Settembre 2019

PERSONE & PERSONAGGI

OSVALDO, L'AVVOCATO CHE PARLAVA ALLA GENTE

storie

(di Felice Marchioni) Ricordiamo l’avvocato Osvaldo Sabetta nel giorno della sua scomparsa, portando ai familiari l'omaggio, ed il saluto, degli amici del suo quartiere. La Sala del Consiglio Comunale della città è uno dei luoghi più significativi in cui una comunità possa ritrovarsi; qui la città di Rieti ha deciso di dare il commiato ad questo professionista speciale, che è stato anche un appassionato uomo delle istituzioni. Non tutti conoscono direttamente, il valore della dimensione pubblica, il livello dell’impegno e le qualità politiche ed amministrative dell'avvocato Sabetta. Molti ne hanno già parlato con cognizione, altri ne hanno scritto in queste ore e ne scriveranno ancora.
Io sono soltanto uno degli amici della strada che Osvaldo amava ed in cui ha vissuto e lavorato per quarant’anni; della sua strada voglio raccontare.

Via di Mezzo è una luogo particolare, è un “decumano” minore, un condominio orizzontale nel cuore della città, che unisce via Cintia alla Piazza Mazzini. Alla metà incrocia Via Pennina, la strada “direttissima” verso la città alta.
Via di Mezzo è un treno di case - 500 metri di edifici semplici e attaccati che si fronteggiano su una strada stretta e lunga, dritta come una spada ed in gran parte occupata da auto in sosta. Gli edifici di sinistra sono esposti come si dice qui da noi “a sòle”, quelle a destra sono invece “a pacino” (esposizione a nord per chi non conosce il nostro dialetto).

Qui, l’avvocato Sabetta di case ne aveva due, una per ciascuno dei due lati, per non fare torti. Da vero uomo di legge. In questa strada i pedoni cedono il passo alle molte auto in transito, tuttavia sorridono con tolleranza, perché sono piene di ragazzi che vanno a scuola.
In via di Mezzo c’è anche la casa di mio nonno, venuto a Rieti per fare il muratore nel 1926, ed in cui vivo anche io da molto tempo. Qui sono nati e cresciuti i miei figli.

Proprio qui ho conosciuto l’Avvocato Osvaldo Sabetta, la sua bonomìa, il suo fare immediato, diretto e sincero, senza sovrastrutture, di chi non doveva - né soprattutto voleva - dimostrare nulla. E’ stato per me, come per molti altri, un incontro straordinario ed illuminante, una compagnia costante durata molti anni. La sua presenza era tangibile, forte ed interessante.
Via di Mezzo è una comunità speciale nel cuore della città che non tutti conoscono; è una sorta di repubblica autonoma, ci si incrocia come in un passaggio obbligato, tutti si salutano, si parlano. Le relazioni si stringono naturalmente, tutti ti chiedono come vanno le cose o si preoccupano per te. In via di Mezzo ti accorgi subito se c’è qualcosa che non va o se qualcuno ha dei problemi.
La contiguità dei palazzi costringe le persone alla comprensione, ai rapporti umani.
Si mette ancora il fiocco quando nasce un bambino, sai sempre quando qualcuno sta male: in Via di Mezzo puoi vivere in presa diretta il pulsare della vita, puoi fraternizzare nel dolore e nelle cose belle che accadono.

Le diverse officine ed il giocattolaio sono chiusi da anni ormai da anni ma qui c’è ancora una delle prime panetterie di Fiorentini, c’è la bottega di Gregorio il calzolaio, c’è Filippo Tozzi il ciclista - il figlio di Bruno; poi d’improvviso arrivarono i giovani: i ragazzi del Depero, i designer Angeletti e Ruzza.
Ci sono ancora l’impresario Gino Vecchi, i Patacchiola, i Martini, i Celleno, i Pitoni, i Brunelli, i Festuccia, i Rivani, i ragazzi speciali dell’Albero delle Farfalle, la copisteria di Carucci, la macelleria di Miranda e Roberto, Aleandro il falegname, Claudio l’orafo e c’è il Teatro di Guido Marcellini.
Su via di Mezzo si aprono anche gli ingressi posteriori dei palazzi nobili di Via Terenzio Varrone – la strada importante che fu il corso della città; qui puoi vedere sfrecciare di buon ora o a tarda notte Mariella Cari in bicicletta o puoi incrociare il gallerista Sconci con i suoi dipinti e con le opere d’arte, sempre alla prese con le sue spedizioni internazionali.
Sui portoncini dei palazzetti, puoi ancora leggere i nomi delle famiglie che c’erano o dei laboratori di una volta: i Gunnella, i Biscetti, i Dell’Imperio, i Ciace, i Festuccia, i Rinaldi, i Mariantoni, i Dante.

