a cura di Massimo Palozzi

Febbraio 2020

IL DOMENICALE

POLO FARMACEUTICO, UN’ALTRA CHIMERA?

amministrazione

(di Massimo Palozzi) Nei giorni scorsi il Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo sullo straordinario incremento di aziende registrato negli ultimi tempi in Toscana. Sono addirittura ottanta le nuove fabbriche che hanno aperto o stanno per aprire, concentrate nel tradizionale settore della pelle e a seguire in quelli della farmaceutica e della cosmetica.
Grande merito va al Settore Investimenti della Regione, che a dieci anni dalla sua costituzione ha assistito l’avvio di numerose attività, nonostante un contesto in cui i segnali di ripresa continuano ad essere piuttosto sbiaditi.
Nell’ambito farmaceutico spiccano in particolare sette nuovi stabilimenti: in provincia di Siena Menarini sta puntando sulla realizzazione di vaccini. A Sesto Fiorentino la multinazionale americana Eli Lilly ha stanziato altri cento milioni per potenziare quello che è già uno dei più innovativi stabilimenti per la produzione di farmaci da biotecnologia in Italia.
Questo piccolo consuntivo fornisce l’ennesima riprova che, quando entrambi funzionano, la sinergia tra pubblico e privato è in grado di portare a risultati brillanti, persino in condizioni economiche sfavorevoli. Si tratta ovviamente di una cooperazione non improvvisata né occasionale, strutturata e soprattutto costruita su una conoscenza dei problemi e una comprensione reciproca in virtù delle quali ognuna delle parti sa cosa offrire all’altra.
Il ruolo di attrattore giocato nello specifico dalla Regione è determinante. Il modello toscano potrebbe e dovrebbe essere replicato a pari livello istituzionale, ma anche scendendo nella scala delle competenze esistono margini perché trovino spazio processi facilitativi, senza necessariamente approdare al partenariato pubblico-privato. Nelle “Linee programmatiche delle azioni di mandato” depositate il 12 agosto 2017, all’indomani della vittoria alle elezioni amministrative, Antonio Cicchetti formalizzava il proposito della “creazione di un polo farmaceutico da sviluppare intorno a una grande azienda già presente nel territorio reatino”. Il passaggio riflette un vecchio pallino del sindaco, ripetutamente speso come argomento qualificante in campagna elettorale. Non siamo dunque di fronte ad un vuoto slogan buttato lì tanto per adornare con un formalismo burocratico l’atto che tratteggia le politiche da sviluppare nel corso della consiliatura, ma ad un solenne impegno meritevole della massima considerazione.
La “grande azienda già presente nel territorio reatino” a cui il documento fa rifermento è oggi la multinazionale giapponese Takeda, attiva nel trattamento degli emoderivati, che giusto un anno fa ha completato l’acquisizione dell’irlandese Shire, la quale a sua volta aveva inglobato Baxalta, società nata come spin-off della statunitense Baxter.
Lo stabilimento di Rieti è un sito di frazionamento del plasma con oltre cinquecento dipendenti altamente qualificati (almeno altrettanti sono gli impiegati dell’indotto). Grazie a significativi investimenti, in meno di dieci anni ha più che triplicato i volumi di produzione, mantenendo l’opificio su livelli di eccellenza.
Ma non finisce qui. Ad aprile, nel corso della tappa reatina del roadshow di Farmindustria, Takeda ha annunciato un ulteriore piano da 50 milioni di euro entro il 2023, dopo i 150 destinati negli ultimi otto anni agli insediamenti di Rieti e Pisa, altro sito toscano dove avviene la preparazione di albumina umana successivamente alla lavorazione nel plesso di via della Chimica. Nello stesso arco di tempo a Rieti è prevista una crescita dell’occupazione di 75 unità, che porterebbe gli addetti a 588 in totale.
Nel Lazio operano più di sessanta aziende farmaceutiche, con sedicimila dipendenti e altri seimila nell’indotto. Numeri che collocano la regione al secondo posto in Italia come quota di ricercatori (1.125) e investimenti in ricerca e sviluppo (300 milioni di euro) e nella top ten di quelle Ue per numero di addetti nelle imprese del farmaco.
La farmaceutica nel suo insieme è un fiore all’occhiello dell’economia laziale. La regione, secondo i dati di Farmindustria riferiti al 2018, si piazza al primo posto in Italia per l’export nel comparto con oltre 9,1 miliardi di euro. A Rieti, le esportazioni farmaceutiche rappresentano addirittura quasi il 70% di tutto il manifatturiero.
