare alle persone, anche le più distanti. E’ un modo per renderla presente in tutti gli ambiti della vita sociale: una possibile ricaduta si avrà il prossimo anno con il Festival nazionale della Comunicazione, da svolgersi a Rieti, con il mondo delle Paoline e dei Paolini, coloro che con ‘Famiglia Cristiana’ rendono presente il Vangelo nel mondo della comunicazione sia cartacea che digitale”. 

Il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha firmato il decreto costitutivo del Comitato Nazionale per le celebrazioni dell’ottavo centenario della prima rappresentazione del presepe, istituito dalla Legge di Bilancio 2021. Non un traguardo dunque, ma un nuovo punto di partenza cosa accade ora?
"Da anni lavoriamo per far sì che Rieti recuperi la memoria della traccia francescana, uscendo dall’isolamento. Con la Valle del Primo Presepe stiamo tentando di rendere comprensibile a tutti che l’esperienza di San Francesco ha qui come a La Verna in Toscana e ad Assisi in Umbria. Il nostro impegno è creare una triangolazione tra questi tre luoghi, facendo in modo che anche la sequenza dei centenari (2023 il Presepe, 2024 le Stimmate, 2026 la Morte) siano vissuti non in modo competitivo ma pervasivo. E’ importante che la Valle Santa esca dall’anonimato in cui è stata collocata per tante ragioni, ivi compreso il fatto che, a mio parere, l’esperienza di San Francesco in questo territorio ha assunto i caratteri di una maggiore radicalità, rappresentata simbolicamente da questi quattro piccoli conventi, più legati all’ideale della povertà francescana che non costruzioni più blasonate presenti in altri luoghi. Il Comitato Greccio 2023, il cui logo fa riferimento alla Diocesi, alla Provincia di San Bonaventura dei Frati Minori e ai due Comuni di Rieti e Greccio è quello fondamentale, poi ce ne sono altri tra cui quello del MIT chiamato a gestire alcune risorse o quello transregionale e transnazionale rappresentato dalle tre realtà citate (Assisi, La Verna e Greccio con la valle Santa) facente riferimento ai frati che, insieme alle diocesi coinvolte, allargano l’orizzonte in tutte le parti del mondo. Con quest’ultimo stiamo pensando anche a traguardare oltre il 2023, per giungere al Giubileo del 2025 affinché i pellegrini arrivati a Roma, possano proseguire percorrendo questi tre grandi Cammini francescani: l’ambizione più importante. Il discorso sul francescanesimo deve cogliere nel centenario, da noi per primi messo in evidenza, un’occasione di passaggio per andare oltre”. 

Questo è ciò che istituzionalmente si sta facendo, ma quello che suggerirebbe a questa Città nell’attesa?
“C’è da riscoprire l’importanza di alcune figure a fianco di Francesco sin dagli inizi, come Angelo Tancredi, una figura reatina che insieme ad altre ha segnato la storia del francescanesimo: è nostra cura valorizzarne la casa al centro di Rieti. La Chiesa di San Francesco, fortunatamente, è in fase di restauro. Pur essendo di proprietà dello Stato ci siamo impegnati a far sì che con la Sovrintendenza fossero organizzati degli interventi anche di restauro molto importanti. Quella Chiesa, collegata al Monastero di Santa Chiara, impone dentro la città una traccia inconfondibile insieme al recupero del Monastero di Sant’Antonio al Monte in cui le monache andranno ad abitare appena realizzato. Mi fermo all’animazione culturale e spirituale ma questo produce degli effetti, ed il circuito comincia a funzionare, autoalimentandosi. Dopo le due visite del Papa a Greccio e la lettera sul Presepe c’è stato un picco, un innalzamento dell’attenzione anche internazionale. Quando gli chiesi di venire, neanche Papa Francesco conosceva quel luogo, poi è tornato due volte: credo che questo processo di conoscenza inneschi un meccanismo virtuoso. Il recupero della coscienza è il presupposto per poter fare degli investimenti: quelli a cui ho accennato come spazi fisici qui in città o nel quadrilatero francescano. Ne scaturirà un movimento positivo con ricadute a livello ricettivo, dell’oggettistica, della filiera commerciale. E il tema delle infrastrutture non può rimanerne svincolato: non basta l’attrattività se non c’è accessibilità. Solo avendo una visione d’insieme si possono raccogliere i frutti. L’altro aspetto importante per il futuro di Rieti è l’ipotesi progettuale di una città universitaria propriamente detta. Ascoli ha una università nata in contemporanea ma cresciuta attraverso l’aumento esponenziale dell’offerta formativa: qui non è accaduto. Le due città hanno nel loro disegno urbanistico una vocazione ad eguagliare l’esempio di Camerino, infinitamente più piccola della nostra: essere hub culturali una volta createsi le condizioni di abitabilità. Rieti è molto appetibile in tal senso, per dimensione umana, qualità dell’aria, relazioni sociali, buon cibo. Il progetto farà parte di questo investimento del post terremoto e del PNRR, tentando di alzare l’asticella. L’arrivo a Palazzo Aluffi è una bellissima notizia per valorizzare un bene altrimenti destinato a rimanere inutilizzato, ma dobbiamo perseguire la prospettiva di un’offerta formativa che aumenta. Come Chiesa ci stiamo impegnando a far ritornare la Scuola per Infermieri con l’Università Cattolica a San Rufo. Anche in questo caso un appello: bisogna crederci ed operare in maniera coerente.” 

Ci avviciniamo al Natale e ci apprestiamo a vivere la quinta edizione della Valle del Primo Presepe.
“Ci saranno anche quest’anno tanti momenti in presenza, Covid permettendo, tornando a condividere cultura e musica all’aperto o in altri contesti. Lo scorso 11 settembre abbiamo vissuto quella bellissima serata dedicata al Dantedì con Davide Rondoni e la band Dante con Ambrogio Sparagna: attrazioni, compresi i presepi esposti sotto le volte di Palazzo Papale con 15mila visitatori in estate, che diventano segni per riscoprire la natura e l’identità del nostro territorio. L’iniziativa quindi si snoda ormai lungo tutto l’anno, come fosse musica di sottofondo.” 

Avremo ancora il Maestro Artese?
“Assolutamente sì. Sebbene abbia completato la trilogia, si è pensato ad un’ultima opera da collocare sotto il Palazzo Papale: una creazione che metta bene in evidenza il legame tra Rieti, San Francesco ed il Papa”.

 

 

Da Format sett-ott 2021

 

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