Al loro posto altre famiglie e giovani, di tutte le etnìe. Cognomi difficili da pronunciare ma storie che si ripetono: altri occhi ma pieni della stessa speranza nel futuro.
In fondo a questo treno di case, quasi sulla piazza, c’è la pizzeria Ternana, che fu una delle prime aperte in città ed il Bar di Mauro, dove brulica la vita per la presenza dei liceali. C’è anche un luogo di preghiera islamico.
In Via di Mezzo le persone si parlano e condividono le gioie e le preoccupazioni degli altri. Puoi sapere se i ragazzi dei vicini vanno bene a scuola, se i genitori vanno d’accordo e puoi ascoltare i dialoghi direttamente dalla strada per uno strano effetto acustico di risonanza. Proprio qui, ho ricevuto e ricambiato cordialmente e quotidianamente per tanti anni – e come tanti altri - il saluto potente ed affettuoso di Osvaldo, il suo sorriso leale, curioso, il suo fare cordiale, sempre interessato alle persone.

Ho apprezzato lo spirito aperto e propositivo, ho scherzato con lui, ascoltato le sue confidenze, i suoi racconti, le sue immancabili analisi politiche, locali e nazionali. Ho goduto della sua compagnia.
Rara la sua intelligenza e la capacità di leggere dietro le righe degli avvenimenti.
Diretto ed informale, amava passeggiare sottobraccio con i suoi clienti con cui si intratteneva al bar di Porta Cintia, amava dispensare consigli e soprattutto risolvere problemi. Amava la strada, la piazza, il contatto diretto. Disquisiva tra la gente di tematiche di possesso, di locazioni, di eredità con fare ed approccio da
vero divulgatore.

Mai venale, era amato e stimato da tutti coloro con cui continuamente si relazionava; sapeva trattare con medesima onestà i potenti, come le persone semplici o in difficoltà.
So, per certo, di come abbia aiutato tanta gente che non aveva possibilità economiche.
Godeva di un seguito personale notevole, di un apprezzamento diffuso, conseguenza di una riconosciuta ed eccellente lucidità professionale, unita ad una grande umanità. Il suo percorso politico è stato certamente sostenuto da un consenso autentico, espresso sinceramente dalle tante persone che lo stimavano.
Amava la campagna, che curava direttamente con l’energia di un ragazzo ed era molto fiero del suo uliveto a Casaprota. Eravamo parecchi a prenotare il suo olio, semplicemente perché …. ci fidavamo di lui.

Ha vissuto la malattia e i tanti interventi chirurgici subiti negli anni, con forza e dignità straordinarie, scherzandoci sempre sopra e facendo spesso tutto da solo, per non dare pensiero ai familiari. Separato da molti anni da Barbara, mamma dei suoi figli, ne aveva un rispetto assoluto e anzi amava condividere le festività in famiglia.
Raccontava spesso gli inizi difficili: figlio di un maestro elementare e primogenito di cinque figli andò in Marina a 16 anni e prese a girare il mondo. Al suo ritorno – su consiglio della suocera - completò gli studi con straordinaria forza di volontà; poi si iscrisse a Legge, laureandosi in breve tempo.
Gli inizi professionali con Leo Rocca e Gianfranco Paris, poi l’apertura dello studio di Via di Mezzo, dove andò anche ad abitare. Le soddisfazioni professionali, nel tempo, non sono di certo mancate.

Quando scompare una persona come Osvaldo Sabetta, ci si sente più soli e talora più poveri,particolarmente per la carica umana e per la simpatia che dispensava.
La ricchezza che tuttavia voglio trasmettere è data dal valore obiettivo che l’esistenza di quest’uomo ha avuto, a mio avviso, per questa comunità.
Dio sa quanto vi sia bisogno di esempi e di testimonianze di vita. Osvaldo, l’avvocato di tutti, è stato lucido fino alla fine, consapevole del poco tempo che restava.
Ha lasciato una grande impressione anche con le sue ultime volontà.
Pur sinceramente credente in modo forte ed istintivo, ha disposto una cerimonia civile, a causa della sua disaffezione per le istituzioni religiose che tuttavia rispettava. Ha disposto la cremazione e che parte delle ceneri siano riunite nella tomba dei suoi genitori.

In ultimo ha avuto la forza di chiamare a sé i suoi figli per dare consigli legali, affinché non vi fossero mai dissapori di sorta dopo la sua scomparsa, anche se tutto era già disposto da tempo.
Abbiamo avuta la netta impressione di trovarci di fronte ad un uomo di un altro passo e di altra qualità.

A Sabrina ed a Simona – sue “pupille” ed eredi professionali – ai fratelli Walter, Eufrasio, Maria Luisa e Francesco, alla moglie Barbara, ai figli Massimo a Sara, agli amati nipoti Edoardo e Raffaele ed ai familiari tutti, esprimiamo l’affetto, le più sentite condoglianze ma soprattutto la gratitudine degli amici del suo quartiere. 

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