Ce n’è dunque di materiale per pensare in grande. Solo che, mentre in Toscana sta partendo la prima piattaforma logistica nazionale dedicata ai medicinali, promossa da colossi del settore con il supporto della Regione e del Ministero dello Sviluppo economico (la cosiddetta Pharma Valley), da noi il polo farmaceutico sembra uscito dall’agenda politica.
Nessuno pensa di competere con una realtà come quella sorta sulle rive dell’Arno, ma non si può nemmeno ignorare che dell’ambizioso progetto non si parli praticamente più, almeno nei circoli di palazzo, dove invece appare marcato un certo scollamento con le categorie produttive.
Lo scorso luglio la Fondazione Varrone ha ad esempio organizzato, con la partecipazione dell’assessorato regionale allo Sviluppo, un eccellente seminario a Palazzo Potenziani con i manager di tre delle maggiori aziende operanti in zona (Seko Italia, Ibm e, appunto, Takeda) per raccogliere da chi lavora con successo sul campo indicazioni a proposito di promozione del territorio, valorizzazione del capitale umano, cultura d’impresa e penetrazione sociale.
Manca però, come sempre è mancata, una struttura di filiera a guida istituzionale in grado di studiare il mercato per capire quali potenzialità promuovere. Un tentativo di mettere a sistema attori diversi è stato fatto a primavera con il progetto vincitore del bando regionale per un finanziamento a fondo perduto presentato dall’Area produttiva ecologicamente attrezzata (Apea), che raccoglie partner pubblici e privati tra cui Reset, azienda specializzata nell’uso di tecnologie per la produzione di energia elettrica e termica da biomassa. In base all’elaborato, gli scarti alimentari e lo sfalcio d’erba saranno riconvertiti per generare elettricità e acqua calda a beneficio delle imprese che hanno aderito al progetto denominato “Green in progress”. Dopo la trasformazione del rifiuto in energia e acqua calda, dal residuo della lavorazione si otterrà per pirolisi biochar, un materiale carbonioso utilizzabile come fertilizzante in agricoltura. Assicurano i promotori, Comune di Rieti in testa, che l’intero ciclo è certificato a zero impatto ambientale e in linea con gli standard fissati dal Programma europeo Horizon 2020. Come tutto ciò si concili con le cautele sulla centrale per la produzione di biometano a Vazia e con le novità annunciate sui requisiti dei nuovi impianti in aderenza al redigendo piano provinciale dei rifiuti è abbastanza misterioso, ma questa è un’altra storia.
Il concetto stesso di internazionalizzazione pare vittima di un equivoco, legato com’è a pur pregevoli spunti tipo il coinvolgimento di ambasciate nella Fiera del peperoncino o l’attivismo del Comitato gemellaggi. Internazionalizzare significa in primis aprire i mercati esteri alle imprese locali, ma soprattutto significa attrarre investimenti da parte di aziende straniere in parallelo ad analoghi impulsi verso operatori italiani, con l’obiettivo di agevolare poli produttivi possibilmente svincolati dalle vicende della singola società.
La storia dovrebbe insegnare qualcosa. Nei decenni passati l’abbandono del Nucleo da parte di Texas Instruments, Telettra e altri giganti industriali ha lasciato solo macerie. E quando a ottobre 2017 la stessa Shire acquisì Baxalta, il colosso irlandese annunciò un pesante piano di ristrutturazione comprensivo della chiusura di cinque dei diciassette stabilimenti nel mondo, alimentando seri timori sul destino di quello reatino. Fortunatamente le cose hanno preso una piega diversa e oggi celebriamo un sito di grande valore per l’economia e l’occupazione, ma sono precedenti da non sottovalutare.
I successi dell’odierna Takeda dimostrano che gli oggettivi svantaggi competitivi dati da una precaria condizione delle infrastrutture possono essere comunque bilanciati, se non addirittura superati, dal dinamismo e dall’intraprendenza dei privati. Ai quali va però offerta una sponda in termini di politiche pubbliche locali, regionali e nazionali, alzando lo sguardo e agendo con competenza su tutte le leve disponibili.

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